Quartiere di Porta Crucifera
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Grandi di Arezzo

La terra di Arezzo è stata culla di molti dei grandi della storia dell'umanità. Da Michelangelo Buonarroti a Francesco Petrarca, da Guido Monaco a Piero della Francesca.

Nel palazzo della provincia è possibile ammirare l'affresco dei "Grandi"

La sala dei Grandi

Affresco nella sala dei grandi di De Carolis

da sinistra: Gaio Cilnio Mecenate, Guido Monaco, Guglielmino degli Ubertini, Margaritone d'Arezzo, Fra Guittone, Santa Margherita da Cortona, Francesco Petrarca, Spinello Aretino, Masaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Piero della Francesca, Cristoforo Landino, Mino da Fiesole, Luca Signorelli, Michelangelo Buonarroti, Andrea Sansovino, Bernardo Dovizi, Giorgio Vasari, Papa Giulio III, Pietro Aretino, Benedetto Varchi, Andrea Cesalpino, Pietro Berrettini, Alessandro dal Borro, Francesco Redi, Bernardo Tanucci, Vittorio Fossombroni, Pietro Benvenuti

I° SECOLO a.C.

g 1_mecenateGaio Cilnio Mecenate
Il suo nome è sinonimo di colui che proteggendo artisti, letterati e intellettuali contribuisce al fiorire dell'arte: Gaio Cilinio Mecenate, nato nel 70 a.C. ad Arezzo, si trovò a consigliare le scelte politiche dell'imperatore Augusto, favorendo appunto lo sviluppo di cultura e arte nell'ambito dell'impero romano.

I° SECOLO d.C.

g 2_perennioMarco Perennio
Considerato uno tra i più grandi vasai aretini dell'epoca antica, diresse nella sua fabbrica operai quali Cerdone, Niceforo, Filemone, Tigrane e Bargate (quest'ultimi, poi, produssero vasi per conto proprio). Introdusse le decorazioni a rilievo per i vasi più grandi e riprodusse scene con raffigurazioni mitologiche, ma anche di vita quotidiana (simposio). Prediligeva figurazioni a fregio continuo.
 

III° SECOLO d.C.

g 3_lorentinoSan Lorentino e San Pergentino
Insieme al fratello Pergentino fu decapitato sotto la persecuzione cristiana ordinata dall'imperatore romano Decio nel 250. La festa dei due Santi, ricordati nel Martirologio geronimiano, viene celebrata il 3 giugno. I SS. Lorentino e Pergentino sono oggi protettori della città di Arezzo e del Quartiere di Porta del Foro, partecipante alla locale Giostra del Saracino, nel cui territorio sorge la chiesa ad essi dedicata.
 

VI° SECOLO d.C.

g 4_sandonatoSan Donato d'Arezzo
Fu il secondo vescovo di Arezzo (a quanto risulta dai dittici conservati nell'archivio capitolare della città); è venerato come santo martire dalla Chiesa cattolica.
Notizie della sua vita sono riportate nel Martirologio Geronimiano (risalente al V secolo), in una Passio Donati del VI secolo, in varie altre Passiones, agiografie di origine medievale, di attendibilità discussa, e nella Cronaca dei custodi, documento del XI secolo.
La sua opera di evangelizzazione fu molto proficua. Ordinato vescovo dal Papa, succedette a Satiro nella guida della Chiesa aretina e continuò nella sua opera pastorale, coadiuvato dal diacono Antimo.
Le notizie di origine più antica non parlano di un suo martirio e gli viene attribuito il titolo di vescovo e confessore.
Più tardi gli venne attribuito un martirio, inflittogli dal prefetto di Arezzo, Quadraziano, mediante decapitazione. Il martirio sarebbe avvenuto secondo alcuni sotto l'imperatore Giuliano, nel 362. Secondo altri sarebbe avvenuto addirittura nel 304, sotto Diocleziano. Il giorno in cui, secondo la tradizione, avvenne la sua morte, è il 7 agosto.
Il vescovo Gelasio, suo successore, fece costruire una “memoria” nel luogo della sua tomba, nel colle del Pionta, dove sorse la prima cattedrale di Arezzo. Il corpo di San Donato è invece conservato e venerato nell'omonima chiesa di Castiglione Messer Raimondo, in provincia di Teramo.
Nel 1384, il capitano di ventura francese Enguerrand de Coucy espugnò e depredò Arezzo. Poi valicò l'Appennino, recando con sé, tra l'altro, la preziosa reliquia della testa di San Donato, patrono di Arezzo. Alla sua venuta a Forlì, Sinibaldo Ordelaffi, il Signore di quella città, riscattò la reliquia, che tenne con grande venerazione fino a che essa fu restituita agli aretini.

X° SECOLO d.C.

g 5_guidomonacoGuido Monaco
Guido d'Arezzo, meglio conosciuto come Guido Monaco è nato intorno agli anni 990 e 100, a lui è dovuta la grande rivoluzione musicale. Fu infatti Guido, monaco prima benedettino e poi camaldolese, l'introduttore delle note musicali: Ut Re Mi Fa Sol La Si.
Fu monaco benedettino e curò l'insegnamento della musica. Appassionato inventore di un sistema moderno che facilitasse la lettura ed il canto, aveva ideato un metodo completamente nuovo per insegnarla, suscitò invidie ma trovò protezione presso il vescovo di Arezzo Tedaldo (o Teodaldo), a cui dedicò uno dei suoi scritti: il Micrologo.
Ad Arezzo, fra il 1025 e il 1035, insegnò la musica e il canto per la Cattedrale. Ebbe modo di proseguire gli studi e giunse alla definizione della notazione musicale. Questa invenzione rivoluzionò il modo di insegnare, di comporre e tramandare la musica.
 

XIII° SECOLO d.C.

g 6_ristoroRistoro d'Arezzo
Fu uno scrittore cosmografo italiano del XIII secolo autore della prima opera scritta in volgare di carattere astronomico-geografico.
Di Restoro d'Arezzo, non abbiamo fonti sicure per poter attingere alla sua vita ma sappiamo che scrisse un trattato enciclopedico intitolato "La composizione del mondo colle sue cascioni" in cui dimostra di conoscere in modo approfondito le teorie di Aristotele, di Tolomeo, di Averroè, di Avicenna e il contenuto del De sphera di Sacrobosco.
Sappiamo dall'explicit della sua opera che il trattato venne scritto nel 1282 con tutta probabilità nell'ambito aretino e, dai pochi accenni autobiografici contenuti nell'opera, si è ipotizzato che fosse un orefice e un disegnatore, che avesse scritto il trattato in età avanzata e che appartenesse al clero.
La composizione del mondo è strutturata in due libri composti rispettivamente da 24 e da 94 capitoli.
Nel primo libro l'autore descrive il macrocosmo e il microcosmo con acuto spirito d'osservazione, mentre nel secondo, che è suddiviso in otto "distinzioni", egli discute dei fenomeni e delle cause.
Il codice più antico e maggiormente fedele dal punto di vista linguistico all'opera originale è il Ricciardiano 2164.
Le teorie di Restoro vengono messe in discussione da Dante nel suo trattato scientifico Quaestio de acqua et terra letta a Verona davanti al clero nel gennaio del 1320 nel quale egli, per confutare un passo di Aristotele, sostiene la tesi che nel globo le terre emerse sono più alte delle acque.

