Quartiere di Porta Crucifera
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Arezzo nel dizionario geografico Repetti

AREZZO, ARRETIUM. - Città di origine etrusca, capitale di uno dei cinque gran Compartimenti del Granducato, sede Vescovile, con una Ruota civile, un Commissario Regio, una Camera di Soprintendenza Comunitativa, un ufizio di Registro, un conservatore delle Ipoteche, ed un'Amministrazione economico-idraulica dei beni della Corona in Val di Chiana. - Trovasi nel grado 29ð 33' di longitudine e 43ð 28' di latitudine; 45 miglia toscane a scirocco levante di Firenze, altrettanto a maestro di Perugia; 40 a greco di Siena. Risiede sulla faccia meridionale di agevole ameno colle di cui dominano la sommità la grandiosa Cattedrale, i giardini pubblici e la cittadella, mentre da ostro a ponente il fabbricato e le interne vie si estendono a forma di ventaglio sino alla sottoposta pianura attraversata in parte dal torrente Castro, con un giro di mura di circa tre miglia di estensione. - Il punto più elevato della città è circa braccia 510; il più basso preso alla porta S. Spirito è 436 braccia sopra il livello del mare. Apresi a lei dinnanzi una fertile pianeggiante campagna irrigata dall'Arno e dal torrente Chiassa che ne percorrono il suo lembo da settentrione a maestro, e dalla Chiana che l'attraversa a ponente, mentre la circoscrivono a levante e ad ostro i poggi che diramansi dall'Appennino di Catenaja, e nel lato opposto dai contrafforti che discendono da Pratomagno.
Situata quasi sul bilico dell'Italia, circondata da deliziose colline sparse di ville e case campestri; sull'ingresso di quattro popolose valli, (il Casentino, la Val di Chiana, la Valle dell'Arno superiore e quella Tiberina); nell'incrociatura di cinque grandi strade Regie, in un clima salubre e temperato in un suolo per ingegni e per prodotti feracissimo, sembra che la natura propizia abbia destinato Arezzo sino dai suoi incunaboli a resistere alle fisiche ed umane vicende di 24 secoli, per farla quasi costantemente prosperare fra le popolazioni della Toscana orientale.
Infatti, a cominciare dai tempi più remoti, Arezzo tenne luogo distinto fra le dodici metropoli dell'Etruria per potenza, per fortificazioni, per scultura di bronzi e manifatture di figuline, per estensione e richezza territoriale.
Fece parlare di se negli annali di Roma, sia allora che vigorosamente sostenne un lungo assedio contro i Galli (anno di Roma 469); sia quando macchinò e si fece capo di un'estesa sollevazione a danno del popolo Re (anno di Roma 541); a favore del quale poco dopo (anno 548) Arezzo sopra ogni altra metropoli dell'Etruria si distinse per la copiosa suppellettile militare e la ricca annona somministrata alla spedizione marittima di Scipione contro Cartagine.
Associato alla Repubblica Romana il popolo aretino, a!l'occasione della guerra Marsica, fu ascritto alla Tribù Pomptina, e godè sino d'allora il privilegio di libero Municipio; mentre riunivansi non di rado nelle sue mura gli eserciti coscritti per organizzarsi in legioni, ora contro le Ligustiche, ora contro le guerre Galliche di costà inviati. Arezzo bene spesso, in vista della sua posizione militare, venne prescelta a quartier generale de'vari consoli e pretori dell'Etruria, e fece parte, per due volte almeno, dei suoi predii alle colonie militari dedottevi da Silla e da Giulio Cesare, qualificando i nuovi ospiti coi nomi di Arretini Fidentes, e Arretini Julienses, a distinzione degli antichi inquilini, appellati dopo ciò Arretini Veteres.
Sotto il R. Impero Arezzo può contarsi fra le prime città che abbracciarono e sigillarono col sangue di migliaja di martiri la fede di Cristo.
Alla discesa dei Vandali in Italia, questo al pari degli altri paesi soggiacque a più disastrose disavventure, tra le quali alcuni scrittori contano l'abbattimento delle vetuste sue mura ordinato da Totila: se per altro non facesse ostacolo a ciò il silenzio degli istorici coevi.
Nè può dirsi tampoco che gli Aretini fossero più ampiamente trattati da're Longobardi, in nome de'quali un supremo Magistrato col titolo di Giudice presedeva l'amministrazione del (ERRATA: R. Fisico) R. Fisco, ed era il tutore delle leggi e della sicurezza sociale. Alla qual'epoca Arezzo ebbe motivo anzi che nò di rallegrarsi per la giustizia che vide resa ai suoi vescovi, ai quali mediante due solenni giudicati fu riconosciuta e conservata, illesa 1a giurisdizione ecclesiastica in tutta l'estensione dell'antica loro Diocesi. - Subentrato al Longobardo il dominio de'Carolingi, la prima magistratura di Arezzo fu affidata a un Conte di origine francese, sino a che gli ultimi Imperatori Franchi, e quindi i Germanici, rassegnarono il governo civile della città ai vescovi, alcuni dei quali misero a parte di esso i nobili loro congiunti ed affini.
