Quartiere di Porta Crucifera
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Brandaglia

casata_brandagliaI Brandaglia anticamente chiamati Guidoterni ebbero la loro avita dimora in Porta Crucifera nelle vicinanze della chiesa di S. Martino (loro patronato). Oggi la chiesa e scomparsa sotto la mole della Fortezza medicea ma è ricordata da Piaggia di S. Martino. I Brandaglia furono nobilissimi e potentissimi. Guelfi nel Trecento aspirarono alla Signoria sulla città. Ricordiamo la famosa congiura che portò i loro nome. Nel contado ebbero signoria sulla valle del Cerfone: Carciano, Colle, Castiglioncello, Ranco e Albiano.

Ebbero un loro palazzo nella odierna Via Cisalpino. Qui è visibile un loro stemma: una branca di leone che stringe una sfera su campo vermiglio.

All’interno Teofilo Torri realizzò un affresco che esaltava le gesta di alcuni membri della famiglia. Si ispirò ad un poemetto scritto dal medico e poeta aretino Emilio Vezzosi, intitolato De gente Brandiliorum. I Brandaglia ebbero vari ed illustri personaggi.

Ma il loro palazzo principale era nel Corso cittadino. Il palazzo venne incendiato nel 1351 in seguito ad un sommossa. Dell’assalto al palazzo rimane visibile lo stemma dei Brandaglia scalpellato dagli avversari politici.