g 7_margheritaSanta Margherita da Cortona 
Di S.Margherita da Cortona ricordiamo i colloqui mistici per i quali fu canonizzata nel 1728. Visse al tempo delle crociate e si prodigò nella cura del malati per i quali fondò un ospedale. La laggenda narra che il fratello, di ritorno dalle crociate si sia imbattuto in un naufragio dal quale si salvò grazie alla ciocca di capelli della bellissima sorella che portava sempre con se.
Di umili origini, venne battezzata presso l'antica pieve di Pozzuolo Umbro, dove attualmente sorge la chiesa dei Santi Pietro e Paolo: rimase presto orfana di madre e dall'età di diciassette anni visse come concubina con un nobile di Montepulciano, Raniero (anagramma di Arsenio) dei Pecora, signori di Valiano, dal quale ebbe anche un figlio.
Nel 1273 Raniero, durante una battuta di caccia in una delle sue proprietà di Petrignano del Lago, venne aggredito e assassinato da un gruppo di briganti. Secondo la tradizione, il suo fedele cane condusse Margherita al ritrovamento del cadavere sfigurato di Raniero.
Scacciata col figlio dai famigliari dell'amante, rifiutata dal padre e dalla sua nuova moglie, si pentì della sua vita e si convertì. Si avvicinò ai francescani di Cortona, in particolare ai frati Giovanni da Castiglione e Giunta Bevegnati, suoi direttori spirituali e poi biografi: affidò la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel 1277 divenne terziaria e oblata francescana, dedicandosi esclusivamente alla preghiera ed alle opere di carità. La sua spiritualità pone attenzione particolare alla Passione di Cristo, in linea con quanto vissero Francesco d'Assisi, Angela da Foligno e più tardi Camilla da Varano, ossia la clarissa sr. Battista.Diede vita ad una congregazione di terziarie, dette le Poverelle; fondò nel 1278 un ospedale presso la chiesa di San Basilio e formò la Confraternita di Santa Maria della Misericordia, per le dame che intendevano assistere i poveri ed i malati.Donna mistica, ma anche di azione, coraggiosa, ricercata per consiglio, fu attenta alla vita pubblica e, nelle contese tra guelfi e ghibellini, fu operatrice di pace.

g 8_guglielminoGuglielmino degli Ubertini
Guglielmino degli Ubertini, vissuto nella seconda metà del 1200, fu vescovo di Arezzo ma anche nobile condottiero. Proveniva dalla nobile famiglia degli Ubertini e si assicurò seguendo la linea politica ghibellina la libertà di Arezzo fino alla battaglia di Campaldino che vide la sua morte sul campo di battaglia.
Fu il cinquantanovesimo vescovo di Arezzo e resse la diocesi e la città fra il 1248 e il 1289. Proveniva da una nobile famiglia che l'aveva indirizzato alla carriera ecclesiastica. Quando fu eletto Vescovo era arcidiacono della Cattedrale. Non trascurò la cura pastorale della città: pose fine, ad esempio, al dissidio che divideva i canonici della Pieve e quelli della Cattedrale, dette un impulso decisivo allo sviluppo dell'Ospedale di Santa Maria del Ponte, approvò l'istituzione della Fraternita di Santa Maria della Misericordia (che poi fu detta più tardi Fraternità dei Laici). Effettuò anche una visita pastorale a tutta la Diocesi. Partecipò al secondo Concilio di Lione e accolse ad Arezzo il papa Gregorio X stanco e ammalato mentre stava tornando a Roma da quel Concilio. Il Papa morì in città dove si tenne anche il conclave. Una donazione del Papa determinò l'inizio della costruzione della "nuova" Cattedrale: un edificio in stile gotico costruito all'interno della cinta muraria, a differenza del "Duomo Vecchio". Fece costruire anche l'attuale palazzo vescovile. Fu comunque anche uomo politico e condottiero che non disdegnò l'uso della forza. Fece chiudere un dissidio con il monastero di Camaldoli facendo bastonare i monaci dai suoi soldati attirandosi la censura del Papa. Scelse la parte ghibellina molto probabilmente per tentare di mantenere l'indipendenza di Arezzo e non per reale convinzione politica. Ormai in età avanzata guidò l'esercito ghibellino alla battaglia di Campaldino ove fu sconfitto e perse la vita sabato 11 giugno 1289 per un colpo di picca alla testa. I suoi resti mortali, raccolti sul campo di battaglia, furono sepolti, assieme a quelli di suo nipote, anch'egli morto in battaglia, nella vicina chiesa di Certomondo, ai piedi del castello di Poppi ed ivi ritrovati nel 2008 ed a lui attribuiti tramite accurati esami scientifici (radiocarbonio, DNA, esame antropometrico). L'11 giugno 2008, settecentodiciannovesimo anniversario della battaglia, al termine di una suggestiva cerimonia di suffragio, celebrata nel Duomo di Arezzo dal vescovo Gualtiero Bassetti, al corpo di Guglielmino è stata finalmente data l'estrema dimora in quella cattedrale che lui stesso aveva fondato oltre 7 secoli prima.

g 9_guittoneFra Guittone d'Arezzo
Fra Guittone fu poeta e visse anch'egli nella seconda metà del XIII secolo. Scrisse lettere in prosa, e seguì la linea letteraria dei trovatori scrivendo in volgare. 
Dalle sue opere, e specialmente dalla lettura delle sue lettere, emerge il quadro di una personalità forte e di grande cultura. Nonostante le dure critiche poi mossegli da Dante, le conoscenze e gli studi di Guittone erano di alto livello. In particolare, la sua produzione dimostra che Guittone aveva una approfondita conoscenza della lirica siciliana e che padroneggiava in modo straordinario anche quella trobadorica. Lo stesso tipico, programmatico virtuosismo dell'aretino non sarebbe pensabile senza una vasta cognizione letteraria.
Il canzoniere di Guittone è particolarmente ricco; il corpus conta infatti 50 canzoni e 251 sonetti, conservati nei manoscritti italiani delle origini e di cui il codice Laurenziano Rediano 9, che riunisce rime d'amore e canzoni politiche, costituisce il testimone più importante. Alcuni componimenti di cui non è pervenuta una testimonianza manoscritta sono noti attraverso la Giuntina di Rime antiche. Celebre è il planh ("lamento") Ahi lasso, or è stagion de doler tanto sulla battaglia di Montaperti nel 1260. Il codice Laurenziano conserva la nota corona di sonetti amorosi di Guittone, legati tra loro da uno sviluppo macrotestuale (che anticipa per alcuni aspetti la struttura del Canzoniere petrarchesco) e da elementi microtestuali, quali riprese rimiche, allitterazioni e altre figure retoriche, ereditate in gran parte dalla tradizione trobadorica.

g 10_margaritoneMargaritone d'Arezzo
Margarito d'Arezzo, nato intorno al 1235, eccelse invece nell'arte della pittura di stile bizantineggiente. Troviamo le sue opere ad Arezzo come nei più importanti musei europei.
Si trova citato solo in un documento del 1262, che è l'unica notizia sulla sua biografia, ma molte delle sue opere sono firmate. Talvolta si ipotizza (ad esempio lo stesso Roberto Longhi) anche una sua attività precedente alla metà del secolo, cosa che renderebbe estremamente importante la sua produzione. Altri invece, come ad esempio si evince dal primo paragrafo della Vita del Vasari, posizionerebbero la sua attività a dopo il 1260. Al riguardo, il Vasari scrisse "E, fra gli uomini che alla greca lavoravano, era tenuto eccellente Margaritone Aretino". Sicuramente nel periodo in cui visse, fu un artista apprezzato ed ebbe modo di lavorare sia ad Arezzo che nelle zone limitrofe. Forse l'opera più emblematica è la Madonna col Bambino di Santa Maria a Montelungo (1250?) dipinta su tavola e conservata al Museo statale d'arte medievale e moderna di Arezzo. La tavola segue una tipologia diffusa in area cristiano orientale, per esempio nella zona egiziana relativa al Monastero di Santa Caterina sul Sinai. Le due figure sono severamente frontali e bidimensionali, con il Bambino raffigurato come un dio infante, con tanto di scettro, che benedice ignorando il tenero gesto della madre che gli tocca il piedino. L'opera presenta un panneggio sofisticato ma privo di rilievo, con sfumature poco efficaci. In basso è firmata MARGARIT° DE ARITIO ME FEC[IT]. Tra le altre opere si cita Madonna col Bambino conservata in Santa Maria delle Vertighe, nella omonima località nei pressi di Monte San Savino. Vanno ricordate inoltre le opere architettoniche di Ancona: il Palazzo degli Anziani, la cupola del Duomo di Ancona e i bassorilievi esposti al museo civico F. Podesti che furono quasi tutti eseguiti intorno al 1270.

