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Arezzo

la storia millenaria

foto di copertina di Lorenzo Sestini

la storia

Arezzo preistorica ed Etrusca

La storia di Arezzo, come nucleo cittadino vero e proprio, è iniziata più di venticinque secoli or sono, ma si può affermare senza ombra di dubbio che già in epoca preistorica l'uomo viveva stabilmente in questi luoghi.
Vi è stato infatti ritrovato uno tra i più antichi reperti umani (il primo esemplare di tale specie ad essere ritrovato nella penisola italica): il cosiddetto “cranio dell’uomo di Olmo” oltre a molti strumenti litici di uso quotidiano nel paleolitico. 

Il "Cranio" fu rinvenuto nel 1863, durante i lavori per la realizzazione della tratta ferroviaria Roma-Firenze, nei pressi della frazione di Olmo assieme a dei resti ossei di elefante e di cavallo e ad una punta in selce del tipo utilizzato nel "Musteriano" ovvero il periodo del paleolitico in cui venivano usati attrezzi prevalentemente di selce.

A scoprirlo o a studiarlo per la prima volta fu l'aretino Igino Cocchi, geologo, paleontologo e membro della Società Italiana di Antropologia, che esegui su di esso un'attenta analisi, al termine della quale stimò che fosse appartenuto ad un Homo Sapiens vissuto circa 50.000 anni fa sulle sponde dello smisurato lago che occupava l'odierna Valdichiana.

Nel 1950, Kenneth Oakley (Museo di storia naturale di Londra) confermò la tesi di Cocchi confermando la contemporaneità della testa ai resti di altri animali rinvenuti nello stesso strato geologico. Con il sistema fluorimetrico determinò che si trattava di un individuo femminile vissuto nell'ultima Glaciazione Würm in contemporanea con l'Uomo di Neanderthal ma da lui diverso - un homo Sapiens ormai vicinissimo all'Homo Sapiens Sapiens.

Ben più lontani sono i più antichi reperti archeologici: oggetti litici, rozzamente lavorati nella pietra, risalenti ad oltre 150.000 anni. fa.

La città vera e propria nacque in epoca Etrusca, anche se un centro abitato villanoviano sulla collina di Arezzo esisteva già più di tremila anni fa: un villaggio di capanne con molte probabilità nell’area di Piazza Sant’Agostino, vicino al torrente Castro.

Nel VII secolo a. C. Arezzo è ufficialmente una Città Etrusca. In breve tempo diviene capoluogo di una delle potenti 12 Lucumonie (dodecapoli) in cui era suddivisa la confederazione dei popoli Etruschi. La vita si raccoglie nell'attuale parte alta della collina ed è ricca e potente grazie alle sue industrie: la lavorazione della Ceramica "corallina", la metallurgia e la lavorazione del bronzo la cui massima espressione è rappresentata dalla suggestiva statua della Chimera.

Il nome Arezzo

(Arretium, gr. ’Aρρήτιον) 

La più antica traccia del nome "Arezzo" si trova a Tarquinia. Nella tomba di Larthi Cilnei, una nobildonna sposata con un altolocato Tarquinese che apparteneva alla medesima gens di Mecenate e figlia di Luvkhumes Cilnies, si legge, nell'epitaffio scolpito, una frase che conserva la radice del nome etrusco di Arezzo:

"an aritinar meani arsince"
 “il quale in gioventù gli Aretini salvò

La frase può essere segmentata in ariti-, che corrisponde al nome antico di Arezzo, nel suffisso -na, dal quale si derivano gli aggettivi dai nomi, e in -ar, che è un segno distintivo del plurare dei sostantivi animati.

Ariti (lat. Arretium; gr. Arretion). Un recente studio di Dieter Steinbauer ha proposto di riconoscere, con maggiore precisione, una forma etrusca Aritim.

Oltre che sulla rilettura della citata parola dell'epitaffio (forse da intendere come aritimax 'aretino') il nome si riconosce anche sul difficile testo epigrafico votivo OB 3.2 (inciso su una statuetta bronzea del IV secolo a.C.): mifleres spulare (così per spurale) aritimi 'io (sono) del nume (che è) nella città di Arezzo'.
La sequenza arcaica aritimipi turanpi di Ve 3.34 (VI secolo a.C.), in aritimi pare comunque ancora meglio riconoscibile il nome di una divinità (Artemide?), vista la parallela ricorrenza del nome di Turan (Venere-Afrodite).

Le fonti letterarie ci forniscono riferimenti abbastanza numerosi alle vicende dell' Arezzo etrusca. Una delle più antiche menzioni è ricavabile da Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, 3,51 sgg.), secondo il quale un gruppo di città etrusche, precisamente «Chiusini, Arretini, Volterrani, Rosellani e inoltre Vetuloniesi», promise e inviò contingenti in aiuto ai Latini che si erano coalizzati per bloccare le mire espansionistiche del re di Roma Lucio Tarquinio Prisco (616- 579 a.C.).
Quest'ultimo, dopo le vittorie già ottenute sui Latini, di cui prese diversi oppida, sarebbe riuscito vincitore anche sulle forze congiunte etrusco-latine (l.c., 3, 53).

Dai frammenti dei fasti trionfali di Roma sappiamo che Tarquinio Prisco celebrò il suo primo trionfo, de Latineis, il primo giorno del mese di quintile (luglio) di un anno compreso tra il 598 e il 595 a.C.; il secondo trionfo (datato al primo di aprile del 588 a.C.) fu proprio de Etrusceis ed è così, indubitabilmente, riferito agli avvenimenti narrati da Dionigi.

La notizia di Dionigi di Alicarnasso, datata (588 a.C. ca.), cela un indizio degli esordi di un'acquisizione di autonomia da Chiusi da parte del centro agricolo di Arezzo (nell'elenco di Dionigi gli Aretini sono menzionati subito dopo i Chiusini).

La stessa posizione strategica di Arezzo, all'incrocio di itinerari particolarmente battuti e in collegamento con i principali insediamenti del Nord, non osteggia l'idea di una precoce crescita di importanza del centro, già nel VI secolo a.C.

Le notizie tramandataci sugli antenati di Mecenate (C. Maecenas L. f. C. n.) sono una valida testimonianza del fatto che Arezzo conobbe un periodo regio, presumibilmente perdurante nel V forse fino agli inizi del IV secolo a.C.
Anche se è ormai certo che Maecenas era un gentilizio (femm. Maecenatia) e non un cognomen, sappiamo comunque che il famoso amico e collaboratore di Augusto apparteneva, per parte di madre, alla più nobile famiglia etrusca di Arezzo (i Cilnii, appunto: Tacito negli Annales lo chiama Gaius Maecenas o anche Cilnius Maecenas).

E’ noto altresì che l'albero genealogico di Mecenate era esposto nell'atrio della sua villa sull'Esquilino; d'altronde sia Orazio che Properzio hanno celebrato il loro intelligente benefattore come «più nobile degli Etruschi» (Lydorum quidquid Etruscos / incoluit finis nemo generosior est te); «stirpe dei re tirreni» (Tyrrhena regum progenies); «cavaliere del sangue dei re etruschi» (eques Etrusco de sanguine regum).
E’ anche famoso un brano delle Satire oraziane ( I, 6, 3-4) in cui si afferma che gli antenati materni e paterni di Mecenate un tempo comandarono grandi eserciti (avus tibi matemus fuit atque patemus / olim qui magnis legionis imperitarent); riguardo a questi versi si è dato un soverchio rilievo al fatto che matemus preceda patemus (con le solite speculazioni sul preteso matriarcato etrusco), senza tener conto di ben più semplici spiegazioni, come le esigenze metriche (la a lunga di matemus).

Dunque si ha l'attestazione di come i Cilnii (etr. Cilnie, femminile Cilnei) abbiano un tempo regnato ad Arezzo, forse nell'ambito di un sistema di successione di tipo dinastico.

Dopo la fase monarchica la città deve aver conosciuto, nel IV secolo a.C., l'instaurazione di un regime oligarchico, analogo a quello delle altre città-stato etrusche. Un numero ristretto di famiglie di principes o domini (tra cui primeggiava ancora la gens Cilnia), grandi proprietari terrieri, detenevano tutto il potere, con l'accesso alle nuove magistrature "repubblicane", da cui restava certamente esclusa la classe sociale inferiore, i cui componenti sono designati dalle fonti romane col termine improprio di servi (cioè 'schiavi'). In realtà si cercava di rendere in latino un termine etrusco (probabilmente etera) che indicava persone dotate dei diritti di libertà e di cittadinanza, ma non nobili.