STORIA di FAMIGLIA Erano legati a San Martino e, in origine, i Brandaglia si chiamavano proprio Guidoterni di San Martino.
Le loro case erano nella parte alta della città dove dal 1500 c'è la Fortezza.
Tutto andò distrutto per volontà dei fiorentini che rasero al suolo la parte vecchia di Arezzo per realizzare la vasta struttura militare e creare, attorno ad essa, lo spazio necessario per la sua difesa.
Assieme ai palazzi dei Brandaglia scomparve anche la chiesa di San Martino che si doveva trovare vicino all'antichissimo palazzo del Comune sulla sommità di Via Pellicceria.
Era la chiesa del Santo protettore dei Brandaglia come testimonia il cognome originario della nobile casata.
Quasi sicuramente costruita nell' epoca del dominio dei Franchi vicino ad altri edifici sacri oggi tutti scomparsi: San Salvatore, Sant' Angelo in Archaltis, Sant' Apollinare, San Matteo, San Donato in Cremona.
Non è da escludere che i Guidoterni siano arrivati ad Arezzo in seguito alla vittoria di Carlo Magno. Ma potrebbe anche trattarsi di una famiglia locale o, come tante altre nelle nostre zone, di origine germanica.
Già nel l300 è ormai sostituito il cognome Guidoterni di San Martino con quello di Brandaglia. Una potente e ricca famiglia che costruisce una bella dimora all'angolo di Corso Italia con Via Garibaldi in direzione di Piazza Sant' Agostino.
E un altro palazzo è al numero 26 di Via Cesalpino (fino all' 800 Piaggia di San Piero) successivamente acquistato dalla famiglia dei Centeni.
Su entrambi gli edifici campeggia lo stemma della casata: una zampa di leone che sostiene una sfera d'oro su fondo vermiglio.
Ma i possedimenti non finiscono qui.
A sottolineare la ricchezza di questa famiglia ci sono terre soprattutto nella Valle del Cerfone, a metà strada tra Arezzo e la Valtiberina. E castelli forti e torri ti come Castiglioncello, Colle, Carciano, Albiano e Ranco.
Di parte guelfa, i Brandaglia lottarono per il potere negli anni che seguirono la prematura morte del grande vescovo Guido Tarlati.
Il loro fu un vero e proprio tentativo di instaurare una signoria in città cercando di trarre il massimo profitto da una vittoriosa battaglia a Olmo contro i perugini.
Nel 1343 Arezzo riesce ad ottenere l'indipendenza dopo un breve periodo di dominio fiorentino. Il potere viene assunto dal cosiddetto Consiglio dei Sessanta anche se costanti erano il controllo e la vigilanza (con discrezione, ma anche con grande assiduità) delle città confinanti: Firenze, Siena, Perugia.
Un potere che ben presto sfuggì di mano al Consiglio al punto che, dopo tre anni, i Bostoli passarono all' azione impossessandosi del Palazzo del Popolo.
I Brandaglia, che puntavano con forza alla guida assoluta della città, subirono un duro colpo.. Ma l'occasione per riprovarci non tardò ad arrivare.
Nel 1351 l'esercito di Perugia si trovò a passare vicino ad Arezzo mentre tentava di raggiungere gli alleati fiorentini impegnati nella guerra con i Visconti. Pier Saccone Tarlati partì con i suoi uomini da Bibbiena per sbarrare la strada ai perugini.
Lo scontro avvenne ad Olmo e la battaglia fu favorevole a Perugia. Il Tarlati fu anche fatto prigioniero. Ma a quel punto da Arezzo piombarono improvvisamente sui perugini i cavalieri dei Brandaglia che liberarono Pier Saccone e sconfissero l'esercito avversario.
Forti di questa affermazione i Brandaglia tentarono, con una congiura, di prendere il potere ed instaurare così una personale Signoria ad Arezzo.
Ma il tentativo fu scoperto e i Priori, appoggiati dalla popolazione, difesero con le armi la città.
Il Tarlati riuscì a rientrare a Bibbiena. Ma i Brandaglia furono arrestati e successivamente esiliati. Le case furono distrutte. La bella dimora di Corso Italia fu incendiata.
Di cospicua entità fu l'ammenda pecuniaria che la famiglia fu costretta a pagare alle autorità cittadine.
Ma tanto grande era la potenza dei Brandaglia che dopo neanche due anni, nel 1353, erano già tornati ad Arezzo riprendendosi i loro possedimenti.
Ed ancora loro furono protagonisti pochi anni dopo di un nuovo tentativi guidato dal ve scovo Giovanni II Albergotti.
Ma erano tempi bui in cui tutte le famiglie aretine non ebbero vita facile.
Il sacco di Alberico da Barbiano e della sua terribile compagnia di ventura detta di San Giorgio. Poi il saccheggio operato dalla compagnia di ventura di Villanuccio di Bonforte.
La pestilenza del 1383. Il nuovo sacco di Enguerrand di Coucy. Fatti che sfiancarono la città e le sue nobili casate fino alla definitiva vendita (novembre 1384) di Arezzo a Firenze per la somma di 40.000 fiorini d'oro.
I Brandaglia ebbero il loro momento di massima potenza proprio in questi tempi travagliati.
Ma l'immagine è quella di una famiglia che ha attraversato il Medio Evo aretino senza mai uscire da ruoli di primo piano.
Fin dai secoli a cavallo del mille, quando ancora si chiamavano Guidoterni di San Martino ed erano sicuramente tra le casate di Arezzo più ricche e benestanti. Non a caso un Guidoterni, Gilfredo, è tra i nobili presenti all'investitura a cavaliere di Ildebrandino Girataschi.
Ne furono scelti quattro dalle autorità comunali, tra i più nobili e valorosi cavalieri della città: Andrea Marabottini, Alberto Domigiani, Ugo di San Polo e, appunto, Gilfredo Guidoterni. Avevano il compito di preparare Ildembrandino alla fastosa cerimonia.
I primi due, aiutati da nobili donzelli, spogliarono e lavarono il giovane. Ugo di San Polo e Gilfredo Guidoterni ebbero invece il primario compito di insegnargli i doveri di un cavaliere.
Compito che non deriva dal semplice fatto che Girataschi e Guidoterni erano vicini di casa. Ma, evidentemente, dal riconoscimento dell' assoluta potenza e nobiltà che Arezzo assegnava ai Guidoterni di San Martino, poi Brandaglia fino ai giorni d'oggi.

Fabio Polvani