XIV° SECOLO d.C.

g 11_spinelloSpinello Aretino
Spinello Aretino fu tra i più grandi pittori che la nostra terra diede alla luce, lavorò in tutta la toscana, accompagnato spesso dal figlio Parri di Spinello, come nel caso degli affreschi nel Palazzo Pubblico di Siena. Fu il più alto rappresentante del medioevo pittorico aretino.
Fu Luca suo padre, orefice raffinato, che si trasferì in Arezzo dove Spinello crebbe "tanto inclinato da natura all'essere pittore, che quasi senza maestro, essendo ancor fanciullo, seppe quello che molti esercitati, sotto la disciplina d'ottimi maestri, non sanno". (Vasari). La sua formazione proviene comunque, oltre che dal fare nella bottega paterna, tramite Jacopo del Casentino (di cui fu discepolo) , da Taddeo Gaddi, uno dei principali seguaci di Giotto. Senza alcun dubbio fu un sentimento di amor patrio, un desiderio campanilistico di esaltare la città natia, che spinse il Vasari a dedicare una lunga biografia all’aretino Spinello, il quale avrebbe, a suo dire, “paragonato Giotto nel disegno ed avanzatolo di gran lunga nel colorito”; strano che proprio con questa premessa, una volta davanti al più alto raggiungimento del prediletto pittore, gli affreschi nella chiesa del Carmine, il Vasari non sapesse far di meglio che assegnarli a Giotto stesso.
A Firenze lavorò accanto al suo maestro nella chiesa del Carmine e in quella di Santa Maria Novella, mentre tra il 1360 ed il 1384 fu attivo soprattutto ad Arezzo, dove istoriò molti cicli pittorici ad affresco, purtroppo quasi tutti perduti. Resta la Crocifissione nel Duomo di Arezzo, vicina allo stile dell'Orcagna. Nel 1384 dopo il sacco della città tornò a Firenze, dove ebbe l'importante commissione delle Storie di San Benedetto nella sagrestia di San Miniato al Monte a Firenze (dipinte verso il 1387-1388), dove la composizione è giottesca, mentre la brillantezza dei colori riflette più l'arte contemporanea senese. Al 1390 circa risale il frammentario Matrimonio mistico di Santa Caterina d'Alessandria tra santi nella basilica di Santa Trinita a Firenze. Nel 1391-1392 dipinse sei affreschi, ancora esistenti, sul muro sud del Camposanto di Pisa con i Miracoli dei Santi Potito ed Efeso, per i quali ricevette un compenso di 270 monete d'oro. A quegli anni risale anche il Trittico della Madonna in trono e santi della Galleria dell'Accademia, mentre del decennio successivo è il Santo Stefano nello stesso museo. “Nei suoi ultimi anni lo Spinello addolcì alquanto il colorito ed il rilievo, risentendo di altre tendenze che gli premevano intorno.” (Toesca) Nella Storia di Alessandro, nel Palazzo Pubblico di Siena (1407-1408) dimostrò una vivace qualità narrativa nelle parti autografe, testimoniando la notevole maturità artistica nell'ultimo periodo della sua carriera o forse anche per l’in­fluenza dello spiritato ed estroso figlio Parri che vi collaborò. Le storie sono una rappresentazione della guerra di Federico Barbarossa contro la Repubblica di Venezia. Ma la cronologia spinelliana, ad onta delle numerose opere datate, è oltremodo incerta, e ciò non deve sorprendere in un pittore in cui le oscillazioni qualitative sono soprattutto in rela­zione all’importanza della commissione e che rimane, per tutto l’arco della sua attività, sempre fedele al medesimo ideale di aristocratica contenutezza, ad un mondo che già prelude a quello gelido ed astratto di Lorenzo Monaco, in cui si muovono paggi di un’eleganza composta, damigelle dolcemente raccolte, e dove anche i cavalieri nella mischia impugnano mollemente gli spadoni e gli assistenti ai miracoli stupiscono con moderazione e con gesti falcati. "In Santo Agostino d’Arezzo gli fu dato sepoltura, dove ancora oggi si vede una lapida con un’arme fatta a suo capriccio, dentrovi uno spinoso" (Vasari). Epitaffio: "SPINELLO ARRETINO PATRI OPT<IMO> PICTORIQVE SVAE AETATIS NOBILISS<IMO> CVIVS OPERA ET IPSI ET PATRIAE MAXIMO ORNAMENTO FVERVNT PII FILII NON SINE LACRIMIS POSS<VERVNT>."

g 12_petrarcaFrancesco Petrarca
Uno dei padri della letteratura mondiale, con il suo "Canzoniere" è Francesco Petrarca, che vide la luce ad Arezzo nel 1304. Entrò a far parte del clero, se pur il suo carattere fosse alquanto irrequieto. Egli infatti viaggiò molto e passò tutta la vita inseguendo la sua bella Laura.
Petrarca, nonostante si considerasse soprattutto, come tutti gli eruditi del suo tempo, un autore di lingua latina, svolse un ruolo essenziale per lo sviluppo della poesia italiana in volgare. L'opera lirica di Petrarca, come è stato sottolineato dalla critica, somma infatti in sé tutte le esperienze della poesia italiana delle origini, compiendo tuttavia una selezione dal punto di vista della metrica (stabilendo ad esempio precise regole sull'accentazione degli endecasillabi che all'epoca di Dante era ancora meno codificata) e negli argomenti (escludendo dal canone tematico gli elementi goliardici e realistici che nel Duecento erano stati presenti e che continuavano ad avere successo nel Trecento) che influenzò fortemente tutta la poesia a venire. Il fenomeno del petrarchismo costituisce uno dei capitoli più complessi nella storia delle tradizioni letterarie europee. 
Nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304, da Eletta Cangiani (o Canigiani) e dal notaio ser Pietro di ser Parenzo di ser Garzo dell'Incisa (soprannominato Ser Petracco, noto nei documenti come Petraccolus o Petrarca, da cui il cognome del figliolo). Ser Petracco apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi e fu amico di Dante Alighieri.