Essi non erano dunque schiavi, ma costituivano il vasto insieme della classe subaltema: in effetti, pur godendo di condizioni giuridiche sicuramente migliori di quelle di uno schiavo, tuttavia le limitazioni della capacità di diritto pubblico e privato (tra cui l'esclusione dall'esercizio delle cariche pubbliche e dal connubio con le classi agiate) e la loro materiale dipendenza dai domini, in quanto lavoratori subordinati (legati da vincoli clientelari molto stretti), li rendeva, agli occhi dei Romani, più simili a schiavi che a liberi. Dionigi di Alicarnasso con maggiore finezza usa il termine greco penestai (parola che etimologicamente significa 'poveri' e che in Tessaglia indicava una classe intermedia tra liberi e schiavi). Tra le due classi dei domini e dei servi etruschi si svilupparono, almeno dalla metà del IV secolo a.C., forti contrasti e frizioni, paragonabili alle lotte tra patrizi e plebei a Roma. Nelle singole città-stato etrusche lo scontro conobbe comunque dinamiche differenti. Ad Arezzo, a quanto pare, non si perseguì la soluzione di questi conflitti attraverso una serie di graduali concessioni alla classe inferiore, preferendo probabilmente la "linea dura" di un arroccamento del ceto aristocratico nei suoi privilegi. Si ha notizia di diverse rivolte dei ceti inferiori, tutte soppresse tramite l'intervento di eserciti esterni, evidentemente chiamati dalla nobiltà aretina. Un primo moto di ribellione dev'essere quello ricordato nell'elogio in latino di Aulus Spurinna (etr. Aule Spurinas), che rivestì tre volte la magistratura suprema di Tarquinia (cioè fu zilath); l'intervento dell'esercito tarquiniese a sedare il bellum servile di Arezzo deve essere datato attorno al 358 a.C., o poco dopo, restando complessivamente valide le posizioni interpretative di Mario Torelli sugli Spurinna.

In questo periodo Tarquinia era in effetti la città etrusca egemone e l'oligarchia aretina riconosceva palesemente questo ruolo guida, chiedendo l'aiuto delle armi tarquiniesi per bloccare rivolgimenti non tollerabili degli equilibri politico-sociali. Il matrimonio sopra ricordato tra LaIthi Cilnei e Arnth Spurina è una prova tangibile dell'alleanza delle aristocrazie di Arezzo e di Tarquinia.

Secondo Tito Livio nel 311 a.C. tutti i popoli d'Etruria, tranne gli Aretini, presero le armi e posero l'assedio a Sutri, già città etrusca, ma allora colonia romana (dal 383 a.C.). Si trattò di una guerra di grosse proporzioni per il controllo di quella città che era una sorta di "ingresso dell'Etruria". Dopo una serie di scontri che si protrassero per qualche tempo, nel 310 i Romani inflissero una pesante sconfitta alle truppe etrusche (si parla addirittura di sessantamila nemici uccisi o fatti prigionieri), riuscendo a penetrare profondamente nell'Etruria centrale e interna. Subito dopo da Perugia (in cui nell'anno successivo fu lasciato un presidio romano), Cortona e Arezzo, che a quel tempo erano come le capitali dei popoli d'Etruria, furono inviati ambasciatori a Roma con richieste di pace; fu concessa una tregua trentennale.

Comunque si è notato che Arezzo non doveva aver partecipato direttamente alla spedizione militare. La politica filoromana degli oligarchi aretini (la potenza di Tarquinia era ormai in fase declinante e comunque si avvertiva più vicina la presenza di Roma) traspare anche dalle vicende della rivolta servile del 302 a.C. In quell'anno, scrive Livio, scoppiò ad Arezzo un'insurrezione contro l'influente famiglia dei Cilnii che, odiata per le sue enormi ricchezze, stava per essere scacciata dalla città. I disordini si propagarono ad altre zone dell'Etruria (Roselle); il dittatore Marco Valerio Massimo riuscì, ad ogni modo, nel 301 a.C. a riconciliare la plebe aretina con i Cilnii. Nel 294 a.C., alla fine di una serie di scontri tra Roma e una coalizione gallo-etrusco-sannita, tre città «potentissime, tra le più in vista dell'Etruria», cioè Volsinii, Perugia e Arezzo, ottennero una tregua quarantennale e un trattato di alleanza, essendo però comminata a ciascuna di loro un'ammenda di cinquecentornila assi, per la parte che avevano avuto nella recente guerra.

La città d'origine etrusco romana è, per lo più, visibile nei tracciati e negli allineamenti dell'antico tessuto che sono stati conservati nei secoli dal sovrapporsi degli elementi edilizi con la sola eccezione dei grandi cambiamenti strutturali che hanno toccato l'area cacuminale della città, oggi occupata dal Prato e dalla limitrofa Fortezza sangallesca, ed i comparti corrispondenti ai quartieri meridionali pedecollinari, completamente rivoluzionati dalla crescita urbana moderna.

Già la città etrusca subì radicali cambiamenti ed una completa romanizzazione tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. quando prese forma la urbs nova che modificava l'assetto preesistente, imponendo le rigorose regole dell'organizzazione urbana e civica del mondo romano.

La civitas rifondata dai coloni romani era strutturata in un ampio scacchiere composto da oltre cinquanta insulae a testimoniare l'ampiezza del suo sviluppo urbano, con ville extra moenia, impianti termali entro e fuori il recinto fortificato, con il grande anfiteatro posto fuori città al di là del torrente Castro che, per l'appunto, in quei pressi lambiva l'angolo meridionale del rettangolo urbano.

La città era adagiata a partire dalla sommità dei colli, poi dedicati a S. Donato e S. Pietro, dove oggi sono la Fortezza e la Cattedrale, con gli assi ortogonali disposti da nord ovest verso sud est, e da nord est verso sud ovest.

Al primitivo villaggio etrusco si era in parte sovrapposta quella nuova disposizione, continuando probabilmente a sussistere un'autonoma aggregazione di case lungo la direttrice casentinese.

Esistono testimonianze specifiche ancora oggi osservabili dell'impianto urbano etrusco romano; fra queste l'asse costituito dall'odierna via Pellicceria - via Fontanella e quello di via Colcitrone - via de' Pescioni, che mostrano la compresenza e soprattutto l'integrazione della città etrusca con quella romana.

Oltre ai monumenti maggiori rinvenuti, testimoniati dagli imponenti resti dell'anfiteatro a sud e del teatro a nord, nei pressi della Fortezza, la presenza romana vive in una serie di reperti, colonne, targhe, corniciami disseminati e variamente reimpiegati nelle dimore e negli edifici successivi ancor oggi visibili in fregio alle cortine di case e palazzi.

Di particolare interesse i ritrovamenti di parti basamentali in travertino e pietra sedimentaria appartenute a ville patrizie, di cisterne laterizie, di bozze lapidee ciclopiche di mura, ma anche residuali compagini murarie in cotto, quali, ad esempio, i pochi resti attestanti l'andamento della cosiddetta "terza cerchia" d'epoca imperiale, che, unitamente agli amplissimi corredi ceramici, costituiscono un patrimonio quanto mai ricco ed eloquente circa le fortune sociali vissute dalla città fino alla crisi dell'Impero romano.

La Minerva di Arezzo è stata trovata nel 1541 ad Arezzo, durante gli scavi per un pozzo nei pressi della chiesa di San Lorenzo; altri scavi in quella stessa area effettuati all'inizio del nostro secolo hanno prodotto notevoli resti di una grande casa romana.

Le circostanze della scoperta sono poco conosciute, e poco chiaro è lo stato originale di conservazione del monumento, forse già nel XVI secolo furono effettuati dei primi restauri in bronzo, gesso e legno, probabilmente filologicamente più corretti rispetto a quelli attuali, che furono effettuati nel XVIII secolo.

Grazie ad una recente ricostruzione in 3D è tornata virtualmente al suo originale splendore.

l’Aratore di Arezzo, un gruppo bronzeo di piccole dimensioni rinvenuto nel XVII secolo nei pressi dello scomparso mulino delle Gagliarde, il quale si trovava lungo il Castro.

Non molto distante da questa zona finiva il cardo maximus, ovvero l’asse urbanistico principale della città da nord a sud, e partiva un’arteria che si instradava verso l’area santuariale di Castelsecco e quindi proseguiva in direzione delle valli del Bagnoro e della Chiana.