L'arbitrio e l'oppressione di questi ultimi disposero gli Aretini a costituirsi in un regime popolare, che fu pur esso sovente amareggiato, ora dallo spirito di fazione, ora da una prepotente dittatura; comecchè sotto quest'ultima maniera di governo Arezzo confidò per lungo tempo i suoi destini all'amore patrio e al valore dei propri Prelati. - Fu infatti sotto la signoria assoluta di GuglieImo Ubertini e di Guido Tarlati che Arezzo salì all'apogeo della sua gloria, quando vide sorgere i più grandiosi monumenti nel recinto della città, e allorchè fu reso dipendente dal suo dominio un vasto territorio. A cagione di ciò gli Aretini trovaronsi costretti a sostenere molte guerre, lottando a vicenda contro i Perugini, contro i Senesi, e più spesso combattendo co'Fiorentini, a'quali finalmente nel 1336 doverono darsi in balia. Ritornati sei anni dopo alla pristina libertà collegaronsi co'principali potentati d'Italia per sostenere la propria indipendenza sino a che Arezzo, lacerata da cittadine discordie cadde in potere di quelle armi straniere che vilmente venderono nel 1384 la sua indipendenza alla Repubblica fiorentina, di cui gli Aretini dovettero seguitare i destini ad onta di alcune passeggiere sommosse.
Fu da taluno osservato esser cosa singolare come una città, la quale ha avuto in ogni età dell'epoche luminose o degli uomini di gran merito, non abbia poi progressivamente prosperato, e si vegga quasi forestiera in mezzo ad un fertile ed aprico territorio, il quale in gran parte non appartiene ai suoi abitanti. Ma cesserà la meraviglia per quest'apparente contradizione, qualora si consideri che la centrale posizione della città in questione e l'energia dei suoi cittadini l'hanno esposta a nutrire il fuoco centrale di molti bellicosi movimenti nell'età remote e nelle recenti ancora; cosicchè dovè bene spesso dividere il frutto dei suoi fausti avvenimenti con i molti alleati che facevano causa comune con essa, mentre l'abbandonavano nei tempi calamitosi. Quindi è che Arezzo dovè sovente risentire sopra sè stessa soltanto il peso delle sventure, reso anche più sensibile dallo stabilimento di uomini di merito e delle loro ricche famiglie fuori della patria.
Non meno di quattro volte Arezzo variò ampliando quasi sempre il cerchio delle sue mura.
Il più rinomato di costruzione laterizia fu quello decantato da Vitruvio, da Plinio e da Silio Italico per altezza, bellezza e solidità. Non si sa sino a qual tempo tali mura stessero in piedi, nè se quell'Arretium muro ducta di Sesto Frontino possa essere relativo a qualche restaurazione, e nuova ricostituzione di mura condotte di pietre. Tale sembra essere stato il cerchio che chiudeva gli avanzi dell'antica città intorno alla corona del colle, quando rimaneva nel suo subborgo occidentale la chiesa di S. Pietro piccolo, e nel suburbio meridionale il romano anfiteatro. Per lieve cagione Arrigo V, disgustato degli aretini che volevano dentro le loro mura un Duomo nuovo, fece diroccare nell'anno 1111 quelle forti muraglie, che Ottone Frisingense disse di alte torri munite (MURAT. Annal.). Un secolo dopo erano state esse nuovamente rialzate, e nel 1226 la città trovossi racchiusa in un più spazioso cerchio, il quale abbracciava la chiesa del Murello e quella di S. Maria in Gradi. (Ann. Camald.). Un terzo giro fu tracciato con ampio pomerio, profondi fossi e più regolari vie, circa il 1276, per ordine del vescovo Guglielmino degli Ubertini, compito poi verso il 1322 dal valoroso Guido Tarlati (Annal. Aret.) Il qual cerchio subì una piccola variazione nell'ultima ricostruzione delle mura aretine ordinata da Cosimo I, che di nuovi baluardi e cortine fra il 1549 e il 1568 le fortificò. - Fu allora che si scavarono i famosi bronzi della Pallade, e della Chimera, che gli artisti ammirano nella R. Galleria di Firenze.
Si entra in Arezzo per cinque porte, quattro delle quali situate a piè del colle, e una a mezza costa; l'unica è questa fornita di un subborgo dal lato di levante.
La porta Buja sopra il torrente Castro, e quella dietro al Duomo furono già da lungo tempo murate. Fra le cinque esistenti avvi la porta Nuova o Ferdinanda, aperta nel 1816, donde esce la strada Regia che guida per la Valle Tiberina sino all'Adriatico.
L'interno della città di Arezzo, la cui forma si può rassomigliare a un ventaglio, è intersecato da ampie regolari vie fiancheggiate da decenti fabbriche, da nobili palazzi e da grandiosi stabilimenti sacri e profani. Il corso o sia il borgo maestro, che attraversa la parte più bella della città, dalla porta romana o di S. Spirito sino alla piazza del Duomo, supera tutte le altre vie per ampiezza e per vaghe abitazioni che gli fanno ala. Fra le piazze primeggia quella del Foro, detta anche la piazza maggiore, sulla di cui fronte s'inalza la gran Loggia architettata da Giorgio Vasari, davanti alla quale sorge la statua dell'immortale Ferdinando III, mentre nel lato occidentale fa bella mostra di sè il Palazzo della Fraternita, opera di Niccolò Aretino, inalzato nel secolo XIV da una filantropica Magistratura civica, la di cui istituzione rimonta all'anno 1262.