Uguccione della FaggiuolaUguccione della Faggiola
Capitano di ventura ed uomo politico, fu tra i protagonisti della vita politica e militare del Medio Evo in particolare all'interno delle vicende che contrassegnarono lo scontro tra papato ed impero. Nato a Casteldelci nel 1250, che all'epoca era sotto l'amministrazione di Massa Trabaria [2], al confine tra Romagna, Marche e Toscana, dopo aver tentato di diventare signore di Forlì (1297), contando sulle simpatie ghibelline della città, e dopo essere stato podestà e signore di Arezzo nel 1295 e poi ancora nel 1302 fu vicario del re Enrico VII di Lussemburgo a Genova tra il 1311 e il 1312, fu chiamato a Pisa nel 1313 per esercitarvi la signoria. Il 1315 segna l'anno del massimo fulgore della sua stella nel firmamento del Ghibellinismo toscano, è di quell'anno infatti la Battaglia di Montecatini il fatto d'arme che consolidò ed estese a tutta la penisola la sua fama di abile condottiero. Si trattava in sostanza di uno scontro impari, da una parte c'era Firenze, in quegli anni una delle città più ricche d'Italia e d'Europa alleata con molte altre città: Siena, Prato, Pistoia, Arezzo, Colle Val d'Elsa, Volterra, San Gimignano, ecc. ed anche con gli Angioini di Napoli. Dall'altra parte stava Pisa, città sostanzialmente in crisi dopo la Battaglia della Meloria e Lucca, città occupata militarmente dallo stesso Uguccione e quindi non del tutto affidabile. In questo contesto di debolezza Uguccione poteva tuttavia contare su un punto di forza rappresentato da un contingente di 1800 cavalieri tedeschi, mercenari che facevano parte delle truppe imperiali e che si posero al servizio di Pisa a suon di fiorini, ma anche animati da un odio profondo verso i Guelfi e gli Angioini. In seguito a questa vittoria per molti versi clamorosa ed inattesa Firenze fu abbandonata da gran parte delle città toscane che si affrettarono a chiedere e a ottenere la pace con Pisa, e riuscì a salvarsi solo grazie ad una ritrovata concordia interna. Nel 1316 i pisani cacciarono Uguccione perché stanchi dei suoi metodi autoritari e dell'esosità delle imposte richieste dalle esigenze militari, questo fatto lo costrinse a cercare rifugio presso Cangrande della Scala che lo fece podestà di Vicenza con questa autorità Uguccione represse duramente la rivolta guelfa del Maggio 1317. Durante il suo servizio per il signore di Verona egli guidò anche la guerra contro Brescia e Padova. Uguccione della Faggiola morì il 1º novembre 1319, il suo corpo fu portato da Vicenza a Verona per essere tumulato nella chiesa di Santa Anastasia.

Niccolò Aretino
Le note biografiche sull'artista sono molto scarse. Si sa che nel 1401 partecipò con Filippo Brunelleschi, Jacopo della Quercia, Francesco di Valdambrino, Niccolò di Piero Lamberti e Simone da Colle Val d'Elsa al concorso organizzato dall'Arte di Calimala per i rilievi della seconda porta del Battistero di San Giovanni di Firenze, vinto poi da Lorenzo Ghiberti.

XV° SECOLO d.C.

MasaccioMasaccio
Tra i nomi più importanti dell'intera arte italiana assume certamente un grande rilievo la figura di Masaccio. Masaccio rappresenta il motore propulsore dell'arte rinascimentale, fu infatti lui, in ambito pittorico, a mettere in atto sorprendenti novità quali la prospettiva e l'estrema naturalezza e fisicità delle figure.
Maso (Tommaso) di ser Giovanni di Simone (Mone) Cassai, detto Masaccio, nacque a Castel San Giovanni (odierna San Giovanni Valdarno) il 21 dicembre 1401, giorno di san Tommaso Apostolo, da ser Giovanni di Mone Cassai, notaio, e da Jacopa di Martinozzo. In due vivevano nella casa, ancora esistente a San Giovanni, del nonno paterno Simone, che era un prospero artigiano costruttore di casse lignee (da cui il cognome "Cassai") sia per uso domestico che commerciale. Il padre doveva essere stato incoraggiato sin da piccolo all'attività notarile, facendogli studiare latino e procedura legale, se già a vent'anni, l'età minima per la professione, prendeva l'abilitazione per l'ufficio di notaio. Nel 1406 il padre morì improvvisamente, a soli ventisette anni, e poco tempo dopo la moglie diede alla luce un secondo figlio, chiamato in onore dello scomparso padre, Giovanni, successivamente detto lo Scheggia, che intraprese anche lui la carriera di pittore. Qualche anno più tardi Monna Jacopa si risposò con Tedesco di Mastro Feo, un ricco speziale anch'esso vedovo e con due figlie. Il 17 agosto del 1417 morì Tedesco di Mastro Feo e Masaccio divenne il capofamiglia. Una delle sorellastre di Masaccio, nel 1421, sposò un pittore locale, Mariotto di Cristofano. Per quanto si possa conoscere oggi, Masaccio non seguì il tradizionale apprendistato in una bottega, che sarebbe dovuto iniziare a dodici anni. Forse praticò i primi rudimenti in questo campo nella bottega del nonno e a contatto con il cognato, che era più grande di lui di soli sette anni ed all'epoca era l'unico pittore accreditato a Castel San Giovanni. Mariotto viveva e lavorava a Firenze almeno dal gennaio del 1419, dove era iscritto all'arte dei Legnaioli: in quello stesso anno è documentato un suo dipinto perduto, un San Giovanni Gualberto per la chiesa di San Remigio.

Piero della FrancescaPiero della Francesca
Piero della Francesca è il personaggio di maggior vanto per Arezzo e provincia. Nacque a Borgo S.Sepolcro intorno al 1420 e ha regalato alla nostra terra capolavori di estrema bellezza, quali il ciclo di affreschi nella Chiesa di S.Francesco, la "Storia della vera Croce".
Tra le personalità più emblematiche del Rinascimento italiano, fu un esponente della seconda generazione di pittori-umanisti. Le sue opere sono mirabilmente sospese tra arte, geometria e un complesso sistema di lettura a più livelli, dove confluiscono complesse questioni teologiche, filosofiche e d'attualità. Riuscì ad armonizzare, nella vita quanto nelle opere, i valori intellettuali e spirituali del suo tempo, condensando molteplici influssi e mediando tra tradizione e modernità, tra religiosità e nuove affermazioni dell'Umanesimo, tra razionalità ed estetica. La sua opera fece da cerniera tra la prospettiva geometrica brunelleschiana, la plasticità di Masaccio, la luce altissima che schiarisce le ombre e intride i colori di Beato Angelico e Domenico Veneziano, la descrizione precisa e attenta alla realtà dei fiamminghi. Altre caratteristiche fondamentali della sua espressione poetica sono la semplificazione geometrica sia delle composizioni che dei volumi, l'immobilità cerimoniale dei gesti, l'attenzione alla verità umana. La sua attività può senz'altro essere caratterizzata come un processo che va dalla pratica pittorica, alla matematica e alla speculazione matematica astratta. La sua produzione artistica, caratterizzata dall'estremo rigore della ricerca prospettica, dalla plastica monumentalità delle figure, dall'uso in funzione espressiva della luce, influenzò nel profondo la pittura rinascimentale dell'Italia settentrionale e, in particolare, le scuole ferrarese e veneta.

Leonardo BruniLeonardo Bruni
Umanista di grande cultura, Leonardo Bruni si impegnò nella storiografia, traducendo opere di grandi scrittori greci e latini e riportando i fatti della sua epoca. Nacque ad Arezzo alla fine del 1300.



BraccioliniPoggio Bracciolini
Nato a Terranuova che da lui poi prese il nome di Terranuova Bracciolini, Poggio Bracciolini fu umanista e scrisse molti libri dedicati al popolo fiorentino. Fu introduttore della scrittura libraria detta "umanistica".