Dopo la scoperta, l’Aratore finì nelle mani del padre gesuita Athanasius Kircher, noto ricercatore, scienziato e letterato del Seicento, la cui famosa collezione archeologica donata all’Ordine dei Gesuiti fu acquisita dallo Stato a cavallo tra XIX e XX secolo.

La Chimera di Arezzo è un bronzo etrusco, probabilmente opera di un'équipe di artigiani attiva nella zona di Arezzo, che combinava modello e forma stilistica di ascendenza greca o italiota all'abilità tecnica fornita da maestranze etrusche. È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Firenze ed è alta 78,5 cm. È il simbolo del Quartiere di Porta del Foro, uno dei quattro quartieri della Giostra del Saracino di Arezzo.

Il gruppo scultoreo in bronzo rappresenta un leone in posizione aggressiva a bocca aperta e con artigli estroflessi, con una testa di capra che nasce dalla schiena ed un serpente a posto della coda che aggredisce mordendo uno dei corni della capra.

Cratere di Euphronios, un grosso vaso a volute utilizzato per miscelare vino, miele e acqua, che apparteneva alla Collezione Bacci e proveniva da una ricca e sconosciuta tomba della Valdichiana, dove l’aristocrazia agraria aretina del VI-V secolo a.C. possedeva lussuose residenze.

Euphronios è stato uno dei più famosi pittori e ceramografi dell’antica Grecia, forse il più importante tra quelli che utilizzavano la tecnica “a figure rosse su fondo nero”.

Visse all’incirca tra il 535 e il 470 a.C., iniziando la carriera come decoratore di coppe e divenendo presto celebre per le sue qualità di impareggiabile disegnatore.

Se scarsi sono i dati archeologici dell'abitato, più consistenti sono invece le tracce dei numerosi ed importanti santuari che ospitavano celebri ex voto, quali la Minerva, l'Aratore, la famosa Chimera in bronzo, il cratere Euphronios oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ed i cui edifici erano ornati da terracotte di grande rilievo estetico, dovute ad un'affermata scuola coroplastica locale (piazza San Jacopo, via Roma, etc.).

All'area urbana, circondata da una cinta di grandi blocchi di pietra, faceva riscontro l'ampia necropoli di Poggio Sole, formatasi nel VI sec. a.C. ed utilizzata fino all'età romana.

Foto di Click & Fly - A. Santini

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PARCO ARCHEOLOGICO DI CASTELSECCO - SAN CORNELIO

Castelsecco è stato considerato in passato sede dell’acropoli della città, del nucleo più antico di Arezzo, ma anche luogo di stanziamento delle legioni romane.
Dopo un lungo periodo di degrado e abbandono, nel 2011 l’UNESCO ha inserito Castelsecco tra i tesori dell’umanità, in particolare fra i suoi ventotto Luoghi simboli di pace, proprio perché dedicato all’amore ed alla vita.

La struttura si presentava in antico come un’imponente terrazza di forma pressoché ovale che in età tardo etrusca (II secolo a.C.)ospitava un complesso santuariale, circondata sul lato Sud da una monumentale struttura muraria semicircolare con un rinforzo in esterno di 14 speroni aggettanti.

Ma la scoperta più rilevante fu il rinvenimento dei resti di un edificio per spettacoli all’estremità Sud più prossima al muraglione semicircolare, in cui si rintraccia un abbinamento teatro-tempio analogo ai complessi architettonici e cultuali dei santuari medio-italici.
Il teatro sorge su un’altura, accanto ad un santuario, su grandi direttrici di comunicazione, punto d’incontro tra gente diverse e dalla notevole quantità di frammenti di statuette ex-voto di bambini in fasce che rimandano alla diffusione di un culto legato alla maternità e l’infanzia.

Il teatro di Castelsecco rappresenta dunque un qualcosa di nuovo per tutta l’Etruria: è un teatro a tutti gli effetti, con un proprio edificio scenico che rimanda a quelli di tipo greco-ellenistico situato all’interno di un santuario del quale diviene struttura accessoria.

Arezzo in epoca romana

Foto di Click & Fly - A. Santini

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Arezzo rimase fino a tutto il I secolo d. C. la terza città d’Italia dopo Roma e Capua.

E contro il comune nemico, Arezzo (caposaldo di difesa assieme a Pisa e Rimini), si è sempre schierata a fianco di Roma: nel 285 a. C. si combatté vicino all’Arno contro i Galli Senoni e nel 217 a.C. al Lago Trasimeno contro Annibale e i suoi Cartaginesi

In tredici anni di guerra gli aretini furono tra i massimi fornitori di armi e vettovaglie per la vittoriosa spedizione di Scipione in Africa contro Cartagine. 

Entrata nell'orbita di Roma e divenuta municipium, era dotata di grandi edifici pubblici, come il complesso delle terme e del teatro, posto nei pressi della Fortezza, e il Foro, che doveva verosimilmente trovarsi in un'area compresa tra Porta Crucifera e piazza Vasari, mentre varie zone residenziali sono state recentemente individuate in piazza Vasari, via Albergotti, via dei Pescioni, piazza Colcitrone, San Niccolò e via Cesalpino.

L'Anfiteatro Romano

Nel I sec. d.C., epoca del massimo splendore della città per il fiorire dell'industria di ceramica 'sigillata', i cui splendidi esemplari possono essere ammirati nel Museo Archeologico 'Gaio Cilnio Mecenate', Arezzo continuò ad espandersi fino alle pendici delle colline di San Pietro e San Donato (aree precedentemente occupate da sepolcreti ed officine) ed ebbe come limite estremo le vie Crispi e Guadagnoli, dove furono eretti, nel II sec. d.C., un ninfeo e l'anfiteatro, che oggi accoglie il Museo Archeologico.

Arezzo era una città imponente e dall'economia ricca e vitale. A testimonianza di ciò oggi possiamo ammirare i resti del grande anfiteatro che era capace di contenere fino a 10.000 spettatori con un’arena di grandi dimensioni (71,9 x 42,7 metri), solo di poco inferiore a quella del Colosseo (77 x 46,5 metri). Il suo asse maggiore misura m. 121 e il minore 68.

L'anfteatro è situato nella zona meridionale della "città murata" ed è accessibile da Via Margaritone e da Via F. Crispi. 
Fu realizzato tra la fine del I e l'inizio del II sec. d.C. con blocchi in arenaria, laterizi e marmi e presenta una forma ellittica con due ordini di gradinate.

Purtroppo nei secoli fu ripetutamente rimaneggiato tanto che fu utilizzato come cava di pietre e di altro materiale per la costruzione della chiesa e del convento di San Bernardo nel XVI sec. (oggi sede del Museo Archeologico) e per innalzare le mura medicee e ampliare il Seminario alla fine del Settecento.
Tra i resti che emergono, la parte più imponente è infatti interrata, è visibile parte della platea con intorno i ruderi degli ambulacri pittorescamente incorniciati da pini e cipressi.


La ceramica aretina di Cincelli

La ceramica aretina si impose in tutto il mondo allora conosciuto grazie ai cosiddetti vasi corallini, preziosi per la loro fine lavorazione e per il singolare color rosso corallo.

Dei vasi Aretini (arretina vasa)  se ne è trovata traccia perfino nelle tombe dei Faraoni e furono ricercati almeno fino a tutto il VII secolo d.C. sia per le necessità della vita familiare che per ornamento e per lusso. 

Famoso era Marco Perennio oggi considerato uno tra i più grandi vasai dell'epoca antica, diresse nella sua fabbrica operai quali; Cerdone, Niceforo, Filemone, Bitino, Tigrane e Bargate (questi ultimi, poi, produssero vasi per conto proprio). Introdusse le decorazioni a rilievo per i vasi più grandi e riprodusse scene con raffigurazioni mitologiche, ma anche di vita quotidiana (simposio).

A pochi chilometri da Arezzo, in località Cincelli vicino alle sponde dell’Arno (dove si trovavano delle cave dalle quali si estraeva dell'ottima argilla), Gaio Cispo aveva stabilito la sua fornace.
Il nome della località deriva dal latino - centum cellae - e fa riferimento proprio alle camere di cottura dove si produceva la celeberrima ceramica aretina.

In seguito anche Marco Perennio, che invece aveva la propria attività in centro ad Arezzo (nell'attuale Santa Maria in Gradi), vi aprì una succursale seguito a ruota anche da altri minori artigiani. Il luogo in breve tempo divenne il centro più importante di produzione dell'epoca.