Non molto lungi di qua esistere doveva l'antico palazzo del Comune, eretto nel 1232 presso Porta Crocifera siccome apparisce da una membrana dell'ARCH. DIPL. FIOR. (Vallombrosa)
Edifizi sacri. - Il luogo più elevato della città è detto il poggio di S. Donato, da una diruta chiesa (S. Donato in Gremona) accosto alla Cittadella; la qual chiesa fu priorato della Badia di S. Trinita dell'Alpi. Presso ad essa sino dal secolo IX esisteva la chiesa di S. Pietro in Castello, o sia maggiore, in luogo della quale posteriormente fu innalzata in ampio piazzale la magnifica Cattedrale, verso il 1277, sul disegno di Lapo Tedesco con la direzione di Margaritone aretino.
Alcuni scrittori hanno creduto che sì fatto edifizio fosse cominciato nel secolo XII, e condotto a più che alla metà dai monaci Benedettini, ai quali nel 1043 fu ceduta la chiesa di S. Pier maggiore dal vescovo Immone. Ma a togliere qualsiasi dubbio, quando non bastasse il disegno della sua architettura, la quale ci richiama ad un'opera posteriore alla sospettata età, due documenti dell'archivio della stessa Cattedrale tolgono ogni dubbio su di ciò. Essendochè da essi risulta che il Duomo predetto non era ancora incominciato nel 10 gennajo 1276, e che fu data mano all'opera dopo una deliberazione presa nel 1277, fra il vescovo Guglielmino ed il suo clero. Nella quale consulta fu determinato, previa l'ispirazione del Signore: QUOD IPSAM INTERIOREM ECCLESIAM (detta forse INTERIOREM per essere questo Duomo dentro la città) ad Cathedralem erectam, quae antea appellabatur Eccl. S. Petri, MIRO A FUNDAMENTIS OPERE COSTRUENDAM, ET CONSTRUI FACIAMUS deliberatione habita diligenti etc. (Arch. della Catt. Aret.)
Onde agevolare il compimento dello stesso edifizio, nel 1283 i vescovi di Fiesole e di Volterra accordarono brevi d'indulgenze a chi concorreva a benefizio della fabbrica. La quale già avvicinare si doveva al suo termine nel 1286, tostochè quest'anno fu chiamato in Arezzo Giovanni Pisano a scolpire la ricca Urna di S. Donato collocata sopra il maggiore altare.
Nel secolo XV la stessa cattedrale venne ingrandita con l'aggiunta di due archi, sostenuti da colonne e capitelli di pietre, dati a lavorare nel 1473 a Bartolommeo da Settignano. Quindi intorno al 1530, il francese Marcilla dipinse a vetri colorati le belle finestre, e poscia le volte dell'Ambulatorio de'tre archi inferiori, compite le altre tre con quasi egual maestria, nel 1650, dall'aretino Castellucci. La grandiosa e ricca cappella della Madonna fu fondata sulla fine del secolo XVIII nella parete settentrionale del tempio, ornata di marmi, di pitture e di belle sculture di terra invetriata. Quivi ammiransi due grandiosi quadri de'famosi artisti Pietro Benvenuti aretino, e Luigi Sabatelli fiorentino, e il deposito del vescovo Marcacci, opera pregevole di Stefano Ricci. Nelle pareti poi della chiesa maggiore sono stati collocati il cenotafio di Guido Tarlati, lavoro d'Agostino e Agnolo senesi, e il sepolcro di papa Gregorio X fatto da Margheritone. Così il battistero di Simone fratello di Donatello, l'altare della Madonna di Loreto disegnato dal Vasari, l'elegante deposito di Francesco Redi, contansi fra i molti e preziosi monumenti di arte che adornano cotesta insigne Cattedrale.
Seconda per merito e anteriore per antichità è la Pieve collegiata di S. Maria, situatata tra il Borgo maestro e il Foro. Al capitolo di questa insigne madre chiesa degli Aretini, dove il clero e il vescovo non di rado solennizzarono i divini ufizi innanzi che dal vecchio Duomo del suburbio si traslocasse la cattedra vescovile in S. Pier maggiore, a questa chiesa insigne il vescovo Guglielmino (1280) accordò tale privilegio da contemplare il suo capitolo quasi altro clero della Cattedrale. L'attual Pieve fu riedificata nel principio del secolo XIII, siccome rilevasi dall'anno 1216 scolpito sulla porta maggiore arricchita di mezzi rilievi e ornati dal celebre Marchionne aretino. Le tavole che adornano l'altar maggiore sono dipinte da Giorgio Vasari, sostituite a una non meno pregevole di Pier Laurati senese traslocata in una vicina parete. Sono di Giotto le figure di S. Domenico e S. Francesco esistenti in un pilastro della cupola: e appartengono al Rosso fiorentino, e a Jacopo Vignali due quadri in faccia all'organo, la cui orchestra fu disegnata dal prenominato Vasari. Opera dello stesso secolo XIII è la vasta chiesa di S. Domenico sul disegno di Niccola Pisano con finestre colorate dal Marcilla e qualche a fresco di Spinello. Ma il lavoro più squisito di questo egregio artista aretino va veduto nella chiesa di S. Francesco in un piccolo altare, mentre le grandi pareti del coro, lacerate dall'ingiuria del tempo e dalle barbarie degli uomini, spettano per la maggior parte a Pier della Francesca. - Disegno dell'Ammannati è la chiesa di S. Maria in Gradi, corredata di vaghe pitture. L'elegante tempio della Badia di S. Flora è opera del Vasari, che dipinse nel Refettorio del contiguo monastero il famoso quadro delle nozze di Assuero; ma la finta cupola di un effetto meraviglioso fu ombreggiata dal gesuita Pozzi. Sono pure da notarsi per pregio di opera o per squisiti dipinti le chiese di S. Agostino, di S. Croce, della SS. Trinità e della SS. Annunziata, l'ultima delle quali costruita sul disegno di Fra Bartolommeo della Gatta e in parte da Antonio da S. Gallo riformata. In fine non vi è chiesa in Arezzo, non tabernacolo sulle pubbliche vie, che non racchiuda una qualche lodevole pittura.
