Quartiere di Porta Crucifera
  • Home
  • Arezzo
  • La città
  • L'Armata Aretina del Viva Maria

L'Armata Aretina del "Viva Maria"

Le truppe dell'Armata Aretina alle porte di Firenze
  Le truppe dell'Armata Aretina alle porte di Firenze  

 LA TOSCANA LIBERATA DALL'ARMATA ARETINA DEL "VIVA MARIA": IL MOVIMENTO DI POPOLO CHE SEPPE OPPORSI EROICAMENTE ALL'INVASORE NAPOLEONICO

Il termine "Viva Maria" indica tradizionalmente l’insorgenza tosco-umbra del 1799, che ha il suo epicentro ad Arezzo e che coinvolge anche i territori limitrofi del lago Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, appartenenti allo Stato Pontificio, cioè la resistenza popolare all’esportazione manu militari della Rivoluzione francese del 1789 da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte (1769-1821) verificatasi fra le odierne Toscana e Umbria.

Come tutti i fenomeni contro-rivoluzionari, anche quello del Viva Maria è fenomeno prevalentemente popolare in difesa delle tradizioni religiose e culturali, nonché del patrimonio, pure materiale, delle comunità locali. Contro le armate francesi e le milizie "italiche", portatrici di un messaggio ideologico astratto e confliggente con l’identità storica e religiosa delle mille piccole patrie italiane, le popolazioni della penisola, mosse da un forte senso di appartenenza e di radicamento territoriale, reagiscono con le modalità proprie delle insurrezioni e mostrano, in modo inequivocabile, la loro avversione alla Rivoluzione sia nella realizzata versione francese che in quella potenziale italiana.

Le armate francesi, penetrate in Italia nella primavera del 1796, con l’apporto dei giacobini locali tentano dovunque, in modo brutale e senza mediazioni di sorta, di laicizzare le istituzioni e di sovvertire alla radice le tradizionali forme di espressione della sovranità e della rappresentanza politica, distruggendo e criminalizzando le plurisecolari entità statuali esistenti, e imponendo nuovi modelli culturali e politici. Il popolo si solleverà quasi subito, sia perché è torchiato dalle imposizioni e dalle ruberie dell’occupante, sia perché percepisce l’estraneità ideologica dei francesi, visti non tanto come stranieri quanto come portatori di una visione del mondo ostile al "senso comune" che ancora sopravvive nelle società dell’Antico Regime.

LE ORIGINI

Le popolazioni toscane erano già insorte contro la politica liberistica e filogiansenista del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena (1747-1792), il futuro Leopoldo II imperatore del Sacro Romano Impero, culminata nella convocazione del Sinodo di Pistoia, nel settembre del 1786; e proprio ad Arezzo, nel 1795, si verificano violenti tumulti, anche con implicazioni religiose.

Il miracolo del 15 febbraio 1796, quando un’annerita immagine della Madonna del Conforto sbianca dinanzi agli occhi di alcuni artigiani, è il primo di una serie di episodi analoghi verificatisi in molte altre parti del Granducato e nei territori limitrofi, dove sono viste statue o immagini della Madonna muovere gli occhi o piangere. La devozione mariana, già forte in Toscana e nell’Umbria Occidentale, è rafforzata da questi miracoli e costituisce il motore della futura sollevazione.

vivamaria 07Il Granducato, in un primo tempo, è risparmiato dai rivoluzionari francesi, salvo la città di Livorno, occupata nel giugno del 1796, mentre i contigui territori perugino e altotiberino, appartenenti allo Stato Pontificio, sono invasi dalle truppe rivoluzionarie nel febbraio del 1798 e sono assegnati al nuovo Dipartimento del Trasimeno. La linea direttrice dell’invasione è, infatti, quella dei possedimenti pontifici, dove i reparti francesi del generale Pierre-François-Charles Augereau (1757-1816) penetrano nel giugno del 1796, provocando la violenta insurrezione delle popolazioni nella Legazione di Ferrara, l’attuale Romagna, culminata nella rivolta e nel sacco di Lugo.