Gli oggetti venivano prodotti in serie, tramite stampi, un’idea rivoluzionaria per l’epoca, che portò a una sorta di antesignano lavoro a catena. Questo permetteva una maggiore produzione, accompagnata da una qualità del prodotto indiscutibile.

I vasi riportavano, tramite un bollo (cartiglio) impresso sull’oggetto, il nome del ceramista, mentre le decorazioni a rilievo, se previste, erano ottenute mediante l’uso di matrici dette sigilla.

Nelle grandi fabbriche aretine, come quella di Publio Cornelio a Cincelli, i manovali estraevano l’argilla e la sistemavano a depurare nelle vasche di decantazione. Nel reparto delle matrici il figulus sigillator ideava le decorazioni e sotto la sua direzione si creavano modelli, punzoni, sigilli e stampi. Nel settore della tornitura si realizzavano i vasi e gli accessori (anse, manici, orli e piedi) che venivano in seguito applicati all’oggetto nel reparto della finitura.

Quindi il vasellame finiva nel settore della cottura e inverniciatura. L’oggetto subiva una prima infornata. Successivamente si stendeva la vernice rossa e si procedeva con una seconda cottura.
Non tutti gli studiosi concordano con questa ultima fase: per alcuni c’era una sola cottura, eseguita dopo la verniciatura del manufatto ancora fresco.

La parte conclusiva prevedeva lo stoccaggio nei magazzini o l’imballaggio della merce per essere trasportata in tutto il mondo allora conosciuto. Non a caso, tra la seconda metà del I secolo a.C. e tutto il I secolo d.C., gli Arretina Vasa rappresentarono la maggiore e migliore produzione di ceramica da mensa in circolazione.

La sigillata aretina fu comunque senza dubbio quella prodotta in maggior quantità e con i migliori esiti qualitativi, tanto che fonti letterarie importanti ne fanno diretta menzione (Plinio, Naturalis Historia, 35. 160-1; Marziale, 14. 98).


L'amicizia con Roma

Polibio racconta che nel 284/285 a.C., un'armata di Galli Senoni sopraggiunse per assediare la città di Arezzo e i Romani accorsero subito in aiuto, ma subirono una grave disfatta, in cui lo stesso console Lucio Cecilio Metello Denter sarebbe rimasto ucciso. I Galli furono comunque respinti dopo una serie di scontri immediatamente successivi. L'anno seguente (283 a.C.) presso il lago Vadimone si svolse una battaglia decisiva per le sorti dell'Etruria, in cui una coalizione gallo-etrusca fu sbaragliata dai Romani.
Sembra da escludere che tra i contingenti etruschi schierati contro Roma nella battaglia del Vadimone, e guidati con ogni verosimiglianza dai Volsiniesi, ci fossero degli Aretini, dato che, come si è visto poco sopra, tra le classi dominanti di Arezzo prevaleva ormai una politica filoromana.

Durante la seconda guerra punica, nel 217 a.C., il console romano Gaio Flaminio Nepote aveva posto il campo nei pressi di Arezzo, poco prima di cedere alle provocazioni di Annibale cadendo nella trappola della rovinosissima battaglia del lago Trasimeno.

Nel 209 il propretore d'Etruria Gaio Calpurnio Pisone segnalò allarmato il rischio che una rivolta generale di tutti gli Etruschi potesse essere innescata da una sollevazione della popolazione di Arezzo, ma le minacce di un intervento armato bastarono a riportare la situazione alla normalità.
Sappiamo che Pisone era a capo di un esercito composto da due legioni, di cui una almeno era dislocata nei pressi di Arezzo, dove, nel 208 a.C., egli consegnò il controllo della provincia al suo successore Gaio Ostilio Tubulo, che pure non mosse il campo. Come dimostra la particolare attenzione dei governatori romani, Arezzo in questo periodo doveva essere la più influente città dell'Etruria ormai in declino.
I tentativi di ribellione dovettero coinvolgere anche i maggiorenti (che forse cominciavano a vedere in Annibale il nuovo padrone d'Italia) e assumere una portata preoccupante, al punto che da Roma fu inviato a Ostilio Tubulo l'ordine di farsi consegnare dagli Aretini degli ostaggi. La legione accampata presso Arezzo fu fatta entrare nella città per disporre dei presidi; si convocò il senato aretino imponendo la consegna degli ostaggi. Dopo alcuni indugi che permisero la fuga di sette dei principali senatori con i figli (i loro beni furono subito confiscati e messi all'asta), si stabilì di consegnare centoventi ostaggi scelti tra i figli dei senatori rimasti. Essi furono condotti a Roma da Gaio Terenzio Varrone (l'ex console, superstite della battaglia di Canne del 216 a.C.), che poco dopo fu rimandato ad Arezzo con un' altra legione, mentre Ostilio Tubulo con gli altri soldati percorreva tutta l'Etruria per sorvegliarla.

Nel 205 a.C. varie città etrusche si impegnarono a fornire aiuti al console Publio Cornelio Scipione (poi "Africano") per la costruzione di una flotta contro Annibale. Tra le varie prestazioni fornite, descritte dettagliatamente da Livio, spicca il contributo "volontario" di Arezzo, sproporzionatamente più grande di tutti gli altri. Nel fatto si può leggere la maggiore potenza economica della città rispetto agli altri centri etruschi dell'epoca, oppure la manifestazione di un intento punitivo particolarmente pesante da parte di Roma, dopo le vicende del 209-208 a.C., oppure entrambe le cose. Arezzo godeva certamente dei diritti di municipio all'epoca della guerra civile, quando, essendosi schierata con Mario, dovette sopportare la deduzione di una colonia di veterani sillani (detti Arretini fidentiores, rispetto agli Arretini veteres, ossia l'antica popolazione etrusca).

Nel 63 a.C., durante il tentativo di colpo di stato, Catilina raccolse truppe anche tra Aretini (specie tra i fidentiores) e Fiesolani.
Nel corso della seconda guerra civile Arezzo si trovò dalla parte di Pompeo e perciò Cesare vi dedusse per punizione una seconda colonia di veterani (Arretini Iulienses). Nella prima età imperiale i cittadini romani di Arezzo risultano assegnati alla tribù Pomptina; si tratta di un periodo molto florido, in cui la città è rinomata (come già dal I secolo a.C.) per l'industria della sua argilla (l'argilla aretina, appunto, o "terra sigillata", una ceramica molto fine di color rosso corallo), la fertilità della campagna, le cave di pietra e l'ottimo legname.
La fortunata posizione sulla via Cassia favorisce questa tendenza di sviluppo. Nel Foro di Arezzo (sito presso il Duomo attuale) si era riprodotto il Foro di Augusto di Roma.
Vari senatori romani appartengono ad antiche famiglie aretine, di origine etrusca, o coloniale, come i Cilnii, i Ciartii, i Martii e gli Avilii.

Tuttavia nel II secolo d.C. comincia per Arezzo una fase di declino, accentuatasi anche nell'epoca tardo-antica. Tra le cause principali della decadenza del centro si distinguono il nuovo percorso della via Cassia e il trasferimento delle officine di ceramica in altre province. 

Caduto l’impero romano sotto i colpi dei popoli venuti dal nord, anche Arezzo fu costretta a subire conquiste e distruzioni. 

La città riacquistò prestigio soltanto nel Medioevo.

La città si risollevò dopo l’arrivo dei Longobardi intorno al 600 e, in breve, riacquistò splendore e potenza: dal punto di vista politico grazie alla forza dei propri Vescovi-Conti e dal punto di vista culturale con la nascita di una scuola (università) di primaria importanza nell'Italia di allora. 

Il Duomo Vecchio e il Complesso sacrale del Pionta

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Situato a sud-ovest dell’odierna Arezzo, a 274 metri sul livello del mare e a circa un chilometro dall’attuale cattedrale, il Colle di Pionta, o del Duomo Vecchio, vanta origini antichissime, come attesta la presenza di fonti sacre e culti di acque salutari riconducibili ai “culti suburbani” di origine preistorica e documentati dal professor Giovanni Colonna. In seguito allo sviluppo della città’, il colle divenne un sepolcreto utilizzato dalle famiglie aristocratiche aretine, funzione evidenziato dai reperti rinvenuti.