Stabilimenti d'istruzione. - Nei diversi rami di pubblica istruzione Arezzo non fu seconda ad alcuna città Toscana, sia per la celebrità della antichissima sua scuola canonica e di canto fermo, sia per l'Università che ivi fiorì sino da'primordi del secolo XIII, ripristinata con onorevolissimo diploma da Carlo IV nel 1356, e posteriormente in qualche maniera sostenuta dal Magistrato civico della Fraternita, il quale mantiene alunni all'Università di Pisa, all'Accademia di belle arti a Firenze e alle pubbliche scuole di Arezzo, dove stipendia inoltre un professore d'ostetricia, e due d'elementi di chirurgia.
Un nuovo e frequentatissimo Collegio fu riaperto da pochi anni nell'antica casa dei gesuiti in S. Ignazio, provvisto di eccellenti precettori; mentre il florido Seminario fu stabilito nell'antichissimo locale della soppressa congregazione del Murello, di cui ebbe le sostanze sul declinare del secolo XVIII.
Provvede all'educazione delle fanciulle di vario ceto un Conservatorio (S. Caterina) da savie recluse diretto con zelo e carità.
Ma il monumento letterario che sopra ogni altro forma decoro e lustro alla città di Arezzo è il prezioso archivio diplomatico della sua cattedrale cronologicamente disposto e di una diligente sinopsi corredato da due illustri e benemeriti cittadini, Giacinto Fossombroni e Giovanni Francesco dei Giudici.
In argomento di pubblica riconoscenza per i bonificamenti della Val di Chiana gli Aretini innalzarono a perpetua mamoria due statue marmoree ai Granduchi Ferdinando I e Fredinando III; la prima delle quali nella piazza del Duomo scolpita da Gio. Bologna insieme col Francavilla, l'altra nella gran piazza, opera del vivente scultore fiorentino Stefano Ricci.
Una copiosa fontana perenne di acqua salubre, mentre accresce ornamento allo stesso Foro, sodisfa ai bisogni domestici di una gran parte della popolazione, ed il suo rifiuto somministra alimento ad alcuni edifizi posti dentro la città - Vedere ACQUEDOTTI di AREZZO.
Stabilimenti di beneficenza. Lo spirito di associazione si risvegliò assai di buon'ora fra gli Aretini, allorchè con esempio veramente filantropico alcuni cittadini sino dalla metà del secolo XIII dedicarono la persona e le proprie sostanze all'esistenza e mantenimento de'poveri infermi nel locale di S. Maria de'Ponti, donato dai re Ugo e Lotario alla chiesa aretina, e dalla gloriosa memoria di Leopoldo I e Ferdinando III con regia magnificenza soccorso e ampliato, dopo aver riunito ad esso vari minori ospedali, oltre quelli dei dementi, degli esposti e degl'invalidi. - Conta un'epoca egualmente remota l'altro caritatevole stabilimento laicale della Fraternita, o sia della Misericordia, privilegiato nel 1262 dal vescovo Guglielmino degli Ubertini, e dotato da anime generose per soccorrere i poveri, difendere vedove e pupilli, mantenere e educare orfanelli in un apposito stabilimento, promuovere in fine la letteraria e scientifica istruzione. Esso conta fra i suoi più insigni benefattori il giureconsulto Giambiglioni, il celebre Vasari e quel Lazzaro di Gio. di Feo, in lode del quale si recita ogni anno nella Pieve una ben merita orazione.
Non meno antica nè meno benefica fu la congregazione ecclesiastica eretta in S. Marco del Murello, il cui scopo era quello di soddisfare i legati pii, di erogare copiose elemosine a'miserabili, dotare fanciulle, accogliere in ospizio, nutrire e vestire poveri chierici e sacerdoti.
Monumenti pubblici. - Se Arezzo non conta più fra le pubbliche fabbriche il palazzo del Comune innalzato sino dal 1232, essa conserva però quello dei suoi antichi Potestà, oggi residenza del civico Magistrato, corredato di un copiosissimo archivio, mentre le iscrizioni ed altre antichità romane o di etrusco nome furono trasferite di là nel nuovo museo di antichità e di storia naturale eretto nel 1823 nel palazzo della Fraternita, contigua alla pubblica Biblioteca. Anche l'Accademia di scienze, lettere e belle arti intitolata al Petrarca, sino dal 1828 tiene le sue adunanze davanti alla famosa cena di Assuero nel Refettorio dei soppressi Benedettini.
Nello stesso palazzo Civico si aduna il Magistrato della Fraternita,avendo ceduto il suo al tribunale della Ruota Civile, alla pubblica biblioteca e al museo, mentre il Commissario R. risiede nell'antico palazzo Ludomiri in capo alla via del Corso.