SansovinoAndrea Sansovino
Lo scultore Andrea Sansovino nacque a Monte San Savino nel 1467. Fu probabilmente allievo del Pollaiolo che lo introdusse nel panorama artistico fiorentino. Lavorò in Portogallo e a Roma, lasciando certo qualcosa di suo anche ad Arezzo.
Formatosi alla bottega di Antonio Pollaiolo ed, in seguito, del Cronaca, con il quale collaborò alla sagrestia ottagonale della chiesa di Santo Spirito a Firenze ed, in particolare, al vano dell'antisacrestia. Prime sue opere furono le due pale in terracotta invetriata in stile robbiano per la chiesa di Sant'Agata che era la sua parrocchia, poi demolita. Ora si trovano nella chiesa di Santa Chiara di Monte San Savino. Nel 1489 gli fu affidato per la chiesa di Santo Spirito l'altare del Santissimo Sacramento che eseguì per la famiglia Corbinelli: tale opera gli valse ammirazione e consenso tanto che fu scelto per essere inviato dalla corte medicea quale scultore e architetto in Portogallo, dove il re aveva richiesto artisti di valore rappresentanti il nuovo movimento rinascimentale che fioriva in Firenze. Tra il 1493 e il 1501 fu quindi in Portogallo, dove realizzò almeno due Madonne (Museo di Lisbona) ed un portale della cattedrale di Coimbra (la Puerta Speciosa). In quei nove anni certamente molte altre opere furono da lui eseguite, ma se ne hanno scarse notizie. Lavorò sicuramente a Belèm, a Sintra, a Lisbona.

Luca SignorelliLuca Signorelli
Luca Signorelli è un'altra punta di diamante nell'ambito artistico aretino. Proveniente da Cortona, ha lasciato nella sua città natia opere di mirabile bellezza. Si mosse nell'ambito del tardo rinascimento dando alle sue figure toni di potenza formale esaltati dalla luce. Famoso è anche il suo ciclo di affreschi nel Duomo di Orvieto.
« Fu Luca persona d'ottimi costumi, sincero et amorevole con gl'amici, e di conversazione dolce e piacevole con ognuno, e soprattutto cortese a chiunche ebbe bisogno dell'opera sua e facile nell'insegnare a' suoi discepoli. Visse splendidamente e si dilettò di vestir bene; per le quali buone qualità fu sempre nella patria e fuori in somma venerazione»
(Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568), Vita di Luca Signorelli da Cortona pittore)
Luca Signorelli dovette formarsi ad Arezzo presso Piero della Francesca, come testimoniano Luca Pacioli (nel 1494) e più tardi Giorgio Vasari. Gli esordi dell'artista sotto il segno del maestro di Sansepolcro sono ancora incerti, per l'esiguità di resti certi e le difficoltà attributive di opere che non presentano i caratteri della sua produzione matura. Berenson tentò di riferirgli tre tavole di Madonna col Bambino della scuola di Piero della Francesca, oggi al Museum of Fine Arts di Boston, all'Ashmolean Museum di Oxford e alla Fondazione Cini di Venezia. Intorno al 1470 si sposò con Gallizia di Piero Carnesecchi ed ebbe da lei quattro figli: Antonio, Felicia, Tommaso e Gabriella. Le descrizioni vasariane delle prime opere dipinte attorno al 1472 sembrano comunque confermare l'ascendenza delle ultime opere di Piero, come il Polittico di Sant'Agostino: ad esempio si cita un San Michele "che pesa le anime", descritto come mirabile "nello splendore delle armi, nelle riverberazioni". Un primo lavoro documentato è la serie di affreschi a Città di Castello del 1474, dei quali restano solo pochi frammenti staccati (un San Paolo) oggi nella Pinacoteca comunale locale, difficili da valutare. Nella stessa situazione è una frammentaria Annunciazione nella chiesa di San Francesco ad Arezzo, da alcuni riferita invece a Bartolomeo della Gatta. Il 6 settembre 1479, Signorelli venne eletto nel Consiglio dei Diciotto, e da allora ricoprì numerosi incarichi pubblici in Cortona.
Poco più che trentenne, Signorelli venne coinvolto nell'impresa della decorazione della Cappella Sistina a Roma, dove si recò prima come aiuto del Perugino e poi come titolare dopo la partenza del pittore umbro. A lui vengono riferite le scene della Disputa sul corpo di Mosè, completamente ridipinta nel 1574, e del Testamento e morte di Mosè. In quest'ultima scena permangono alcuni dubbi attributivi: se è innegabile la presenza di Signorelli in alcuni personaggi dall'energetica resa anatomica e dal calibrato patetismo nelle espressioni, d'altra parte la sottigliezza luminosa rimanda a un altro allievo di Piero della Francesca, il marchigiano Bartolomeo della Gatta, al quale è riferibile la maggior parte della stesura pittorica con l'eccezione, almeno, dell'"ignudo" al centro, dei due uomini di spalle e dell'uomo col bastone appoggiato al trono di Mosé.

XVI° SECOLO d.C.

MichelangeloMichelangelo Buonarroti
Un nome che non ha bisogno di commenti è quello di, Michelangelo Buonarroti. Nacque Caprese (poi nominata Caprese Michelangelo), ma la paternità fu discussa e battagliata con il comune di Chiusi della Verna, nel quale fu molto attivo l'artista. Si dice che la madre, quando ancora era in stato interessante, rischiò di perdere il piccolo Michelangelo cadendo da cavallo, fortuna volle che noi conoscessimo, aprezzassimo e imparassimo da questo grande genio dell'arte.

VasariGiorgio Vasari
Pittore, architetto, scrittore, uomo di corte: Giorgio Vasari è sicuramente il personaggio che meglio ha rappresentato la sua città natale. Nacque ad Arezzo nel 1511 e lasciò indelebili tracce di se in tutta la città.


Bernardo DoviziBernardo Dovizi
Diplomatico e scrittore di commedie, Bernardo Dovizi visse alla corte dei Medici. Il suo ruolo fu importante per l'elezione del Papa Leone X, il quale successivamente lo fece cardinale.



Giulio IIIPapa Giulio III
Giulio III, nato Giovanni Maria Ciocchi del Monte (Monte San Savino, 10 settembre 1487 – Roma, 23 marzo 1555), fu il 221º papa della Chiesa cattolica e il 129° sovrano dello Stato Pontificio dal 1550 alla morte. Come Papa, Giulio III è ricordato più dagli storici dell'architettura e dagli amanti dell'arte, che dai teologi. Nominò Marcello Cervini, futuro papa Marcello II, bibliotecario vaticano, Michelangelo Buonarroti, capo degli architetti della fabbrica di San Pietro ed il compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina, maestro di cappella della basilica vaticana. Inoltre potenziò la Biblioteca Vaticana e l'Università La Sapienza di Roma.

Pietro l'AretinoPietro Aretino
È conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato quanto mai licenzioso (almeno per l'epoca), fra cui i conosciutissimi Sonetti lussuriosi. Scrisse anche i Dubbi amorosi e opere di contenuto religioso tese a renderlo benvoluto nell'ambiente cardinalizio che a lungo frequentò. Figura di letterato amato quanto discusso, se non odiato (e per molti fu semplicemente un arrivista ed uno spregiudicato cortigiano). Per questa che oggi potrebbe apparire incoerenza fu, per molti versi, un modello dell'intellettuale rinascimentale, autore anche di apprezzati Ragionamenti. La figura di Pietro Aretino ha segnato in un certo qual modo il XVI secolo contribuendo in maniera determinante al definitivo superamento della visione teologica ed etica propria dell'età di mezzo. Della sua infanzia si sa ben poco. L'unica cosa di cui si avrebbe certezza è che sia nato nella notte tra il 19 ed il 20 aprile del 1492, frutto di una relazione fra un povero calzolaio di nome Luca Del Buta ed una cortigiana, Margherita dei Bonci detta Tita, modella scolpita e dipinta da parecchi artisti. 
« Qui giace l'Aretin, poeta Tosco. che d'ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: "Non lo conosco"!»