Due mesi dopo si sollevano anche i centri dell’alta valle del Tevere e, il 16 aprile, gli insorti, a cui s’uniscono elementi provenienti dal Granducato, entrano a Città di Castello e abbattono l’albero della libertà, il simbolo eretto ovunque dai rivoluzionari. Dopo alterne vicende gl’insorgenti entrano di nuovo in città il 5 maggio, ammazzando circa centocinquanta soldati e ufficiali francesi. Quasi contemporaneamente, il 22 aprile, si ribella l’altro epicentro della rivolta, Castel Rigone, nei dintorni del lago Trasimeno, e gl’insorgenti, organizzati da un popolano, il "generalissimo" Tommaso, detto il Broncolo, giungono ad assediare la stessa Perugia. Le truppe francesi riprendono il controllo della situazione nel corso del mese di maggio a prezzo di saccheggi e di massacri, e nonostante la strenua resistenza degl’insorti, che, poco armati e mal equipaggiati, iniziano una sorta di guerriglia, riparando poi nei vicini territori aretini.

Quando, il 25 marzo 1799, i francesi entrano a Firenze, costringendo all’esilio il granduca Ferdinando III (1769-1824), reo di aver dato ospitalità a Papa Pio VI (175-1799) e a Carlo Emanuele IV di Savoia (1751-1819), re di Sardegna, anche la Toscana subisce l’imposizione del regime repubblicano, con la sua triste sequela di confische, di requisizioni, di contributi e di vessazioni contro il clero e contro i fedeli. Fin dai primi giorni dell’occupazione, a Firenze e in altri centri scoppiano tumulti, presto sedati con violenza dagli occupanti.

L’INSORGENZA E IL SUO SVILUPPO

vivamaria 02Il 6 aprile 1799 esigue forze francesi occupano Arezzo, località molto vicina ai centri del Perugino e dell’alta valle del Tevere, caratterizzati da una particolare fedeltà alla dinastia e da un forte sentimento religioso, già coinvolti nell'insurrezione del 1798.

Un mese dopo, la mattina del 6 maggio, scoppia la rivolta. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, gli aretini e gli abitanti del contado, armati con roncole e fucili, abbattono l’albero della libertà, piantato presso la caserma delle guardie nazionali, e s’impadroniscono della città, al grido di battaglia degli insorti del 1798, "Viva Maria!".

Viene quindi costituita una Suprema Deputazione, composta da personalità cittadine, fra cui spicca il barone Carlo Albergotti Siri (?-1832), mentre il comando militare è affidato al cavalier Angiolo Guillichini vecchio ufficiale della marina toscana, e al marchese Giovan Battista Albergotti (1761-1816), cavaliere dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Pertanto, mentre la prima fase dell’insorgenza era stata caratterizzata dallo spontaneismo e dal ricorso a guide popolari, talora provenienti dalle file del banditismo, la fase successiva vede la partecipazione di elementi di spicco del clero e della nobiltà locali in funzione di guida, e l’alleanza con le truppe austriache.

L'esercito francese, in ritirata verso la Pianura Padana, non poté intervenire direttamente, ma da Firenze fu dato ordine alla Legione polacca, in quel momento attestata a Perugia, di riportare all'obbedienza Cortona ed Arezzo.
La Legione Polacca, forte di 4.000 fanti e 400 cavalieri, era comandata dal generale polacco Jan Henryk Dabrowski, eroe nazionale della Polonia. I polacchi si erano alleati ai francesi perché speravano di poter riottenere la loro patria, che era stata spartita tra Russia, Prussia e Austria. Questa colonna procedette da sud verso Arezzo.