Sino dal 1052 Arezzo fu privilegiata del diritto della Zecca con Diploma di Arrigo III, diretto al vescovo Arnaldo e confermatole dal sesto Arrigo e da Carlo IV sotto gli anni 1196 e 1356.
Fra le migliori fabbriche che adornano Arezzo, tengono un luogo distinto il palazzo Granducale già degli Albergotti, l'Episcopio, il grandioso e vago Teatro nuovo, e molte abitazioni signorili di preziosi oggetti di arte abbellite. Due di queste, le case Rossi e Bacci, accrescono lustro alla città per due rari musei, ricchi specialmente di vasi aretini dell'epoca etrusco-romana, e della posteriore età. Ivi pure servono di corredo all'istoria patria altri cimeli di arte, marmi scritti e figurati. - Sono opera romana pochi avanzi di un'anfiteatro, mentre nel luogo dove esisteva la cittadella eretta dalla Repubblica Fiorentina sui fondamenti di un più antico castello vennero sostituiti i pubblici giardini, in mezzo ai quali sorge un monumento alla memoria di Mecenate, antica gloria degli Aretini.
Arezzo però fu incessantemente un vero vivajo d'uomini di ingegno in ogni genere di dottrina, ossia che il sito e l'aria ve li generi, come opinava Giovanni Villani, ossia che la valentia con tanti esempi si promuova in anime d'indole risoluta e vivace; fatto è che a partire dall'aretino Mecenate d'Augusto agli odierni fasti, non vi ha forse città, non provincia che abbia dato alle scienze, alle lettere e alle arti tanti campioni quanti ne può contare Arezzo. Rapporto a ciò è memorabile il motto che Vasari mette in bocca del Buonarroti allorchè, riferir volendo al luogo dove nacque il padre delle belle arti, diceva a Giorgio: Se io ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese di Arezzo.
Fra questi sommi si contano dei veri luminari, Petrarca padre della Lirica italiana, Guido monaco inventore dei tuoni musicali, fra Guittone autore del primo sonetto, Cesalpino scuopritore della circolazione del sangue e del primo sistema scientifico dei vegetabili, Redi autore del vero modo di coltivare la storia naturale e di esercitare la medicina senza empirismo.
"Parlano in Arezzo ancora i sassi", dire solevano una volta gli archeologi a proposito delle molte iscrizioni e memorie antiche scavate in questa città; ma oggi parlano anche le mura delle case, che dicono al forestiero: dove nacque il Petrarca, ove abitarono il Cesalpino e il Roselli, il Bruni, Pietro aretino, Vasari, Pignotti e infiniti altri nomi d'indestruttibile fama, i quali renderanno Arezzo sempre mai benemerito della civile società. La città di Arezzo, compreso il subborgo di Porta Colcitrona ha una popolazione di 10402 abitanti distribuita in 15 parrocchie.
- Vedere il Quadro della popolazione della Comunità d'Arezzo in fine dell'articolo.
DIOCESI DI AREZZO. - La Diocesi Aretina è una delle più antiche della Toscana, mentre conta per suo secondo vescovo S. Donato, Apostolo insigne nel secolo IV dell'era cristiana. I suoi Gerarchi dipendono immediatamente dalla S. Sede; portano il titolo di principi del R. Impero, di Conti di Cesa, e furono decorati un secolo fa, dell'onorifico distintivo della croce arcivescovile, e del pallio.
Se il circondario, che questa Diocesi possedeva sino dal secolo settimo, e che conservò quasi intatto sino al 1325, fosse autenticato conforme a quello della primitiva sua instituzione, noi avremmo diritto di concludere che non vi fu forse fra le antiche città della Toscana, alcuna che occupasse in confronto di Arezzo, maggiore estensione di contado. - Avvegnachè molti tengono per dimostrato che il perimetro delle Diocesi civili sino da'tempi del pontefice Dionisio (anno 267 circa dell'Era Volgare) servisse di norma a quello delle Diocesi ecclesiastiche, nella stessa guisa che nel progredir dei secoli i distretti comunitativi si modellarono su quelli delle respettive loro pievi, suddivisi poi in altrettanti comunelli, quanti furono i popoli delle parrocchie succursali.
Comunque sia, all'epoca Longobarda la Diocesi Aretina, non solamente si estendeva sino alle porte di Siena, rimasta quasi senza giurisdizione ecclesiastica, ma comprendeva nel suo l'intero contado della etrusca città di Cortona. Per modo chè il vescovato di Arezzo, a partire dal crine dell'Appennino di Camaldoli, si dirigeva verso la sorgente del Tevere costeggiando la sua destra sponda (antico limite dell'Etruria) fino oltrepassato Anghiari, dove, ripiegando da levante a scirocco, rimontava la vallecola del Cerfone alle spalle dei monti di Cortona sino al lago Trasimeno che per piccol tratto lambiva. Quindi attraversando la Val di Chiana saliva a Montepulciano, valicava per i colli di Pienza in Val d'Orcia, il di cui fiume servivale di confine dal lato meridionale; sino a che presso al suo sbocco nell'Ombrone torceva di là verso settentrione, e per Montalcino andava ad investire il fiume Arbia, di cui seguitava la sinistra ripa sino nel Chianti. Costà piegando a grecale per i monti di Brolio e di Monteluco, penetrava nel Valdarno sopra Montevarchi, indi, traversando il fiume, saliva pel vallone del Ciofenna, al giogo di Pratomagno. Là ripiegandosi a levante entrava nel Casentino sopra a Poppi sino a che per la Valle dell'Archiano tornava a Camaldoli.