E’ soltanto con il martirio subito dal secondo vescovo di Arezzo nel 304 d.C., e con inizio del culto di quest’ultimo, che il sito conosce la sua vera fioritura. 
Sul colle di Pionta, dopo la pace costantiniana nel 313, viene eretta una cappella oratorio ad opera del successore di Donato, Gelasio, rapidamente, attorno a questo primo nucleo, si sviluppa un importante centro culturale che porta il prof. J.P. DELUMEAU, dell’università di Rennes, a paragonare il Pionta a Tours e a parlarne come uno dei principali luoghi spirituali dell’intero occidente.

Il ruolo che esso ebbe e’ peraltro attestato dalle numerose e documentate visite di grandi personaggi che, per oltre un millennio, si susseguirono in questo luogo, tra gli altri: i due papi, Papa Vittore II che vi morì nel 1057 e Papa Gregorio X che vi morì nel 1210 le cui spoglie riposano nell’attuale Cattedrale.
Altre visite illustri sono state quelle di Pipino il breve nel 756 e il figlio Carlo Magno nell’800 e nell’801, Lotario I nell’836, Ugo di Arles con il figlio Lotario II nel 936 e 939, Ottone I nel 970, Ottone II nel 981 e Ottone III nel 996.

Ma il livello culturale raggiunto dal sito di Pionta é attestato essenzialmente dalla fervida attività’ architettonica il cui rilevamento è’ tuttora in fase di definizione: alla primitiva chiesa paleocristiana del IV secolo ( area ancora non identificata), si affianca nel  650-840 la cattedrale di Santa Maria e Santo Stefano che, come dimostrano le esplorazioni effettuate, rivela  la presenza in loco di longobardi e poi dei franchi, la canonica istituita dal papa Gregorio IV presso la cattedrale nel 840 (non ancora identificata), la sede vescovile ( il vescovo di Arezzo sarà uno dei primi che dopo il mille si fregerà del titolo di conte), ed, infine, il grandioso complesso del tempio di San Donato, realizzato dal famoso architetto Maginardo ad immagine della Basilica di San Vitale in Ravenna, consacrato nel 1032 e purtroppo ancora non identificato.

Si viene così a costituire una vera cittadella vescovile la cui vitalità culturale conferma, oltre la presenza stesso di Maginardo, di Guido Monaco e dell’archivista  Gerardo, grazie al quale ci sono pervenute le copie autentiche dei documenti liutprandani, lo sviluppo degli studi giuridici, musicali e dell’arte della miniatura, complesso di fattori che costituirono la “scuola della cattedrale” che porterà alla nascita della terza* Università dell’occidente cristiano dopo Bologna e Parigi.

Il nome Duomo Vecchio è ascrivibile alla presenza del Tempio di San Donato, primo Duomo di Arezzo che da solo costituiva un punto di riferimento completo per tutta l’area. Dopo il 1203, quando la cattedrale venne trasferita entro le mura della città, si continuò a chiamare «Domus» la sede di Pionta, ma con l’aggiunta di «vetus»: Domus vetus, Duomo vecchio.
Il nome «Pionta» è stato fin dall’epoca longobarda il nome del colle e che solo in un secondo momento rimase ad indicare quella parte dell’area periferica del colle.

Gli scavi compiuti nel luglio del 2017 hanno portato alla luce interessanti ed entusiasmanti scoperte tra le quali una tomba infantile e de delle mura che possono essere compatibili alle strutture che sorreggevano il Duomo Vecchio.

San Donato, secondo vescovo della diocesi di Arezzo, patrono della città, venne martirizzato mediante decapitazione sicuramente il giorno 07 del mese di agosto, dubbio l’anno, ma più probabilmente nel 304. Il Suo corpo è certo che fu sepolto qui.

La Cacciata dei diavoli da Arezzo è un affreszo del 1290/5 circa di Giotto di Bondone ubicato nella parete della Basilica Superiore di San Francesco in Assisi.

Il campo del dipinto è dominato a destra dalla città turrita, separata dal resto del mondo da una grande crepa nel terreno. Le torri della città sporgono oltre le mura secondo prospettive complesse, che sono intuitive e non geometricamente allineate.
A sinistra dalla cattedrale gotica, imponente, identificabile con il Duomo Vecchio, ubicato fuori della città e abbattuto per volere del duca Cosimo I de' Medici nel 1561.

Ecco come si presentava il tempio di S.Donato nell'XI sec.
Alla primitiva chiesa paleocristiana del IV secolo fu affiancata nel 650-840 la cattedrale di Santa Maria e Santo Stefano, una canonica che fu eretta per volere di Papa Gregorio IV nel 840, la sede vescovile che porterà il Vescovo di Arezzo a potersi fregiare, dopo l'anno 1000, del titolo di conte. Al termine di tutto ciò fu eretto un grandioso complesso, realizzato dal famoso architetto Maginardo: il tempio del nostro Patrono il "Divo" San Donato.


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Nel 2017 dopo quattro settimane di scavi sono arrivate delle entusiasmanti scoperte: sono venute alla luce una tomba infantile con due neonati, probabilmente due gemellini, sepolti insieme, e le mura di quello che era il Duomo vecchio.

Procede la campagna archeologica a Colle del Pionta fortemente voluta dall'associazione Academo e dal suo presidente Mauro Mariottini e coordinata dalla Professoressa Alessandra Molinari dell'Università di Tor Vergata, che coordina un team di 10 archeologi che sta dando frutti di particolare interesse ed a breve porterà a scrivere nuove pagine nella storia di Arezzo.

L'area di scavo è proprio dietro all'oratorio di Santo Stefano, laddove gli studiosi presumono potesse trovarsi la tomba di San Donato. "Abbiamo trovato alcuni grandi muri che hanno una forma che riporta ad un edificio poligonale - spiega Molinari - Tutta la struttura sembra girare intorno alla cripta all'interno dell'oratorio di Santo Stefano. Sembra proprio che ci stiamo trovando di fronte al grande duomo di Maginardo".

Dunque sarebbe stato trovato il duomo vecchio ma i dubbi ormai sembrano essersi dissolti. "Questa è una zona ad alto interesse - spiega Molinari - tanto è vero che anche in passato sono stati fatti grandi scavi, tra i quali quelli di Mario Salmi che per molto tempo ha cercato i resti del duomo vecchio. Per capire l'importanza di questa zona dobbiamo cercare di tornare indietro nel tempo con l'immaginazione: pensare ad un'area con antiche cave e ipogei dove furono sepolti in molti. Forse anche proprio San Donato".

E proprio una tomba infantile è stata ritrovata vicinissima a quello che gli archeologi ipotizzano fosse il sepolcro principale. I resti di due neonati sono stati trovati nella tomba, uno accanto all'altro: "Pensiamo che nella cripta dell'oratorio ci fosse la tomba di San Donato. E forse la tomba infantile ritrovata, risalente a prima dell'anno Mille, era lì affinché i defunti si riposassero vicino al santo. Nel passato forse era gradito farsi tumulare qui proprio per la vicinanza con la sepoltura di San Donato".

Il Colle del Pionta vanta origini antichissime, come attesta la presenza di fonti sacre culti delle acque salutari riconducibili ai culti suburbani di origine preistorica. In seguito allo sviluppo della città, il colle divenne un sepolcreto utilizzato dalle famiglie aristocratiche aretine, funzione evidenziata dai reperti che vi sono stati rinvenuti. Ma è soltanto con il martirio del secondo vescovo di Arezzo, San Donato, nel 304 d.C., e con l'inizio del culto di quest'ultimo che il sito conosce la sua vera fioritura. Sul Colle del Pionta, dopo la pace costantiniana del 313, viene eretta una cappella oratorio ad opera del successore di Donato, Gelasio, attorno alla quale si sviluppa un importante centro Culturale paragonabile ai principali centri spirituali dell'intero occidente dell'epoca.

Alla primitiva chiesa paleocristiana del IV secolo, si affianca, nel 650-840, la cattedrale di Santa Maria e Santo Stefano che, come hanno dimostrato le esplorazioni effettuate, rivela la presenza in loco di Longobardi e poi Franchi, la canonica voluta da papa Pietro I (840), la sede vescovile e, infine, il grandioso complesso del tempio di San Donato, realizzato da Maginardo ad immagine di San Vitale in Ravenna, consacrato nel 1032. Questo complesso venne a costituire una vera e propria cittadella vescovile.

Le prime devastazioni furono opera degli stessi aretini nel 1110 e nel 1129, nel contesto degli scontri tra guelfi e ghibellini. Nel 1203 Innocenzo III, poi, fece trasferire, con bolla papale, la cattedrale, l'episcopato e la canonica dentro le mura della città, presso la chiesa di San Pier Maggiore, appartenete ai monaci benedettini dell'abbazia di Santa Flora e Lucilla.