vivamaria 03La prima città insorta che si trovò ad affrontare fu Cortona che oppose una fiera resistenza. Dabrowski, considerato che era sprovvisto di artiglieria, decise di proseguire verso Arezzo. Gli aretini avevano organizzato la difesa schierando a poche miglia dalla città centinaia di popolani armati. Tutta la strada da Vitiano all'Olmo era stata fiancheggiata da cecchini che colpirono in continuazione la colonna polacca. Il 14 maggio 1799 in località Il Ghetto, fra Vitiano e Rigutino (una località a circa 12 chilometri a sud di Arezzo), infuriarono i combattimenti che portarono all'uccisione del vice di Dabrowski, il colonnello Jozéf Chamand, ed alla successiva rappresaglia polacca che vide massacrare 14 civili fra i 70 ed i 90 anni. Si tratta di quella che è ricordata come la battaglia di Rigutino, che terminò con il ripiegamento dei polacchi verso San Giuliano e quindi verso i territori ancora occupati dai francesi, evitando Arezzo.

Gli aretini, vedendo quella che a loro sembrò una fuga di più di 4.000 veterani, incominciarono a credere di essere invincibili perché protetti dalla loro Patrona, la Madonna del Conforto. Da quel momento presero coraggio ed iniziarono a liberare tutti i paesi e le città vicine, spingendosi successivamente in direzione delle Marche, dell'Umbria e del Lazio, conseguendo numerosi successi: il 13 luglio cadrà la fortezza di San Leo; il 3 agosto capitolerà Perugia.

La notizia della vittoria sui polacchi si diffuse in tutta la Toscana. Un gran numero di volontari si arruolò nell’esercito aretino che arrivò a contare 50.000 effettivi. Questo esercito, che prese il nome di Armata Aretina, cominciò ad attaccare i francesi presenti nel territorio del Granducato.

Così Arezzo venne lasciata libera e l’insurrezione potè espandersi grazie anche all’appoggio degli austro-russi, che inviano l’alfiere Karl Schneider von Arno (1777-1846) ad assumere il comando degl’insorti. L'esercito cambiò nome: diviene Austro-Aretino e poi Austro-Russo-Aretino.

vivamaria 06  vivamaria 05

In giugno si sollevano le comunità della Valdichiana, del Valdarno e del Casentino, che si pongono alle dipendenze della Suprema Deputazione di Arezzo, la quale assume di fatto la veste di governo provvisorio della Toscana nel nome di Ferdinando III. Le truppe della coalizione, forte di almeno trentamila uomini, penetrano nel Senese e, attraverso l’alta valle del Tevere, nel territorio pontificio, fino a Città di Castello.

La vittoria ottenuta presso il fiume Trebbia, fra il 15 e il 17 giugno, dalle truppe austro-russe del generale principe Aleksandr Vasilevic Suvarov (1729-1800) nei confronti di Jacques-Étienne-Joseph-Alexandre Macdonald (1765-1840), comandante dell’Armée de Naples, accresce ulteriormente le fortune degli aretini, a cui si unisce il cavalier William Frederic Wyndham (1763-1828), diplomatico inglese presso la Corte granducale.

Nel pomeriggio del 7 luglio circa tremila insorti, guidati da Wyndham e Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana divenuto comandante degl’insorgenti di Montevarchi, fanno il loro ingresso in Firenze, preceduti da un frate zoccolante con una grande croce. A essi si aggiungono altri reparti aretini provenienti da Pontassieve e alcuni squadroni di cavalleria austro-russa. Gli austriaci, intervenuti in forze il giorno 20, assumono progressivamente il controllo dei centri occupati dagl’insorti, con i quali nascono presto non pochi attriti.

viva maria 10Fra i personaggi fiorentini subito tradotti in carcere dai contro-rivoluzionari vi è pure mons. Scipione de’ Ricci (1741-1810), vescovo di Pistoia e di Prato, il maggior esponente del giansenismo italiano.
Anche nella Toscana Occidentale i francesi e i giacobini locali vengono ovunque battuti. Il 17 luglio le truppe rivoluzionarie sgombrano Livorno, mentre in Maremma i contingenti di Volterra, guidati dai fratelli Curzio e Marcello Inghirami, cacciano i francesi e risollevano le insegne granducali.