Le più antiche ricordanze, relative all'estensione della Diocesi d'Arezzo nelle parti del contado Senese, cominciano col secolo VIII. Fu causa una controversia promossa dai vescovi di Siena per le pievi aretine situate nella giurisdizione civile senese. La quale questione, per più secoli rimessa in campo e quasi costantemente risoluta a favore dei vescovi d'Arezzo, ci mette in grado di conoscere quali fossero, da questo lato, i limiti politici dell'uno e dell'altro contado, e conseguentemente sin dove si estendesse il territorio senese avanti il mille. - Dalle indagini da me istituite con apposite escursioni in quelle parti della Toscana, mi sembrò di poter dedurre che, fra le pievi controverse, quelle più prossime alla giurisdizione politica di Arezzo, fossero le seguenti : 1ð S. Felice in Avana, nel Chianti alto; 2ð S. Maria ad Alta Serra o Ante Serra, oggi detta Monte Benichi, alla sorgente dell'Ambra; 3ð S. Maria in Pacena, presso Castelnuovo della Berardenga; 4ð S. Vito in Rancia, oggidì S. Vito in Creta. 5ð S. Ippolito poi S. Agata in Sisciano; ora Collegiata di Asciano; 6ð S. Stefano a Cennano, traslocata a Castel Muzi; 7ð S. Valentino in Ursina, oggi Monte Follonica; 8ð S. Maria in Castello Polliciano, che poi fu eretta in Cattedrale di Montepulciano.
Il primo smembramento della Diocesi di Arezzo seguì nel 1325, quando venne istituito il Vescovato di Cortona, staccato quasi totalmente dalla Diocesi aretina. La quale però si riservò la giurisdizione spirituale, che tuttora esercita su due parrocchie poste nell'ultimo confine meridionale del territorio di Cortona, che una sulla gronda del Trasimeno. - Vedere BORGHETTO e PIAZZANO.
Il secondo smembramento avvenne nel 1462, allorchè furono dichiarate città vescovili Pienza e Montalcino, assegnando a esse una porzione della Diocesi d'Arezzo e buona parte di quella di Chiusi. Ebbe luogo il 3ð nel 1520, nella erezione della Diocesi di S. Sepolcro composta di pievi Aretine e di pievi staccate dalla Diocesi di Città di Castello; il 4ð finalmente seguì nel 1561, quando fu dichiarata Cattedrale l'Arcipretura già Nullius di Montepulciano.
Dopo tanti e sì vistosi distacchi l'attual Diocesi aretina supera nondimeno tutte le altre della Toscana, se non rapporto alla popolazione ed al numero delle parrocchie, per riguardo almeno all'estensione territoriale.
Imperocchè in una circonferenza di circa 140 miglia la Diocesi predetta comprende attualmente 335 popoli, numero 80 pievi con sei collegiate; circa 30 monasteri, due insigni santuari (l'Eremo di Camaldoli e l'Alvernia); 700 e più benefizi con 400 fra oratorii pubblici e compagnie laicali. - Varie terre cospicue dipendono dalla sua spiritual giurisdizione; Anghiari in Val Tiberina; Bibbiena, Poppi, (ERRATA: Strada) Rassina, e Subbiano nella Valle Casentinese; (ERRATA: Castelfranco) Laterina e Terranuova nel Val d'Arno di Sopra; Castiglion fiorentino, Fojano, Lucignano e Monte San Savino in Val di Chiana; Asciano, Castelnuovo della Berardenga e Rapolano nella Valle dell'Ombrone, oltre 100 minori Castelli ed un maggior numero di Ville e di Casali.
Confina con nove Diocesi; con la Sarsinatense lungo il giogo dell'Appennino che acquapende nel Savio; con quelle di San Sepolcro e di Città di Castello nella Val Tiberina; con le Diocesi di Cortona, di Montepulciano e di Pienza nella Val di Chiana; con Pienza, Montalcino e Siena nella Valle dell'Ombrone; mentre dalla parte del Chianti, nel Val d'Arno superiore e nel Casentino, la Diocesi aretina si mantiene costantemente per circa 40 miglia a contatto con la Fiesolana, siccome lo furono i territori di queste due città sino dai tempi Romani.
La Chiesa di Arezzo si rese altresì celebre per la sua scuola, la quale era in credito sino dai tempi Longobardi. La sua cattedra fu coperta in ogni tempo da personaggi cospicui, fra i quali mi contenterò scegliere alcuni pochi segnalati dalla storia per le loro gloriose operazione e per essere stati dei più favoriti dai Regnanti
1ð Elemberto conte d'Arezzo, fondatore della Badia a Prataglia, amico di S. Romualdo, cui donò la vasta selva di Camaldoli. Egli è quello stesso personaggio che de'suoi beni patrimoniali lasciò ai vescovi successori la pingue Contea di Cesa.
2ð Giovanni, il favorito dall'Imperatore Carlo il Calvo e del Pontefice Adriano II; il primo dei quali gli concedè il locale per erigere dentro la città un Duomo nuovo, e il ricco benefizio della Badia di S. Antimo in Val d'Orcia: mentre Adriano II accordò allo stesso vescovo a titolo di commenda della chiesa di S. Maria di Bagno in Romagna, quantunque fossero questa e quella situate fuori dalla Diocesi aretina.