Leone LeoniLeone Leoni
Nacque in Lombardia da una famiglia originaria di Arezzo (Giorgio Vasari, nella seconda edizione delle Vite, lo indica come "Lione Aretino"). Si formò come scultore, cesellatore e intagliatore di gemme a Venezia, dove ebbe modo di assorbire l'influsso dell'arte di Donatello e Jacopo Sansovino, ma la sua opera denuncia comunque i suoi legami con il manierismo toscano di tradizione michelangiolesca. Grazie a Pietro Aretino entrò nel circolo di Tiziano: dopo l'arresto di Benvenuto Cellini (1538) venne nominato incisore della zecca pontificia ma nel 1540, coinvolto in una cospirazione contro un gioielliere papale, perdette l'incarico e venne imprigionato. Colpevole di aver sfregiato un tedesco venne condannato al taglio della mano, ma Andrea Doria ottenne per lui la grazia. Nel 1542 si stabilì a Milano, dove ottenne la carica di incisore della zecca imperiale: apprezzato da Carlo V, per il quale eseguì numerosi ritratti in bronzo, seguì l'imperatore nelle Fiandre e in Baviera. Fondò a Milano una scuola di scultura che continuò col figlio Pompeo: nella sua abitazione (la cosiddetta Casa degli Omenoni), disegnata da lui stesso, raccolse una ricca collezione di opere d'arte. Tra le sue opere monumentali, il sepolcro del marchese di Marignano Gian Giacomo Medici, nel duomo di Milano, quello di Vespasiano Gonzaga, a Sabbioneta, e il Ferrante I Gonzaga domina l'Invidia a Guastalla. 

Benedetto VarchiBenedetto Varchi
Originario di una famiglia di Montevarchi, il padre lo avrebbe voluto avviare ad un mestiere e provò a fargli frequentare come apprendista varie botteghe ma, visto che emergeva una sua predisposizione per gli studi letterari, si decise a mandarlo a scuola. A Firenze frequentò gli Orti Oricellari e poi, a Pisa, intraprese studi accademici di giurisprudenza per divenire notaio. Terminati gli studi tornò a Firenze, dove aderì a movimenti politici repubblicani anti-medicei, cosa che finì per costringerlo ad abbandonare la città. Trascorse quindi un periodo a Padova (1537), al servizio degli Strozzi, e poi a Bologna (1540). La sua attività letteraria fu apprezzata dai contemporanei, che lo considerarono addirittura filosofo (mentre egli fu soltanto un divulgatore di idee filosofiche) e ben presto divenne famoso. Nel 1543 Varchi ricevette l'invito da Cosimo I de' Medici a rientrare a Firenze presso la villa della Topaia, che Cosimo gli dette in dono. Egli fu ben lieto di accettare perché, nel frattempo, aveva cominciato ad essere coinvolto in scandali di tipo sessuale che avevano spesso conseguenze giuridiche e gli creavano gravissime difficoltà sia economiche che d'immagine (nella sua vita subì anche una condanna per stupro, che per poco non distrusse la sua carriera). 

Andrea CesalpinoAndrea Cesalpino
Andrea Cesalpino o, impropriamente, Andrea Cisalpino (Arezzo, 6 giugno 1519 – Roma, 23 febbraio 1603) è stato un botanico, medico e anatomista italiano. Nato ad Arezzo nel 1519, Cesalpino svolse i suoi studi all'Università di Pisa con i maestri Realdo Colombo e Luca Ghini, laureandosi nel 1551. A Pisa, nel 1555 successe a Ghini nella direzione dell'Orto Botanico e come lettore di materia medica, mentre dal 1569 al 1592 coprì la cattedra di medicina. Fece parte della scuola anatomica che fiorì a Padova nella seconda metà del 1500. Compì le prime vere grandi scoperte sulla circolazione del sangue. Suo merito fondamentale è di aver definito - con la testimonianza del reperto anatomico - che il cuore (e non il fegato) è il centro del movimento del sangue e il punto di partenza delle arterie e delle vene. Nel 1592 papa Clemente VIII lo chiamò a Roma, dove insegnò medicina allo Studio romano ed ebbe l'incarico di medico personale del papa. L'anno dopo diede la prova della "circolazione" dimostrando che le vene legate in qualsiasi parte del corpo si tumefanno "sotto il laccio, cioè dalla periferia al centro", e che - quando aperte, come nel salasso - lasciano fuoriuscire dapprima sangue scuro venoso e poi sangue rosso arterioso. Era la prova concreta che esiste una corrente centripeta opposta rispetto a quello che, tramite l'aorta e i suoi rami, porta il sangue dal cuore alla periferia: nel sistema vasale esistevano quindi due correnti opposte. Nell'ambito della Botanica, invece, studiò e sviluppò nuovi sistemi di classificazione delle piante. Tra le sue opere più celebri, Quaestionum medicarum (1593), De metallicis (1596) e De plantis (1603).

XVII° SECOLO d.C.

Pietro da CortonaPietro Berrettini da Cortona
Pietro da Cortona, nato come Pietro Berrettini (Cortona, 1º novembre 1596 – Roma, 16 maggio 1669), è stato un pittore e architetto italiano. Pietro fu un artista del primo Barocco; troviamo suoi lavori soprattutto nel campo dell'affresco decorativo e della pittura. Durante il papato di Urbano VIII (di cui fece un ritratto) fu uno dei principali architetti operanti a Roma, insieme a Bernini ed a Borromini. Pietro Berettini progettò Castel Gandolfo per come lo conosciamo oggi. Nel 1634 divenne principe dell'Accademia di San Luca ed ha una parte attiva nella progettazione della chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro Romano; l'impianto a croce greca della chiesa è una sua ideazione.
Nel settore pittorico le opere giovanili furono una serie di affreschi per Palazzo Mattei raffiguranti le storie di Salomone, dal 1625-26 si occupa degli affreschi presso Santa Bibiana in cui è evidente il rifiuto della tradizione pittorica classica. Negli anni successivi la famiglia Sacchetti gli commissiona la decorazione per la Villa a Castel Fusano a tematica storica-mitologica e allegorica, oltre a una serie di tele tra cui Il ratto delle Sabine, in cui rende evidenti sia i suoi punti di forza (come la capacità narrativa e figurativa) sia i suoi punti deboli, come l'assenza di spessore psicologico nei personaggi rappresentati. Nel 1633-39 realizza gli affreschi per Palazzo Barberini che diventano la sua opera più rappresentativa e in cui le caratteristiche barocche sono evidenti. Celeberrimo è l'affresco Trionfo della Divina Provvidenza, con l'evidente prospettiva melozziana da sotto in su.

Alessandro dal BorroAlessandro dal Borro
Figlio di Girolamo dal Borro, capitano e patrizio Aretino, proveniente da illustre famiglia aretina, Alessandro dal Borro studìò matematica presso l'ateneo fiorentino. Destinato alla carriera militare, prese parte alla guerra dei Trent’anni nelle file della compagnia di Ottavio Piccolomini, illustre capitano senese che il granduca Cosimo II de' Medici aveva inviato in terra tedesca per aiutare l'imperatore Ferdinando II che era suo cognato. Dal Borro, per le numerose vittorie nei campi di battaglia, fu investito di due baronie e venne iscritto alla nobiltà boema. Alessandro del Borro, uno dei più grandi condottieri del XVII secolo, si meritò l'appellativo di «Terrore dei Turchi». Combatté inoltre al servizio di Spagna, e di Venezia. Il granduca di Toscana Ferdinando II de' Medici lo richiamò a Firenze e lo nominò comandante dell’esercito granducale. Il 29 luglio 1643, per i servizi resi al granducato, gli assegnò il marchesato del Borro. Alessandro del Borro tornò al servizio dei veneziani e morì nel 1656 a Corfù, in seguito alle ferite riportate in battaglia. Nella gestione del feudo aretino gli succedette il figlio Niccolò dal Borro (1644-1690), militare di carriera che morì anch'egli in battaglia.