Dopo alcuni giorni di assedio, gli aretini, insieme a reparti dell’area del Trasimeno e dell’alta valle del Tevere, entrano a Perugia nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e il 31 si arrende anche l’ultimo baluardo giacobino in città, cioè la Rocca Paolina.

Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell’insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato e la Suprema Deputazione continua a governare il paese anche dopo che il sovrano ha affidato in sua assenza il governo della Toscana al Senato fiorentino dei Quarantotto. Nella conflittualità insorta con il Senato, titolare del potere legale, la Deputazione ha, in un primo momento, la meglio, mantenendo il controllo del territorio e riorganizzando le proprie bande e quelle delle città alleate in un’"armata austro-aretina", che insegue l’esercito francese nello Stato Pontificio, dove libera Todi, Assisi, Foligno, Spoleto e Orvieto, giungendo fino alle porte di Roma. L’inevitabile esaurimento dell’azione militare, a seguito della ritirata generale dei francesi dall’Italia Centrale, finisce per togliere alla Deputazione le ragioni della sua forza, consentendo al Senato fiorentino di procedere allo scioglimento prima dell’armata e poi della stessa Deputazione.
Dietro il governo granducale, l’Austria assume il controllo della Toscana, reprimendo duramente tutte le attività giacobine, ma anche emarginando progressivamente gl’insorgenti.

IL TRISTE, MA GLORIOSO EPILOGO

Un motu proprio sovrano del 16 febbraio 1800 riconosce i meriti degli aretini e concede loro numerosi benefici, ma, quando i francesi tornano in forze in Italia nel maggio del 1800, dopo la vittoria napoleonica di Marengo, in Lombardia, la difesa del Granducato è affidata all’inetto generale Annibale Sommariva (1755-1829), che presiede la reggenza nominata dal granduca e che fugge ingloriosamente prima da Firenze e poi da Arezzo.

La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell’anno precedente, risulta vana. La vendetta francese fu terribile - quattro giorni di saccheggio ininterrotto e 40 cittadini uccisi. La città conobbe un fortissimo declino economico e solo nel 1814 riacquistò la libertà, assieme alla Toscana, con la restaurazione di Ferdinando III Lorena.

La Madonna del Conforto fu solennemente riportata nella cattedrale dopo l’esilio forzato imposto dai francesi, Mari e gli altri tornarono in auge, i «giacobini» dovettero di nuovo fare buon viso a cattivo gioco, salvo passare molte delle loro idee rivoluzionarie ai patrioti che dettero vita al Risorgimento, mentre ognuno narrò la propria versione dell’insurrezione.

vivamaria 08 

Storia vecchia, sepolta? Macchè

viva maria oggiLo sanno bene ad Arezzo che da anni litiga per una piazza ai «Viva Maria!».

L’intitolazione concessa dall'amministrazione di centrodestra nel 2001 su richiesta del vescovo Gualtiero Bassetti, arrivata per celebrare i 200 anni della Provincia e «l’insurrezione popolare », è stata revocata nel 2007 dalla giunta di centrosinistra (con tanto di targa smurata e depositata presso l’archivio storico del Comune) perché «aveva determinato divisioni nella cittadinanza e nell’opinione pubblica e osservazioni critiche delle comunità ebraiche». 

La Madonna del Conforto era però la sacra e "miracolosa" immaginetta che il Viva Maria aveva issato sulle proprie bandiere.

Risultato, oggi la piazzetta a due passi dalla casa di Petrarca è intitolata alla Madonna del Conforto. Con un compromesso che non ha accontentato nessuno.