3ð Tedaldo zio della Gran Contessa Matilde, che innalzò nei suburbi di Arezzo il più vecchio magnifico Duomo della Toscana, dove risuonarono per la prima volta i versetti musicali del monaco Guido.
4ð Guglielmino degli Ubertini, l'autore dell'attuale Cattedrale d'Arezzo e delle sue migliori fabbriche, quello stesso che dilatò il cerchio delle città, restato incompleto perchè morte lo colse in Campaldino.
5ð Guido Tarlati, il Giulio II del secolo XIV, sotto il cui maschio governo Arezzo videsi difesa da più vaste e solide mura e il suo territorio per ogni lato ampliato.
6ð Fra i prelati Aretini più specialmente favoriti dai Regnanti, in grazia dei quali si arricchirono tanti Visdomini e Vicari della Chiesa d'Arezzo, merita distinzione quel vescovo Alberto, cui Ottone il Grande concesse tal privilegio che, oltre la conferma dei beni donati alla sua chiesa dai precedenti Sovrani, ve ne aggiunse di suo molti altri, a condizione però di non formare più nel tempo successivo livelli con persone potenti dedite ad appropriarsi frutti e capitali, ma unicamente contrattare con i lavoratori di terra o coloni. - Se un tal divieto fosse stato religiosamente mantenuto dai Vescovi posteriori, noi avremmo fortunatamente in questa sovrana savissima disposizione dell'imperatore Ottone I, il monumento più favorevole ai progressi dell'agraria Toscana, come in quello in cui mi sembra di trovare il primo embrione del nostro sistema colonico, posteriormente con maggior efficacia ed estensione messo in pratica.
Quel magnanimo Imperatore si era avveduto con qual sorta di soperchieria e di contratti illusori solevano i Baroni e Conti rurali ingrandirsi alle spese del Clero. ............ "Quia Tuscis consuetudo est (riporto le parole memorande del diploma Ottoniano) "ut accepto ab ecclesia libello, in contumacia convertantur contra Ecclesiam, ita ut vix unquam constitutum reddant censum; precipimus modisque omnibus jubemus, ut nullus Episcopus, vel Canonicus libellum aut aliquod scriptum alicui homini faciant, nisi laborantibus qui fructum terrae Ecclesiae reddant sine molestia vel contradictione etc." ......... Datum IV Idus maj. Ind. IV Anno Imp. Magni Ottonis Imp. Aug. II. (MURAT. Ant. M. Aevi T. III)
COMPARTIMENTO DI AREZZO. - Mentre la Diocesi ecclesiastica di Arezzo seppe lungamente resistere agli urti che sino dal secolo VIII minacciavano la sua troppo estesa giurisdizione, meno fortunata ventura coglieva il politico distretto della stessa città. La quale, se dilatò il suo dominio sino alla destra del fiume Tevere, essa dall'opposto lato, nelle Chiane e verso l'Arno, non tenne egualmente piè fermo, costretta a riconcentrarsi, ora dall'oste perugino, ora dal senese, e più spesse volte incalzata da soperchianti forze della Repubblica fiorentina.
La Provincia aretina dopo la cacciata del Duca d'Atene da Firenze (anno 1343) ritornò nei diritti, che aveva sei anni innanzi perduto per debolezza dei suoi capitani. Fu quell'accidente che, mentre liberò i fiorentini dalla tirannia straniera, insegnò ai popoli soggetti allo stesso dominio, come potessero ricuperare la loro libertà. Arezzo infatti ne imitò fedelmente l'esempio, cacciando dalle sue mura i ministri del Comune di Firenze; il quale, anzi che risentirsi del torto, rinunzio all'impero di Arezzo, e inviò oratori a fermare accordo con quei popoli: poichè come di sudditi non potevano, almeno come di amici della loro città si valessero. (MACHIAVELLI, Stor. Fior.)
Fino dove a tal'epoca si estendesse la provincia e distretto civile di Arezzo si può facilmente dedurre da un diploma spedito da Siena da Carlo IV nell'anno 1356 di maggio, col quale l'Imperatore restituì, e confermò alla stessa città il suo antico territorio con le terre e paesi ivi rammentati. Fra questi il più settentrionale era Verghereto alle sorgenti del Savio, il più orientale Anghiari in Val Tiberina, i più meridionali, Montecchio, Fojano e Lucignano, in Val di Chiana; i più occidentali Laterina e Campogialli nel Val d'Arno superiore: mentre nel Casentino estendevasi sino ai torrenti Treggina ed Archiano, confluenti a destra e sinistra dell'Arno.
Siffatto distretto aretino, alla seconda conquista del 1384, fu incorporato al territorio politico ed economico della Repubblica fiorentina; spenta la quale passò sotto il governo Granducale formato di tre stati diversi, fiorentino, pisano e senese. Questo regime monarchico conservò nell'amministrazione giudiziaria ed economica l'antica divisione territoriale delle tre Repubbliche disfatte, alle quali fu dato il nome di altrettante Provincie quante furono le città capitali. Solamente lo stato senese fu diviso in due corpi di amministrazione, destinando la città di Siena a capitale della provincia superiore e la città di Grosseto in capoluogo della provincia marittima o inferiore.