Francesco RediFrancesco Redi
Francesco Redi (Arezzo, 18 febbraio 1626 – Pisa, 1º marzo 1697) è stato un medico, naturalista e letterato italiano. Studiò a Firenze e a Pisa e lì si laureò nel 1647 in Filosofia e Medicina. Dopo la laurea Redi frequentò per tutto il 1648 la scuola di disegno di Remigio Cantagallina, come annotava nel proprio Libro di Ricordi. Continuò poi gli studi a Roma fino al 1654. Successivamente, a Firenze, entrò a servizio dei Medici e si dedicò allo studio delle lingue. Dal 1655 fece parte dell'Accademia della Crusca, in cui lavorò alacremente alla III edizione del Vocabolario e di cui fu arciconsolo dal 1678 al 1690. Partecipò alla fondazione dell'Accademia del Cimento e insegnò nello Studio Fiorentino.
Fu nominato archiatra dal Granduca Ferdinando II: tale carica indicava il medico gerarchicamente più importante dello stato. Pubblicò, nel 1685, un’opera letteraria che divenne celebre alla sua epoca: “Bacco in Toscana”. Morì a Pisa ma fu seppellito ad Arezzo per sua disposizione testamentaria. Nell'Ottocento una statua che lo ritrae fu collocata in una nicchia del Piazzale degli Uffizi. Più recentemente, gli è stato dedicato un cratere di 62 km di diametro su Marte. I suoi studi, fra i quali quelli intorno alla generazione spontanea e al veleno delle vipere, rivestono particolare importanza nella storia della scienza moderna, per la loro opera di demolizione di alcune teorie di stampo aristotelico a favore di un'attività sperimentale e per la loro applicazione in campo medico di una pratica terapeutica di impostazione ippocratica, costruita su regole di prevenzione e sull'uso di rimedi esclusivamente naturali e su precetti di vita equilibrata. Pubblicò un gran numero di ricerche naturalistiche, che destarono grande interesse in tutta Europa. Nelle "Osservazioni Intorno alle Vipere" dimostrò che il veleno di questi animali, contrariamente alla comune opinione dell'epoca, è dannoso solo se inoculato nella ferita e non se ingerito. Particolarmente importanti sono le sue "Esperienze Intorno alla Generazione degl'Insetti" del 1668, nato da una lettera a Carlo Dati, in cui confutò la teoria della generazione spontanea, allora generalmente accettata, con un approfondito studio sperimentale della riproduzione delle mosche. Nel lavoro scientifico di Redi più ancora dei risultati ottenuti è essenziale il metodo usato, che gli assicura un posto di grande rilievo nella storia del metodo sperimentale.

XVIII° SECOLO d.C.

Tommaso PerelliTommaso Perelli
Fu un’importante figura di scienziato tipicamente illuminista. Nacque nel 1704 alla Montanina di Bibbiena in provincia di Arezzo da Bernardino Girolamo Perelli e da Maria Settimia Cherici. La sua famiglia, originaria di Calcinaia (Pisa), faceva parte ad Arezzo del “rango nobile”. Tommaso iniziò i suoi studi a Firenze, dove il padre si era trasferito per esercitare la professione di avvocato. I suoi interessi furono estremamente poliedrici: si impegnò nello studio della matematica, della fisica, della medicina, della botanica, della letteratura e poesia, della astronomia, della archeologia e epigrafia, dimostrando una straordinaria memoria. Si laureò in fisica e medicina all’Università di Pisa, studiò astronomia a Bologna, lettere greche a Padova, senza mai smettere di interessarsi di medicina. Tra il 1739 e il 1779 insegnò astronomia all’Università di Pisa. Fu anche tra i più importanti fisici-idraulici del periodo lorenese e anche il governo pontificio ricorse frequentemente ai suoi consigli. Si occupò in particolare della sistemazione idraulica della valle inferiore dell’Arno e del lago di Bientina. Morì ad Arezzo il 5 ottobre del 1783.

XIX° SECOLO d.C.

TanucciBernardo Tanucci
E' stato un politico italiano; uomo di fiducia del re di Napoli Carlo di Borbone e di suo figlio Ferdinando IV, occupò le cariche di segretario di Stato della Giustizia e Ministro degli Affari esteri e della Casa Reale. Nato a Stia, presso Arezzo, da una famiglia della media borghesia toscana, Tanucci poté studiare all'Università di Pisa grazie all'aiuto economico di un patrono. Si laureò in legge nel 1725 e ben presto attirò su di sé le attenzioni degli ambienti culturali toscani difendendo l'autenticità del Codex Pisanus delle Pandette di Giustiniano. Quando Carlo di Borbone, duca di Parma e figlio di Filippo V di Spagna, attraversò la Toscana diretto alla conquista del Regno di Napoli (1734), il granduca Gian Gastone de' Medici gli consigliò di portare con sé Tanucci: a Napoli Carlo nominò il suo protetto dapprima Primo Consigliere, quindi sovrintendente delle poste, Ministro della Giustizia nel 1752, Ministro degli Affari esteri della Casa Reale nel 1754 e finalmente Primo Ministro, concedendogli il titolo di marchese.

FossombroniVittorio Fossombroni
Vittorio Fossombroni (Arezzo, 15 settembre 1754 – Firenze, 13 aprile 1844) è stato un matematico, ingegnere, economista, politico e intellettuale italiano. Studiò matematica all'Università di Pisa, scrisse alcuni testi sull'idraulica e fu sovrintendente ai lavori per l'opera di bonifica definitiva della Val di Chiana, voluta dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena (il futuro imperatore Leopoldo II), e di grandi opere di bonifica idraulica in Maremma. Dello Stato toscano fu ministro degli esteri e primo ministro. Fatta salva la parentesi dell'invasione napoleonica, durante la quale la sua competenza fu altrettanto apprezzata dai francesi, fu ininterrottamente al governo del Granducato dal 1796 al 1844, anno della sua morte. Con lui si estinse la famiglia Fossombroni. Lasciò nome e titolo ad Enrico Vittorio (1825-1893), figlio di Francesco Falciai e Vittoria Bonci, da lui presa in moglie nel 1832. Si trasferì nel palazzo Fossombroni di Borgo Ognissanti a Firenze nel 1835 dove vi morì otto anni dopo. Enrico Vittorio divenne deputato di Arezzo e senatore.

 

BenvenutiPietro Benvenuti
Pietro Benvenuti (Arezzo, 8 gennaio 1769 – Firenze, 3 febbraio 1844) fu un pittore italiano di stile accademico neoclassico, attivo tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo. Nel 1781 studiò pittura all'Accademia di Belle Arti a Firenze, poi si trasferì a Roma dove studiò dal 1792 al 1803. Fin da primi anni, fu amico di Vincenzo Camuccini, e insieme a lui e a Luigi Sabatelli aprì un atelier a Roma. Nello stile subì l'influenza del grande pittore francese Jacques-Louis David. Ritornò a lavorare ad Arezzo e nel 1807 fu chiamato come pittore di corte da Elisa Bonaparte Baciocchi e divenne direttore dell'Accademia di Firenze. Insieme ad un gruppo di collaboratori e di studenti, Benvenuti fu incaricato di decorare le nuove stanze di Palazzo Pitti nel 1811-1812, tra le quali si ricorda il Salone di Ercole. La Restaurazione non apportò un declino nella sua carriera e il nuovo granduca Leopoldo II di Toscana gli affidò l'incarico di affrescare la volta della Cappella Medicea della Basilica di San Lorenzo, che dipinse con otto grandi soggetti del Vecchio e del Nuovo Testamento, i quattro Profeti e i quattro Evangelisti. Morì poco dopo aver lasciato il suo incarico all'Accademia. I suoi allievi più notevoli furono: Giuseppe Gandolfo, Stefano Ussi, Cesare Mussini, Antonio Ciseri, Francesco Mensi, Nicola Cianfanelli, Adeodato Malatesta, Giuseppe Bezzuoli e Francesco Nenci.