LA POLEMICA DELL'ANTISEMITISMO

Oggi le critiche osservazioni antisemite, che furono fatte nei confronti dei moti del "Viva Maria", sembrano infondate. 
Quando si parla di «Viva Maria» aretino sarebbe giocoforza affrontare il rapporto fra l'insurrezione e gli ebrei, in particolare a Siena e a Monte San Savino dove all'epoca risiedeva una consistente comunità che subì in prima persona le conseguenze di un periodo di grandi sconvolgimenti e di forti passioni.
Nel 1799 tutti gli ebrei di Monte San Savino abbandonarono il paese e - di fatto - non vi fecero più ritorno, mentre a Siena si verificarono i fatti più gravi con 13 persone uccise, di cui alcune bruciate in piazza del Campo. I detrattori del «Viva Maria» partono da questi fatti per accusare il movimento di una forte connotazione antisemita; altri invece sostengono che non si può ridurre un fenomeno complesso come l'insorgenza ad un «pogrom» antiebraico e che gli eccessi e le violenze siano stati il frutto dell'azione di singoli o di gruppi che poco avevano a che fare con gli scopi del moto popolare.

E comunque approfonditi studi dei fatti accaduti a Siena portano ad altre differenti conclusioni: Non furono gli Aretini a perpetrare gli atti antisemiti! 

"Siena fu l’unica città della Toscana che accolse con un certo ottimismo l’arrivo dei francesi. Perfino l’Arcivescovo Zondadari partecipò, con la coccarda tricolore, all’innalzamento dell’albero della libertà. In due mesi la ricca città venne spogliata dei suoi beni; tutto quanto era trasportabile fu portato via: tonnellate di denaro pubblico e privato, argenteria delle Chiese, etc. Il grano salì a 12 lire lo staio, cifra per la quale Arezzo il 18 aprile 1795 era insorta contro Firenze.
Alle speranze iniziali in Siena subentrò perciò la più profonda delusione e un grande risentimento contro la nuova amministrazione, che i francesi avevano affidato al Commissario Abram, un ebreo di origine francese. Più apertamente che altrove qui gli ebrei parteggiarono per i nuovi arrivati, e i francesi favorirono apertamente gli ebrei anche a discapito dei cristiani.
Lo affermano con tutta chiarezza i popolani che assaltarono il Ghetto, come motivazione del loro gesto: «La nazione ebrea la quale è notorio ricevesse dai Francesi in occasione della loro invasione delle distinzioni e parzialità superiori a molti meritevoli soggetti cattolici» (14).
Tutti gli inquisiti e i condannati per l’assalto al Ghetto ebraico furono senesi, chiamati anche con il loro soprannome, «specialmente un certo giovinotto di capello rosso che fu quello che con l’accetta atterrò la porta» di una casa del Ghetto: era Lorenzo Regoli, detto il Rosso; insieme a lui c’era Luigi Guerrini ed altri popolani (15). I nomi dei condannati sono, oltre ai già nominati, Assunto Provedi, Pietro Trinci, che uccise due ebrei, Servi Isacco, Moranti Giovanni, ecc., tutti senesi. I fatti avvennero «nell’occasione dell’ingresso in questa stessa città delle Truppe Aretine» (16).
La plebaglia approfittò della confusione e della fuga dei francesi in Fortezza per vendicarsi, assaltando il Ghetto al grido di «soldi, soldi, quattrini, quattrini» (e non «Viva Maria» !!!).
I capitani aretini, accortisi di quanto stava succedendo, «misero sentinelle al ghetto» per evitare ulteriori crimini (17) e si cercò perfino di recuperare la refurtiva per restituirla ai danneggiati (18); refurtiva che fu trovata anche ad Asciano."

  • (Note)
  • (14) Archivio di Stato di Siena, Governatore, 309, n. 4; novembre 1799.
  • (15) ASS, Capitano di Giustizia, 284, n. 48
  • (16) ASS, Governatore, n. 19.
  • (17) ASS, Governatore, 284, n. 48.

 La menzognera targa posta accanto alla sinagoga di Siena

vivamaria lapide-in-salicotto

I documenti confermano che non fu responsabilità del Viva Maria, dove pare che tra l'altro gli ebrei bruciati dai senesi furono quattro e non tredici.