Il quinto Compartimento, quello cioè di Arezzo, fu costituito in grazia di un Motuproprio emanato da LEOPOLDO II nel dì 1 novembre 1825. In vigore di tal legge Arezzo divenne centro o capoluogo di una nuova Provincia, e residenza di un provveditore della Camera comunitativa del Compartimento aretino.
Questa città, mentre è capo di Provincia nell'amministrativo, lo era già da poco innanzi (14 giugno 1814) di un Compartimento governativo, ossia di un Commissariato, il quale non combina con le dimensioni territoriali dell'altro. Il Commissario di Arezzo ha molte attribuzioni governative e di polizia sopra otto vicariati, e sono: S. Sepolcro, Sestino, Anghiari, Pieve S. Stefano, Poppi, Castiglion Fiorentino, Cortona e Monte S. Savino.
La sua giurisdizione civile e criminale abbraccia il territorio comunale di Arezzo e di Capolona, e ad esso riferiscono pei giudizi criminali li Potestà di Montevarchi, di Bucine e di Sabbiano.
Al capo del Compartimento comunicativo d'Arezzo, che ha l'immediata dipendenza dalle Imperiali e RR. Segreterie, è affidata la soprintendenza all'economico delle comunità e luoghi pii comunicativi compresi nel suo circondario, all'esazione della tassa di famiglia, alla collezione dei fondi necessari al mantenimento delle strade provinciali; e per la parte economica ai lavori di strade regie, ponti e strade provinciali, di cui nei rapporti di arte è affidata la cura al Corpo d'ingegneri delle acque e strade nel Granducato. Finalmente egli esercita le attribuzioni ch'erano deferite al soprassindaco, ad eccezione di quelle specialmente attribuite al dipartimento di Soprintendenza alla conservazione del Catasto creato con legge del primo novembre 1825. Sino da quest'epoca al Compartimento di Arezzo furono assegnate 49 Comunità, distribuite in sette fra i 38 circondari, nei quali è divisa tutta la superficie del Granducato, e i di cui capoluoghi sono: 1. Arezzo; 2. Cortona; 3. Borgo S. Sepolcro; 4. Montepulciano; 5. Pieve S. Stefano; 6. Poppi; 7. S Giovanni in Val d'Arno.
Vi sono nel Compartimento di Arezzo 6 ufizi per l'esazione del Registro; 1. Arezzo; 2. Cortona; 3. S. Sepolcro; 4. Montevarchi; 5. Poppi; 6. Montepulciano. Solo in Arezzo e in Montepulciano avvi un ufizio di conservazione delle Ipoteche.
Vi è un Dipartimento Doganale, dalla cui direzione dipendono le dogane di frontiera del suo Compartimento.
Riferiscono al Provveditore della Camera di Arezzo 18 Cancellieri comunitativi di varie classi; 1. classe, Arezzo; 2. classe, Cortona; 3. classe, Forano, Montepulciano, e San Giovanni; 4. classe, Asinalunga, Borgo S. Sepolcro, Castiglion Fiorentino, Montevarchi, Poppi, Castel Focognano, Sarteano e Verghereto (che vaca); 5. classe, Castel S. Niccolò o Strada, Civitella, Monte S. Savino, Pieve S. Stefano, e Pratovecchio.
Il Compartimento aretino ha una superficie di circa 1438 miglia quadrate con una popolazione di 221929 abitanti cioè, 154 individui ad ogni miglio quadrato repartitamente. - Esso abbraccia la parte orientale del Granducato, dove confina con lo Stato Pontificio a partire dalle sorgenti del Savio e del Tevere sino al fiume Foglia e al Metauro; quindi si volge nella valle Tiberina sotto il borgo S. Sepolcro abbracciando alla sinistra del Tevere la Comunità del Monte S. Maria, di dove ripiega per le falde orientali dei monti Cortonesi in Val di Chiana, e tocca al Borghetto la gronda del lago Trasimeno; qua piegando a semicerchio intorno alle piagge di Pozzuolo giunge al Canale maestro fra Valiano e il lago di Montepulciano, che costeggia alla sua sponda orientale insieme con quello di Chiusi. Costà varca la Chiana per dirigersi a scirocco del monte di Cetona, dove, entrando a contatto con il Compartimento di Siena rasenta i limiti settentrionali della Comunità di S. Casciano dei Bagni, per corre il crine dei poggi di Val d'Orcia e Val d'Ombrone sino al giogo di Palazzuolo, di dove s'inoltra alle sorgenti del fiume Ambra. Di là per i monti del Chianti scende nel Val d'Arno superiore lungo i confini occidentali della Comunità di Cavriglia al qual punto lascia il Compartimento di Siena e trova quello di Firenze, con cui confina per tutto il tratto successivo attraverso la valle dell'Arno fra S. Giovanni e Figline, e sulla destra parete fra Pian di Scò e Reggello, dove per il monte di Pratomagno si avanza nella Valle del Casentino che intieramente abbraccia sino a che ritrova sulla schiena dell'Appennino di Camaldoli la Comunità di Verghereto.

 


 

Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana
Un'opera in cui si trovassero registrate le notizie topografiche e storiche di tutti i luoghi della Toscana, confrontando i tempi moderni con i più remoti, e accennando le cause più plausibili che concorsero alla loro sorte...