Il termine Pionta deriva dal longobardo "biunda", che significa "recinto", in riferimento a terreni coltivati e allevamenti che includeva anche una vasta zona pianeggiante limitrofa al castrum vescovile. Successivamente il castrum prese il nome di Domus. Rimase il termine Pionta, ad indicare solo le zone marginali pianeggianti. 

Arezzo medioevale

Tra i primi liberi Comuni (i Consoli sono documentati nel 1098), Arezzo nel XIII secolo si espande nei territori circostanti entrando in collisione con le altre potenze toscane.
Nel 1288 gli aretini sconfissero i senesi a Pieve al Toppo.

Ma l’11 giugno 1289 furono battuti a Campaldino dall’imponente esercito di Firenze. Gli aretini riuscirono a resistere e a risollevarsi sotto la guida del vescovo Tarlati. 

I confini tornarono ad ampliarsi a dismisura e la città ebbe nuove grandi mura. Purtroppo il vescovo morì nel 1327 per una pestilenza contratta durante l’assedio di Pisa. 

E i successori non riuscirono a mantenere in pugno il vasto stato aretino.
Al culmine della crisi, nel 1384, Firenze ottenne la definitiva resa di Arezzo pagando la straordinaria cifra di 40.000 fiorini d’oro.

Da allora le sorti dei "botoli ringhiosi" di Arezzo, purtroppo, si legano a quelle di Firenze.

"Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso"

Divina Commedia (Dante Alighieri)

La battaglia di Campaldino

La battaglia di Campaldino si combatté l'11 giugno 1289 fra i Guelfi, prevalentemente fiorentini, e Ghibellini, prevalentemente aretini, alla quale parteciparono, tra gli altri, Dante Alighieri e Cecco Angiolieri. La vittoria dei guelfi, dovuta soprattutto al ruolo di Corso Donati, comportò la progressiva egemonia di Firenze sulla Toscana.

Le insegne di guerra furono consegnate il 13 maggio, a Firenze. Fu preparato un campo presso Badia a Ripoli con l'intenzione di muovere verso Arezzo passando per il Valdarno.
Fu invece deciso di passare dal Casentino e valicare il passo in prossimità dell'attuale Consuma. Fu una decisione inaspettata e rischiosa ma vincente e fu dovuta, in gran parte, grazie ai suggerimenti degli aretini, tra cui il Capitano Rinaldo dei Bostoli, esuli a Firenze.

La mattina del 2 giugno i Guelfi si misero in marcia e guadarono l'Arno fra Rovezzano e Varlungo in direzione di Pontassieve.

Appena giunta la notizia della via percorsa dai Guelfi, i Ghibellini dovettero agire rapidamente e si misero in marcia da Arezzo verso Bibbiena, per la difesa dei castelli dei Conti Guidi e degli Ubertini.
I capi Ghibellini erano Guglielmino degli Ubertini, Vescovo di Arezzo (armato di mazza per non contravvenire al medievale precetto che gli uomini di chiesa non potessero spargere sangue sui campi di battaglia), Guglielmino Ranieri dei Pazzi di Valdarno, detto Guglielmo Pazzo, Guidarello di Alessandro da Orvieto, Guido Novello dei Conti GuidiBuonconte e Loccio da Montefeltro.

Molti di questi cavalieri, ai quali si erano aggiunti truppe ghibelline provenienti da tutta Italia, erano reduci dai combattimenti vittoriosi del 1288 contro Siena e Massa. 

Per i Guelfi, comunque, la scelta di passare dal passo della Consuma e dal Casentino si dimostrò vincente. I castelli casentinesi, colti di sorpresa, furono assoggettati facilmente e non si opposero al passaggio dell'esercito.
Il Vescovo di Arezzo Guglielmino inviò dunque il guanto di sfida ai capitani Guelfi che furono felici di accettare.

Il luogo individuato per lo scontro fu la Piana di Campaldino, tra Poppi e Pratovecchio nelle vicinanze di una chiesetta chiamata Certomondo, sul lato sinistro dell'Arno. Furono i capitani a scegliere strategie e tattiche. I Guelfi giunsero sul posto prima degli aretini e pianificarono una tattica difensiva e scelsero una posizione che gli permetteva di attaccare in discesa ponendo i carri con le masserizie come estrema linea di difesa.

I Ghibellini iniziarono la battaglia scatenando una prima ondata. Trecento Feditori al galoppo, comandati da Bonconte da Montefeltro e seguiti da trecentocinquanta cavalieri al trotto fecero da apripista per la fanteria che li seguiva di corsa. I cavalieri Aretini combatterono con valoregrazie alla loro maggiore abilità in combattimento.

I feditori Guelfi ricevettero l'urto e furono quasi tutti disarcionati ma chi aveva conservato l'integrità fisica continuò il combattimento appiedato con le asce, le spade e le mazze.
A questo punto lo scontro divenne disordinato: si creò una moltitudine di zuffe e duelli. Quindi entrarono in azione i balestrieri guelfi che ben protetti dalle mura mobili dei palvesi tiravano a colpo sicuro da distanza ravvicinata. I ghibellini invece dovevano tirare da lontano con minore efficacia in quanto la visibilità era limitata dalla polvere che si era alzata.

La cavalleria guelfa era arretrata ma, alle ali dello schieramento, la fanteria che era riuscita a reggere i colpi a quel punto cominciò a chiudersi a tenaglia accerchiando inesorabilmente i ghibellini. E a questo punto fu decisivo il comportamento delle riserve di Corso Donati, al tempo podestà di Pistoia, che con un atto di insubordinazione caricò per "fedire" con i suoi cavalieri freschi.
Guidò la carica verso il fianco destro dei ghibellini con grandissima efficacia separando i cavalieri dai fanti. Guido Novello conte di Poppi, che osservava la mischia dalla chiesa di Certomondo non lo imitò giudicando persa la battaglia e ritirandosi coi suoi cavalieri verso il proprio castello a Poppi.

La battaglia era decisa. La cavalleria ghibellina era accerchiata e i fanti erano disorientati. Guglielmino degli Ubertini affrontò i nemici ma fu abbattuto dopo un aspro combattimento. Caddero anche Buonconte da Montefeltro e Guglielmo Pazzo del Valdarno ed iniziò la fase conclusiva della battaglia: quella della "caccia" per prendere ostaggi da scambiare con riscatti e per sottrarre le insegne, l'equipaggiamento e le armi ai nemici.

A battaglia finita si cominciarono a raccogliere e a cercare di riconoscere i caduti: 1700 da parte ghibellina e 300 da parte guelfa che vennero sepolti, assieme, in grandi fosse comuni in prossimità del Convento di Certomondo.

All'interno della stessa chiesa fu sepolto il Vescovo Guglielmo deli Ubertini - Recente è stato il ritrovamento di suoi resti ossei sotto il pavimento della chiesa all'interno di un sepolcro.

L'esercito ghibellino, o per meglio dire aretino, era quindi stato annientato nella piana.

I guelfi fiorentini avanzavano indisturbati verso Arezzo, conquistando e saccheggiando tutto ciò che trovavano sul loro cammino. Arrivarono quindi verso la fine del mese alle porte della città.

Per Arezzo la sconfitta di Campaldino fu la fine del Comune, della libertà mantenuta fino ad allora battendo anche una moneta propria e l'imposizione del dominio fiorentino che portò le sue armi fin sotto le mura.

La leggenda di Ippolita degli Azzi

Ippolita degli Azzi, una nobildonna aretina il cui sposo aveva perso la vita a Campaldino, giurò vendetta.
Vedendo sopraggiungere le armate guelfe salì sulla torre più alta della città facendo suonare le campane per radunare tutti gli aretini.
In città erano rimasti solo donne, vecchi e ragazzi e a loro si rivolse la nobildonna invitandoli ad una difesa a dir poco disperata.

Gli aretini riuscirono a contenere i nemici e Ippolita non indietreggiò mai, nemmeno quando i guelfi catturato il figlio Azzolino minacciarono di tagliarli la gola davanti alla madre a meno che non si fosse arresa. Ippolita non indietreggiò e i fiorentini davanti a questo sua presa di posizione restarono basiti, quasi in ammirazione per il suo coraggio.
Decisero quindi di restituirle il figlio e fu incaricato il capitano Rinaldo de Bostoli, un aretino cacciato dalla città perchè appartenente alla fazione opposta a quella dominante. Bastò uno sguardo per far nascere un'intesa tra i due. Ad ogni modo Rinaldo rientrò subito nel campo dei guelfi, lo stesso campo che il giorno dopo Ippolita, alla testa degli aretini, dette alle fiamme con un'azione a sorpresa.
Ne scaturì una battaglia furiosa. Ippolita rimase ferita, Rinaldo vendendola a terra si fece largo per soccorrerla a costo della sua vita.
Ippolita potè così tornare all'interno da Arezzo salendo sulle mura e impugnando la spada ne guidò la difesa come una Giovanna d'Arco dell'epoca.