 

 


 

IL MIRACOLO DELLA MADONNA DEL CONFORTO

vivamaria 11 

Nella seconda metà del 1700 si registrano numerosi terremoti un po’ ovunque: in Spagna, in Persia, ecc. ed anche in Italia. Il 3 giugno 1781 un tremendo terremoto devasta diversi paesi delle Marche, dell’Umbria, della Romagna e della Toscana, provocando centinaia di vittime; nel 1783 un altro terremoto colpisce Messina. È spiegabile pertanto l’atmosfera di paura e di terrore che si crea in Arezzo, ed in tutta la Toscana, quando il 1° febbraio del 1796, in piena euforia per il carnevale, si avvertono le prime scosse che si ripetono con insistenza, anche se con intensità diversa, nei giorni successivi: dal 1° al 10 febbraio sono registrate oltre 30 scosse. Inoltre, secondo la relazione dell’Abate Angelucci, si verificano altri fenomeni tellurici e terrestri: rombi paurosi, bagliori di fuoco nella notte, nubi minacciose, intorbidimento delle acque dell’Arno. Tutto questo fa presagire gravi disastri e crea un tormentoso stato di paura.1 Gli Aretini, riconoscendo nel terremoto un giusto castigo di Dio per i loro peccati, ed un amoroso richiamo ad una vita migliore, indicono processioni penitenziali con le reliquie dei Santi Patroni della Città, affollano le Chiese ed i Confessionali e, pieni di fede e di speranza, iniziando la Quaresima, intensificano penitenze e digiuni.

Presso la Porta di S. Clemente esisteva un Ospizio dei Padri Camaldolesi, detto Ospizio della Grancia, una specie di fattoria di Camaldoli, dove, in una cantina, i Padri facevano vendere il vino al minuto per favorire i meno facoltosi. In quella cantina vi era pure un fornello sul quale si accendeva il fuoco in tempo di vendemmia e in certe giornate invernali per scaldarsi e per cuocere qualcosa. È facile immaginare quanto fossero anneriti dal fumo i muri ed il soffitto! Quasi perpendicolarmente sopra il fornello era murato un quadretto di terracotta invetriata, rappresentante la Madonna a mezzo busto, con la scritta in basso “Sancta Maria, ora pro nobis”. L’Immagine era tutta annerita dal fumo, dalla polvere, dai vapori umidi del focolare e dal sudicio lasciatovi dagli insetti; contribuiva ad accrescere il fumo una piccola lampada ad olio, posta sulla mensola sottostante, che ogni sera veniva devotamente accesa.
L’Immagine raffigurava la Madonna di Provenzano, di origine senese, così chiamata perché collocata da S. Caterina Benincasa sul muro di una casupola sorta sui resti del castello dell’eroe Provenzano Salvani, signore di Siena, morto nella battaglia di Colle Val d’Elsa (11 giugno 1269) e ricordato con lode da Dante nel Purgatorio (Purg. XI, 121-138). Era una Pietà, la Madonna con in grembo Gesù deposto dalla croce. Nel 1552, durante l’occupazione spagnola di Siena, un soldataccio colpì la terracotta con un’archibugiata: rimase intatta solo la parte superiore della Madonna, il busto ed il viso. La devozione per quei poveri resti fu immensa; immagini policrome di essa si diffusero ovunque ed una giunse anche nell’Ospizio di Arezzo.
Il 15 febbraio del 1796, lunedì dopo la prima Domenica di Quaresima, alle tre del mattino, una nuova scossa di terremoto riaccende la paura, tanto che da ogni parte della città si fanno tristi presagi, quasi sia imminente la distruzione di Arezzo.
Sull’imbrunire, tre artigiani, certi Antonio Tanti, Giuseppe Brandini e Antonio Scarpini, si trovano nella cantina dell’Ospizio per comprare vino, e, davanti a quella Immagine annerita, conversano sui dolorosi fatti del giorno e dei tristi presagi per l’avvenire. Ad un tratto il Tanti esce in questa esclamazione: “Santissima Vergine, questa vorrà essere una brutta nottata!”.
E lo Scarpini continua: “Santissima Vergine, tante volte vi avrò bestemmiato, vi avremo bestemmiato tutti. Vi chiediamo perdono per amor di Dio”.
Allora Domitilla, la cantiniera, li esorta alla preghiera ed alla fiducia nella Madonna. Mentre si dispongono a pregare, il Tanti dice: “Voglio accendere il lume alla Gran Madre di Dio. L’ho acceso altre sere, lo voglio accendere anche questa sera”.
Acceso il lume e postolo sotto l’Immagine della Madonna, tutti in ginocchio iniziano la recita delle Litanie. Ad un tratto, alle prime invocazioni, uno di essi alza lo sguardo e nota che l’Immagine sta cambiando colore: dal giallo-nero da cui era ricoperta, diventa bianca e lucente. Sorpreso e commosso grida: “Guardate, guardate, la Madonna cambia colore!”.

