Quartiere di Porta Crucifera
Fotoantiquaria - archivio fotografico digitale aretino
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Provate a passare in un’ora qualunque del giorno per Borgo Santa Croce. Se fate parte degli “anta” vi prende un nodo alla gola, una tristezza infinita e un senso di sgomento: io lo faccio spesso e quel silenzio, quelle serrande chiuse, quel sentire il rumore dei propri passi mi fa venite tanta malinconia e la mente va a molti anni fa.

Quanta vita, quante attività, quanta gente! Rivedo, chiudendo gli occhi, le persone, i portoni, uno ad uno e provo a descriverli. Davanti alla chiesa di Santa Croce c’era un negozio di alimentari: era di Franco Franchi detto Mengrello (all’epoca quasi tutti avevano un soprannome): pensate che fu il primo, in città, ad avere l’idea di supermercato: certo, lo spazio non era un gran che ma lui era un vulcano di idee e di iniziative.
Ripercorro idealmente il lato destro della strada direzione Piazza di Porta Crucifera e poco sopra c’era il negozio di frutta della Rondine: uno spettacolo vedere ben allineate le tante ceste di merce all’esterno.
Si sale, ma non di molto, e c’era un altra rivendita di frutta e verdura. Ricordo la titolare, si chiamava Menchina, che infiorettava con abilità le sue mele, le sue pere e i suoi carciofi.
Cammini ancora per qualche passo e trovavi il bar di Ciuffino (sì, proprio lui, il mitico capitano del quartiere rosso-verde!). Era un vero punto di ritrovo per tutti: giocatori di carte, di biliardo e semplici consumatori di un buon caffè.
Quante iniziative! Corse podistiche, di biciclette, corse degli insaccati. Il tutto grazie all’inventiva di un suo fratello, Aurelio.

Subito sopra il negozio di fiori del Peloni, un vero re del verde. A lui si sostituì Santino con altrettanta abilità. E poi il barbiere (non poteva certo mancare!).
Lui, Eros - inizialmente col babbo Bruno - era proprio il prototipo del Figaro. E nella sua bottega (ancora oggi esiste, malinconicamente chiusa; ancora c’è l’insegna “Barbiere Eros”) si parlava di tutto. Oggi si direbbe che tutti facevano gossip: Si parlava di calcio, di politica, di donne, si spettegolava ma sopratutto si parlava di Giostra. Eros aveva sempre la battuta pronta, arguta e mordente: insomma, un aretino verace!
Ancora due porte e trovavi la merceria della signora Sinatti. Ricordo il pavimento di legno ed un strana atmosfera quando entravi per comprare qualcosa. Abbiamo esaurito? Macché! All’inizio della piazza c’era la macelleria di Beppe, Amorosi Giuseppe: Come non ricordare quel bancone di marmo molto alto e lui lassù che arrotava due grossi coltelli e sorridendo chiedeva “Cosa le do, signora?“ che meraviglia quelle bestie esposte attaccate ai ganci.

Ci spostiamo dall’altro lato verso la chiesa: subito ancora un negozio di frutta e verdura: Era del Moro e anche lui aveva la sua bella clientela. Poi un altro alimentari che aveva anche i tabacchi. Vendeva le sigarette anche sciolte e mi ricordo che io - avevo dieci anni - un giorno comprai due Sport e andai a fumarle dentro i ruderi della sagrestia della chiesa (era stata bombardata durante la guerra ed era ancora da restaurare). Sorrido ripensando ad uno dei tanti ragazzini che mi vide e disse “lo dicherò’ alla tu’ mamma che fumerai”. Vomitai anche gli occhi ed a casa il babbo me le dette di santa ragione! Gli alimentari li gestiva Bruno Garinei, un vero artista. Vederlo tagliare il prosciutto era uno spettacolo. “quanto ne faccio, un etto?” e sorrideva mentre per la cliente c’era sempre un complimento. All’epoca si segnava la spesa in un librettino nero e si pagava a fine mese. Anche quando scriveva la cifra era un godimento per gli occhi con quegli svolazzi e ricami!

Proseguiamo: proprio di fronte al bar c’era un calzolaio, poi sostituito da un’altra merceria gestita dalla Gesuina, grande quartierista. Era attaccata all’ingresso di quello che era - ed e’ ancora - un meraviglioso palazzo che noi chiamavamo il “palazzo bello”. Vi avevano lavorato fior di scalpellini e di operai con la O maiuscola. Di fronte al negozio della Menchina c’era un altro alimentari. Non vi stupite: anche questo lavorava tantissimo perché di gente in Santa Croce ne abitava tanta. Per fare un esempio dove abitavo io c’erano una cinquantina di persone, contro le sei o sette di oggi!
Eravamo tanti ragazzini della stessa età; si fece una squadra di calcio e Don Pendolesi, il prete della chiesa, ci comprò le magliette che, ricordo, erano della Sampdoria. Tutti i giorni si giocava nei giardini vicini alla chiesa, uno spazio in discesa, tanto che il pallone finiva molto spesso in mezzo alla strada.

Alla sera si metteva fuori del portone d’ingresso il pentolino per il latte che la lattaia la mattina dopo riempiva diligentemente. Vai a farlo oggi! Bottegai e abitanti erano molto legati ed abituati a muoversi con semplicità e correttezza, senza fronzoli: Tanto che quando questo negozi cambiò gestione ed arrivò da fuori una famiglia abituata a parlare con elegante distacco, perse un pò di clienti.
Si arriva giù, vicino alla chiesa, dove c’era un laboratorio di marmista, che fa rima con artista, sì, perché lui Alighiero Nofri era un vero artista! Suo, tanto per dire, è il monumento ai caduti all’ingresso del cimitero.
Delle vecchie famiglie oggi sono rimaste in poche: i Paci, i Severi, i Bruschi. Che bello sarebbe rivedere un pò di facce “note”! Ma il tempo è come una schiacciasassi, cammina inesorabile e non rispetta niente e nessuno!

Aldo Brunetti




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