Quartiere di Porta Crucifera

Il nostro Emblema

Spesso capita ad ognuno di noi di finire per discutere sulla giusta araldica del nostro emblema e proprio per questo motivo, con questo articolo, vorrei esporvi tutte le informazioni che sono riuscito a trovare sulla sua storia. Come tutti ben sanno, la “riesumazione” della giostra avviene nel 1931, comportando la rinascita dei quartieri dell’Arezzo medievale e non avendo certezze alcune su quali fossero le loro originarie insegne, si passa ad una vera e propria invenzione, soprattutto in alcuni di essi. La prima giostra fummo contraddistinti dai colori bianco-verde, con tanto di croce di Sant’Andrea a rappresentarci.

Fortunatamente, con le tante modifiche dell’anno successivo e con il sopperimento del Rione Centro o Porta Burgi, cediamo al nuovo nato Quartiere di porta Sant’Andrea il loro attuale stemma e i colori, ricevendo il nostro amato bipartito rosso-verde con al centro la Pieve e due torri oro (questa visione riprende in modo assai più sintetico la visione di Arezzo nel medioevo ideata da Ascanio Aretini nel 1927 per il Quartus Sanctae Plebis). All’araldica già esistente vengono aggiunti tre colli sormontati dalla croce, d’oro anch’essi, ripresi da uno stemma presente nell’angolo esterno della chiesa di Santa Croce prima del suo bombardamento. La nostra insegna è detta anche “parlante”, perché riferita sia alla posizione elevata, sia al colle sormontato dalla croce, detto “crucifero”. Dal 1932 gli emblemi dei quattro quartieri sono rimasti gli stessi, ma a differenza degli altri, nel 1962 arriva in Colcitrone una lettera col marchio dei Savoia, che tutt’ora ci permette di esporre la “corona reale”, d’oro, in testa allo scudo e il “nodo sabaudo”, d’azzurro, in punta. Questo attaccamento della real Casa verso il nostro quartiere credo debba essere ricollegato alla Giostra del 1938, che vide come ospite il re Umberto I e la moglie, i quali salutarono il popolo affacciandosi dalla finestra di palazzo Cavallo, finestra abbellita dal nostro arazzo e leggenda vuole che, grazie a questo fatto, la lancia arrivò in palazzo Alberti.
Riccardo Pastorini