GuadagnoliAntonio Guadagnoli
Figlio del poeta bernesco Pietro, studiò presso il seminario di Arezzo, per poi laurearsi in giurisprudenza nel 1821 all’Università di Pisa.[1] Tra il 1832 ed il 1854 collaborò ogni anno all’almanacco “Sesto Caio Baccelli” dell’editore fiorentino Formiggini, occupandosi delle Prefazioni, che componeva in sesta rima. Insegnò lettere in varie scuole pisane ed aretine fino al 1847, quando grazie ad una cospicua eredità, poté vivere di rendita, ed occuparsi di politica. Nel 1848 divenne infatti gonfaloniere di Arezzo. Si mostrò nell’occasione fervente liberale, e nonostante l’ordine governativo di impedire l’ingresso in città a Giuseppe Garibaldi (profugo dopo la caduta della Repubblica romana), rifornì di viveri i legionari garibaldini.[2] La sua produzione letteraria (poesie, novelle) ha sempre un tono divertito e colloquiale; ma « del Berni, cui vorrebbe paragonarsi, gli mancano le qualità essenziali, sebbene arguzia e satira, talvolta equivoca, non gli facciano difetto ». Ebbe comunque un nugolo di imitatori: Arnaldo Fusinato, Norberto Rosa, G. Cavalieri, C. Masini, A. Bargiacchi, F. Guidi, G. Brini, A. Paperini, Antonino Nicosia, Lorenzo Borsini, ed altri.

SgricciTommaso Sgricci
Vero genio dell’improvvisazione: su qualunque tema gli fosse assegnato, in pochissimo tempo, improvvisava tragedie e commedie in più atti riportando trionfali successi in Italia ed all’estero. La targa marmorea, che riporta un verso dell’Ariosto, fu voluta dai suoi entusiasti ammiratori.
Si specializzò nell'improvvisare tragedie su temi dati dal pubblico, con tecnica che resta singolarissima. Suscitò entusiasmi in Italia, Francia e Inghilterra; né incrinarono la sua fama i duri giudizi di P. Giordani (1816) e di altri critici. S. reputava suo capolavoro la tragedia Idomeneo.

XX° SECOLO d.C.

Francesco SeveriFrancesco Severi
La sua infanzia fu segnata dalla morte del padre, avvenuta quando aveva 9 anni, che ebbe anche gravi ripercussioni economiche. Malgrado abbia dovuto guadagnarsi da vivere tenendo lezioni private, riuscì a proseguire gli studi e si iscrisse al corso di ingegneria dell'Università di Torino. Tuttavia, principalmente per l'influenza dell'insegnamento di Corrado Segre, capì subito che la sua vera inclinazione era per la matematica pura e cambiò indirizzo di studi in tal senso. Si laureò nel 1900 con una tesi sulla geometria enumerativa, un argomento su cui lavorò anche successivamente. Dopo la laurea, sempre a Torino, diventa assistente di Enrico D'Ovidio e dal 1902 al 1905 tiene, come libero docente, il corso di Geometria proiettiva e descrittiva. Successivamente si trasferisce all'Università di Bologna come assistente di Federigo Enriques e quindi all'Università di Pisa come assistente di Eugenio Bertini. Nel 1904, grazie ai risultati di grande rilievo da lui ottenuti sulla geometria enumerativa e sulla teoria invariantiva birazionale delle superfici algebriche, ottiene la cattedra di Geometria proiettiva e descrittiva all'Università di Parma. Tuttavia dopo un solo anno passa all'Università di Padova; qui tiene vari insegnamenti e diventa anche direttore della Scuola di Ingegneria. Con l'entrata dell'Italia nella Prima guerra mondiale Severi viene arruolato nell'artiglieria, dove ha modo di distinguersi. Nel 1921 viene chiamato all'Università di Roma per tenere la cattedra di geometria algebrica; qui viene eletto rettore nel 1923, carica che lascia nel 1925 in seguito al delitto Matteotti. Rimase comunque dichiaratamente fascista e accettò senza reagire la applicazione delle leggi razziali. Occorre però notare che nella sua autobiografia Dalla scienza alla fede (1959) riconobbe, forse perché pentito della sua scarsa accortezza in tema di politica, che «la matematica è l'arte di dare lo stesso nome a cose diverse: perciò i matematici sbagliano spesso quando si occupano di politica, giacché la politica è invece l'arte di dare nomi diversi alle stesse cose». Nel 1938 è uno dei fondatori dell'Istituto Nazionale di Alta Matematica di Roma, ente di grande importanza per la matematica italiana che gli è attualmente intitolato. I suoi contributi alla matematica sono multiformi e di levatura. Lascia contributi significativi nella geometria enumerativa e in quella proiettiva, nella teoria delle funzioni analitiche di più variabili complesse, in quella delle varietà abeliane e quasi abeliane, in vari settori della geometria algebrica, in particolare sulle proprietà delle superfici e varietà algebriche invarianti per trasformazioni birazionali (tema affrontato da Guido Castelnuovo e da Federigo Enriques per ben 10 anni prima che Severi iniziasse ad occuparsene). Le sue ricerche influiranno notevolmente sui successivi sviluppi della geometria e dell'analisi. Nel corso della carriera ottiene numerosi riconoscimenti tra i quali la Medaglia d'oro della Accademia dei XL e, insieme a Federigo Enriques, il Prix Bordin dell'Accademia delle Scienze di Parigi. Egli inoltre diventa socio di numerose accademie italiane e straniere: fra l'altro è membro dell'Accademia nazionale dei Lincei dal 1910 e dell'Accademia delle Scienze di Torino dal 1918. La sua produzione scientifica comprende più di 400 pubblicazioni di ricerca matematica e numerosi trattati. Va ricordato anche il suo impegno per la didattica e il fatto che abbia scritto libri di testo di grande chiarezza. I suoi rapporti interpersonali furono spesso difficili, soprattutto a causa del suo carattere molto forte. Raccontò la sua vita nella autobiografia Dalla scienza alla fede, scritto nel 1959 dopo la sua conversione al cattolicesimo.

Amintore FanfaniAmintore Fanfani
Uno dei più celebri politici italiani del Secondo dopoguerra, fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell'economia. Proveniente da una numerosa ed umile famiglia della provincia toscana, compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico). Si iscrisse all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di Storia delle Dottrine Economiche. Aderì al fascismo e il suo nome comparve assieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza pubblicando inoltre articoli sulla rivista "La Difesa della Razza " di Telesio Interlandi. Fanfani del regime condivise più che altro le scelte di politica economica[senza fonte] e si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla Dottrina sociale della chiesa. Durante il periodo milanese, Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie a studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo, come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell'opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber. Questa opera lo portò alla ribalta tra i cattolici statunitensi, in particolar modo fu molto apprezzata da J.F.Kennedy, che esplicitamente alla convention democratica del 1956 a Chicago[2], riconobbe nell'influenza di Fanfani e del suo scritto una delle cause principali del suo ingresso in politica.

e poi i giorni nostri ... Gianni Boncompagni ... Patrizio Bertelli ... Roberto Benigni ... Lorenzo Cherubini e i Negrita!!