Tutti fissano gli sguardi sull’Immagine, si alzano in piedi e constatano con stupore che la Madonna è diventata bianca come la neve, e lucente come se sul petto avesse rubini e diamanti. Tolgono il lume dalla mensola per accertarsi che non si tratti del suo riflesso, ma constatano che l’Immagine è realmente candida e lucente. Da quel momento le scosse del terremoto non si avvertono più. Profondamente commossi, piangono di riconoscenza verso la Madonna che ha voluto confortare tutti gli abitanti di Arezzo liberandoli dal flagello del terremoto.

La notizia si diffonde in un baleno, ed una folla immensa si riversa all’Ospizio, desiderosa di vedere, di sapere, di toccare; tutti piangono, tutti pregano, e le vie della città riecheggiano non più di lamenti e di grida di paura, ma di canti di lode e di ringraziamento. Il vescovo, Mons. Niccolò Marcacci, dopo un primo momento di prudente incertezza, spinto da interno impulso, viene, accompagnato da alcuni canonici, all’Ospizio della Grancia a constatare il prodigio, dispone che l’Immagine sia portata solennemente nella Cattedrale della Città, ed istituisce un regolare processo canonico per accertare ogni verità sul fatto avvenuto. Inizia subito un movimento incessante di popolo verso la Cattedrale che, pur ampia, spesso si rivela insufficiente ad accogliere tanti fedeli che ringraziano ed invocano la Madonna. Quella sera stessa, in segno di contentezza e di gratitudine, viene improvvisata una grande luminaria di tutta la Città.

Ben presto però un terremoto di altro genere sconvolge Arezzo e richiede nuovamente l’intervento della Madonna del Conforto. Ai primi di Aprile di quello stesso anno, l’esercito francese, guidato dal capitano Lauvergne, dopo aver imposto alle città dell’Italia del nord i principi rivoluzionari contrari alla Religione ed alla Chiesa, occupa Arezzo. La mattina del 6 Maggio tutta la Città di Arezzo insorge al grido di “Viva Maria!”: viene abbattuto l’albero della libertà, ed al suo posto è innalzata una grande croce, sono liberati i prigionieri, arrestati i giacobini, la città si adorna di bandiere toscane, pontificie ed austriache, mentre le campane suonano a martello per invitare tutti alla controrivoluzione. I Francesi tentano una formale resistenza, ma dopo un breve scambio di fucilate, che procurano due morti e numerosi feriti, abbandonano velocemente la città. Dopo una cerimonia ed una solenne processione di ringraziamento, si costituisce un vero esercito, che giungerà a contare circa 38.000 uomini e porterà soccorso alle tante città che, l’una dopo l’altra, insorgeranno contro i Francesi, in difesa dei principi cristiani. Le bandiere e le scritte inneggiano alla Vergine del Conforto, proclamata ufficialmente “Generalissima dell’Armata”.

Don Mario Morra