Il Conclave di Arezzo

Il primo Conclave della storia di Santa Romana Chiesa è stato celebrato in Arezzo, esattamente nella chiesa di San Domenico, nel gennaio 1276.

Papa Gregorio X aveva 65 anni quando arrivò ad Arezzo, alcuni giorni prima del Natale 1275. Ritornava a Roma da Lione, dove aveva convocato e presieduto un Concilio Ecumenico. Da alcuni mesi soffriva di improvvise febbri debilitanti.

Arrivò col suo seguito papale e fu ricevuto e ospitato nel nuovo palazzo vescovile di Arezzo, costruito dal Vescovo Guglielmo degli Ubertini. Venerdì 10 gennaio 1276 Gregorio X morì nell'episcopo di Arezzo.

Lasciò alla città un'ingente somma di denaro da utilizzarsi per la costruzione della nuova Cattedrale. L'arrivo, la morte e la sepoltura di Gregorio X sono state una pietra miliare nella millenaria storia di Arezzo.

Poche altre città hanno avuto il privilegio di custodire i resti mortali di un Papa e di ospitare un Conclave, come è avvenuto ad Arezzo per la successione di Gregorio X. Il primo Conclave della storia di Santa Romana Chiesa è stato celebrato in Arezzo nel gennaio 1276.

Lo Studium Aretino

Arezzo è stata una delle prime Università Italiane ed europee. 

L'Università di Arezzo (Studium Aretino) è stato un antico ateneo fondato prima del 1215 nella città di Arezzo, definitivamente chiuso verso la fine del XV secolo.

E' stata la seconda Università fondata in Italia dopo quella di Bologna. 

Il 16 febbraio 1255, lo studium ottenne il suo statuto promulgato da un collegium composto da otto professori, con l'avallo del podestà di Arezzo.

APPROFONDISCI http://www.tdtc.unisi.it/studium/

Nel XIII secolo le conquiste culturali aretine negli studi e nelle lettere superarono di gran lunga quelle dei Comuni vicini, comprese le stesse città di Siena e Firenze.

Si è soliti collocare la data di nascita dello “Studium Aretino” nel 1215 quando giunse in città Roffredo da Benevento, una delle figure di maggior prestigio della giurisprudenza bolognese.
Ci sono però non poche testimonianze storiche che suggeriscono una data anteriore, tra le quali uno scritto dello stesso Roffredo in cui parla di uno Studium ad Arezzo contemporaneo all'Università di Bologna, sicuramente ancora nella sua fase iniziale e d'istituzione: “de scholaribus qui sunt Arretii vel Bononie”.

In questo contesto assume un significato particolare la lode di questo insigne docente, letterato e poeta latino, per l'alto livello d'istruzione e di preparazione dello “Studium litterarum Aretino” e dei allievi, che dovevano quindi già aver ricevuto una preparazione di tipo universitario.

Questo induce a ritenere che lo Studium Generale di Arezzo non fu una filiazione dell'Università bolognese (dovuto, cioé, ad una secessione di gruppi di docenti bolognesi, come invece accadde per molte altre scuole italiane), ma che, con ogni probabilità, si trattava di un'istituzione autoctona, sorta intorno al 1200.

Lo stesso Roffredo cita lo Studium di Arezzo assieme a quelli di Parigi e di Bologna, testimoniando di fatto che Arezzo, dopo quelle due città, fu la terza città in Europa in ordine di tempo a vedere la nascita di un’Università.  

Le origini dell'Università aretina si possono quasi sicuramente attribuire alla scuola canonica della cattedrale di San Donato (il Duomo vecchio).
Questa scuola per la formazione dei chierici, di cui abbiamo notizia fin dal VII secolo,costituì una guida culturale per l'intera Toscana durante l'Alto Medioevo, raggiungendo il suo massimo splendore all'inizio dell'XI secolo, quando il vescovo Elemperto riorganizzò gli studi delle Arti Liberali e della Sacra Scrittura.

Accanto a questa scuola sorse anche una famosa scuola di calligrafi, di così alta qualità che ampia fama ebbe la “bona littera aretina”.

A partire dagli inizi dell’XI secolo venne riscoperto anche lo studio del Diritto Romano, grazie anche all’influenza culturale esercita dalla vicina Ravenna, città con la quale da sempre Arezzo aveva mantenuto stretti rapporti culturali e politici e dove, meglio che altrove, era stata conservata la tradizione giuridica romana.

Molto tempo prima che Irnerio lo insegnasse a Bologna, il Diritto Romano venne impiegato, infatti, dai giuristi aretini al servizio del loro vescovo durante le continue dispute di diritto nella vertenza ormai secolare con il vescovo senese.

Sicuramente alla base di questa precoce riscoperta ci fu anche l’influsso proveniente dall’area ravennate con cui la città aretina da tempo intratteneva intensi rapporti culturali (che si erano intensificati soprattutto sotto l’episcopato del vescovo Adalberto che si era trasferito ad Arezzo proprio dalla città adriatica).

Grazie all’elevato grado di insegnamento di diritto si sviluppò ad Arezzo una classe notarile di altissimo livello, difficilmente riscontrabile in altre città nei secoli XI-XII.

Per approfondire storiamedievale.net/studium.htm

Arezzo dopo Campaldino

Mentre la potenza di Arezzo cresceva sempre di più, cresceva contemporaneamente la voglia delle città vicine di pareggiarne l'importanza, ed era perciò inevitabile che si arrivasse allo scontro con Firenze e Siena.

Dopo alterne vicende la Arezzo ghibellina subì una disfatta contro le armate senesi e fiorentine nella battaglia di Campaldino (1289) nei pressi di Poppi. In questa battaglia, a cui partecipò Dante Alighieri per la parte guelfa, morì anche il vescovo di Arezzo Guglielmino Ubertini.

In seguito si affermò la signoria dei Tarlati di Pietramala, il cui principale esponente fu Guido Tarlati che pur essendo divenuto vescovo nel 1312 continuò a mantenere buoni rapporti con la fazione ghibellina, in Toscana e fuori, come ad esempio con gli Ordelaffi di Forlì.

La signoria di Guido Tarlati mise temporaneamente fine alle dispute di fazione tra i Tarlati e gli Ubertini e la famiglia guelfa dei Bostoli; tanto feroci che San Francesco si era rifiutato a suo tempo di entrare in città, vedendola "infestata dai diavoli", episodio ricordato da Giotto negli affreschi della Basilica superiore di San Francesco d'Assisi.

Guido Tarlati risanò il bilancio dello Stato, portandolo a una tale floridità che Arezzo prese a battere moneta propria, ampliò la cinta muraria, concluse una onorevole pace con Firenze e riuscì ad allearsi con Siena e ad espandere il dominio territoriale verso sud e verso est, lui vescovo, a spese dei possedimenti pontifici; tanto che il Papa da Avignone lo scomunicò e lo dichiarò eretico. Ciò non gli impedì, nel 1327, di incoronare imperatore a Milano Ludovico il Bavaro.

In questo periodo si era anche sviluppata una forte borghesia mercantile che aveva imposto alcune modifiche nel governo della città, come la creazione della magistratura del capitano del popolo e delle corporazioni delle arti, e la costituzione di una magistratura rappresentativa delle quattro parti in cui la città venne divisa: porta Crucifera, porta del Foro, porta Sant'Andrea e porta del Borgo, alle quali si richiamano i quattro quartieri che disputano l'odierna Giostra del Saracino.

A Guido Tarlati passato a miglior vita nel 1327 successe Pier Saccone, il fratello, che non era della stessa pasta. Arezzo cominciò progressivamente a perdere terreno nei confronti della rivale Firenze, perdendo per la prima volta l'indipendenza nel 1337: Pier Saccone, pressato dagli oppositori interni, dai nemici esterni (fiorentini e perugini) e dalla crisi economica, cedette Arezzo a Firenze per dieci anni in cambio di denaro.

Trascorso questo periodo, l'indipendenza fu recuperata, ma non la prosperità. La seconda metà del Trecento fu caratterizzata tuttavia da una sostanziale pace sociale, che terminò bruscamente con il progetto del Vescovo Giovanni Albergotti di fare entrare Arezzo nella sfera d'influenza del papato.
Le lotte tra guelfi e ghibellini riesplosero con violenza, e la città conobbe più volte l'esperienza del saccheggio da parte di soldataglie mercenarie chiamate in soccorso ora dall'una ora dall'altra parte, o anche venute per l'una e passate all'altra se questa pagava meglio, secondo il costume dell'epoca.

Ultimo fu il capitano di ventura francese Enguerrand de Coucy che transitava nella zona diretto a Napoli, dove doveva attaccare Carlo III di Napoli per conto di Luigi I d'Angiò, e fu assoldato dalla parte ghibellina che era stata appena espulsa dalla città. Enguerrand prese con facilità quel che rimaneva di Arezzo, ma nel frattempo il suo signore Luigi d'Angiò moriva, lasciando l'armata senza scopo e senza soldo.

Firenze ne approfittò immediatamente, offrendo al capitano francese quarantamila fiorini perché consegnasse Arezzo, ed egli accettò. Dopo di che, Enguerrand valicò l'Appennino, recando con sé la preziosa reliquia della testa di san Donato, patrono di Arezzo. Alla sua venuta a Forlì, Sinibaldo Ordelaffi, il signore di quella città, riscattò la reliquia, che tenne con grande venerazione fino a che essa fu restituita agli aretini.

Nel 1384, dunque, Arezzo fu annessa allo Stato toscano dominato da Firenze. Il dominio fiorentino è visibile d'ora in poi anche nell'architettura e nell'Arte: Spinello Aretino fu l'ultimo artista di scuola autoctona; dopo di lui prevale la scuola fiorentina. In questo periodo furono realizzati da Piero della Francesca gli affreschi della Leggenda della Vera Croce nella basilica di San Francesco.

Il governo fiorentino tentò di rendersi gradito alla città, riuscendovi in parte grazie alla saggia elezione a segretario della Repubblica di un aretino di alto spessore, lo storico e poeta Leonardo Bruni, che si adoperò per favorire l'integrazione di Arezzo nel nuovo Stato toscano ormai, con l'eccezione di Siena e Lucca, interamente sotto il controllo di Firenze.

Vi fu tuttavia un lento decadimento economico e culturale della città. La parte più antica, comprendente la rocca e la cattedrale, fu profondamente modificata con la costruzione della Fortezza Medicea, esempio precoce di fortificazione alla moderna.

Arezzo nel 1500

Nel primo cinquecento Arezzo si trovò coinvolta in una rivolta antifiorentina, che oppose a Firenze il capitano di ventura Vitellozzo Vitelli, il "duca Valentino" Cesare Borgia e suo padre papa Alessandro VI, e il re di Francia Luigi XII.

La sommossa si spense però dopo pochi giorni, e costò la vita al Vitelli che fu fatto uccidere dallo stesso Cesare Borgia durante un banchetto, con un metodo cui Niccolò Machiavelli dedicò un trattato datato 1503.
Nel 1525 sulla città e sul contado si abbatté una pestilenza, cui seguì una carestia che mise in ginocchio l'economia aretina e portò ad una nuova sollevazione contro Firenze nel 1529, anche questa però più legata ad avvenimenti esterni che ad una vera volontà popolare.

I Medici, che erano stati scacciati da Firenze nel 1527, avevano ora dalla loro il papa Clemente VII, appartenente alla famiglia dei Medici.
Questi concluse una pace con l'Impero e si assicurò così un'armata imperiale, comandata da Filiberto di Chalons, per imporre a Firenze il ritorno dei Medici. L'armata proveniente da Roma passò dal territorio di Arezzo, allora parte dei possedimenti fiorentini e presidiata da una guarnigione fiorentina, e la città anziché tentare una improbabile resistenza all'assedio pensò di profittare della situazione per riconquistare l'indipendenza, trattando la resa tramite un ufficiale dell'esercito imperiale originario della Valtiberina, tale Francesco di Bivignano, detto "il conte rosso".
La guarnigione fiorentina si rifugiò in fortezza ma fu presto cacciata, mentre il Conte Rosso si impadroniva di parte del Valdarno, Anghiari e Sansepolcro.
Ma terminata la contesa con la sconfitta della Repubblica fiorentina a Gavignana nell'agosto del 1530, i Medici non videro più la ragione per tenere Arezzo separata dal resto della Toscana, ed inviarono di nuovo l'esercito imperiale a prenderne possesso.
Nel 1554 cadeva anche Siena, ed una quindicina di anni dopo tutta la Toscana, con l'eccezione di Lucca e dello Stato dei Presidi presso l'Argentario, diveniva granducato.

Cosimo I de' Medici attuò ad Arezzo un piano di ristrutturazione urbanistica a scopi difensivi: il perimetro della cinta muraria fu ridotto come il numero delle porte, la fortezza fu ricostruita e ampliata.

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In questo contesto fu anche completata la cattedrale, e furono abbattuti tutti gli storici edifici della Città, tra cui l'antico Palazzo del Comune e il Palazzo del Capitano del Popolo, il Palazzo dei Tarlati di Pietramala e 17 edifici religiosi: in pratica l'intero centro storico turrito della città antica sede della città etrusca e del foro romano, creando con il materiale derivato dalla distruzione degli edifici uno spazio piano fra i due colli di San Pietro e San Donato, furono costruite le Logge Medicee dovute alla mano di Giorgio Vasari.

Durante i lavori di scasso vennero rinvenute le celebri statue di bronzo della Minerva di Arezzo e della Chimera di Arezzo.

Venne inoltre completamente abbattuto il Duomo Vecchio e gli edifici ecclesiastici millenari che lo circondavano sul Colle del Pionta, il cosiddetto " Vaticano " aretino situato fuori delle mura trecentesche per evitare che potesse essere utilizzato a scopi militari da nemici che assediassero Arezzo.

Il periodo del Granducato Mediceo a partire dalla seconda metà del Cinquecento vide però, in tutta la Toscana, un lento ma inesorabile decadimento economico e culturale accompagnato da decremento demografico, che si invertirà solo nel settecento, con le iniziative illuminate di Pietro Leopoldo di Lorena.

Arezzo nei secoli successivi

Nel XVIII secolo fu portata a termine la bonifica della Val di Chiana.

Nel febbraio 1796, Arezzo fu sconvolta da uno sciame sismico di oltre trenta scosse di terremoto; il 15 febbraio i movimenti tellurici cessarono, a seguito del miracolo (secondo la tradizione cattolica) della Madonna del Conforto, un'immagine sacra oggi custodita nella Cattedrale di Arezzo.

Nello stesso 1796, cominciò una campagna militare di invasione dell'Italia da parte dei francesi. Il generale comandante di questa invasione era Napoleone Bonaparte.

Anche Arezzo fu conquistata, ma nel 1799 fu il centro del movimento del "Viva Maria" (ispirato proprio all'immagine della Madonna del Conforto), una delle insorgenze anti napoleoniche avvenute in quegli anni in Italia.

Gli aretini mostrano ancora fierezza in alcuni tentativi di rivolta, in particolare quando, nel 1799, cacciarono per alcuni mesi i francesi con una sommossa che prese appunto il nome di “Viva Maria” e che si propagò in molte altre zone dell’Italia centrale.

In seguito a questi fatti Arezzo fu riconosciuta dal Granduca di Toscana capoluogo di provincia. Nel 1860 il Granducato di Toscana, e quindi Arezzo, entrò a far parte del Regno d'Italia.

Oggi Arezzo è un centro economicamente vitale con una attività industriale che fa perno prevalentemente sulla lavorazione dell’oro
E’ una città in espansione, laboriosa e proiettata verso il futuro. Ma è anche una città che sa custodire le proprie origini e le proprie tradizioni. E il torneo cavalleresco della Giostra del Saracino è una delle espressioni in cui il passato ed il presente si intrecciano mostrando il carattere e l’indole di un popolo la cui storia ne ha sempre dimostrato la fierezza e l’orgoglio.

Armata del Viva Maria

Armata del Viva Maria

Viva Maria fu una delle insorgenze antinapoleoniche scoppiate in Italia fra il 1799 e il 1800.
Ebbe come suo teatro principale la città di Arezzo e la Toscana, ma si diffuse anche nei territori limitrofi dello Stato Pontificio.

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