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PERSONAGGI DI COLCITRONE … E DINTORNI

A CURA DI BRUNO SALVINI SU RACCONTO DEL BABBO ANTONIO


Questo prezioso materiale di ricordi lo dobbiamo alla cortesia dell’architetto Luciano Vaccaro, che per il tramite di Stefano Del Santo, architetto “di Quartiere”, ce ne ha concesso la pubblicazione nel sito.

I non più giovani… ricorderanno certo la famiglia Salvini, di casa in Piaggia San Lorenzo 4, proprio di fronte alla sede del Quartiere. Antonio era un vigile del fuoco, fisico atletico al punto che: corse per Porta Crucifera la prima Giostra del 1931; lo si vede in una foto compiere una “verticale” tra due merli della cosiddetta torre della Bigazza, o della zecca, quella di fronte alla Pieve. La moglie Caterina faceva la coltronaia, un’attività che in Colcitrone deve avere avuto particolare diffusione, tanto da dare il nome alla strada.

Grazie e… buona lettura.

Angiolino Cirinei


PERSONAGGI

Premessa
Nomi e soprannomi
Il “Tópo”
Il comizio di “Capone”
 “Guazzino”
“Scureggione”
Il Mannelli
Una pisciata lunga tre mesi
Piazza Guido Monaco
La “Miccina”
La Madonna della mezzetta
La “Scopona” e i familiari
Il “Surdino”
Patucchino
La Viola
I “Chitàmare”
Don Santi
I raggiri del sabato
Palchetto
Il prete di Santa Croce
Il prete del Duomo
Il Lombezzi
La “Tre palanche”
Il “Mìghéla”
Una breve carriera pugilistica

PREMESSA

Ho raccolto quello che ho sentito raccontare in famiglia, perché spero che queste cronache minime non vadano perdute. Non sono niente di eccezionale, ma dànno l’idea di come si affrontava la vita senza prenderla tanto sul serio, cercando di riderci su per sopravvivere.

NOMI E SOPRANNOMI

La maggior parte degli abitanti di Colcitrone aveva il proprio soprannome. Il soprannome era fatto su misura e veniva attribuito in base a caratteristiche fisiche o a peculiarità del titolare; a volte veniva tramandato anche ai figli.

Così il figlio di “Rumme” era “Rummino”, il “Trille” aveva dato il nome a tutta la famiglia (“Trilla” la moglie e le figlie, “Trille” i figli, “Trillina” la figlia minore), il “Guircino”, che ci vedeva benissimo, era il figlio del “Guercio”, e poi c’erano i “Buricchi” e le “Buricche” della famiglia di “Buricco”, i “Bacchiola” figli del “Bacchiola”.

Poi c’erano il “Miccia” con le sorelle “Miccina” e “Miccia céca”, e il fratello “Balzarellone” (questa era un’eccezione) che aveva sposato la “Balzarellona” e i cui figli invece erano “Uèllo” e “Uillìno” (altra eccezione).

Il “Mucco”, marito della “Còca”, era quello che, quando ci fu l’eclisse totale di sole, non poté trattenersi dal dire: “Ma guarda te che vanno a ‘nventare al giorno d’oggi…” e il “Sordo” che gli fece eco: “Bèèèllo ... . Ma l’arfaràno quest’altr’anno?”.

C’era lo “Sghéghe” che era balbuziente e che, quando era a lavorare in Germania, scambiò per marmellata la pomata che gli avevano mandato per curarsi la rogna e, nonostante l’avesse mangiata spalmandola sul pane (e trovandola di sapore poco gradevole), guarì lo stesso.

C’erano “Volpone”, il “Surdino” e “Scureggione”, il marmista “Scalzapolli”, il muratore “Cacabasso”, il tappezziere “Moscone”, la “Cacabene”, la “Mangiapatate”, la “Bionda”, la “Mocca” e la “Lisca”, “Rullino”, “Tirriccio”, il custode al Museo Medioevale “Pagnottone”, il pompiere “Pumidóro”, le “Spazzine” che erano della famiglia dello “Spazzino”, ecc. ecc..

C’era il “Sensale” che aveva sposato la “Piattella”; era oggetto di scherzi da parte di un gruppo di monelli che gli cantavano: “Fòra ’l “Sensa-ale”, fòra ’l “Sensa-ale”, co’la “Piattel-la” (come a dirgli che gli auguravano lo sfratto). Il “Sensale” si affacciava alla finestra e, facendo tintinnare un sacchetto pieno di monete battendoci ritmicamente la mano, cantava in risposta con la stessa aria: “Ve vad’al cu-ulo, ve vad’al cu-ulo, ve vad’al cu-ulo”.

Altri personaggi, non proprio di Colcitrone, ma comunque di casa, erano“Pallino” che amava il vino, il sarto “Tanacca”, il maestro di musica “Roncolone”, il pescatore “Lumachino”, “Chiavino”, “Bussònia”, il “Rana”, il “Calamita”, un venditore ambulante grande cantore in ottava rima, “Scóta”, un calzolaio bravissimo e caro, che andava in giro su un ciclomotore rosso e che, già vecchio, andò con quel ciclomotore in Costa Azzurra alla ricerca di una vecchia fiamma.

Però, in casi abbastanza rari, c’erano nomi (o cognomi) così buffi o così strani che sembravano un soprannome, come nel caso di “Stacchio” (un notissimo pescatore) che si chiamava Eustacchio o di “Garao” che di cognome si chiamava Garau e faceva il venditore ambulante di dolciumi o di “Minotti” che si chiamava Menotti e faceva il fornaio; in casi come questi il nome caratterizzava meglio del soprannome.

Oggi i soprannomi non si usano più; il declino è dovuto alla scolarizzazione: Infatti a scuola l’appello si fa per cognome e per cognome si conoscono i ragazzi.

IL TOPO

Il “Tópo” era uno dei personaggi della malavita locale ed abitava in Colcitrone. A quei tempi (metà-fine ottocento) Colcitrone era zona in cui la polizia si avventurava malvolentieri.

Era un omone alto e robusto e, ai poliziotti che andavano a casa sua ad arrestarlo e bussavano alla porta chiedeva: “Chi è?” Gli rispondevano: “La Forza!” E il “Topo” replicava: “Si a’éte forza, aprite!”

Poi aspettava tranquillamente che i poliziotti gli sfondassero la porta e quando erano entrati ingaggiava con loro una furibonda lotta, facendoli letteralmente volare come fossero stati fuscelli.

IL COMIZIO DI CAPONE

“Capone” era una persona di solito tranquilla, ma al momento di litigare non si tirava indietro.

Una domenica mattina, mentre dalla chiesa di San Francesco uscivano i fedeli che avevano assistito alla messa di mezzogiorno, salì sul palco che era stato preparato in piazza per i comizi elettorali e arringò la folla dicendo: “Ne l’ora del tocco ... a chi gira l’aròsto e a chi i coglioni.”
Poi scese dal palco e se ne andò.

GUAZZINO

“Guazzino” era amante del vino e degli scherzi.

Si era arruolato con i volontari fascisti che partecipavano alla guerra civile spagnola, non per fede politica (tutt’altro), ma perché era per lui l’unico modo di guadagnare qualcosa lì per lì e sperare in qualche buon impiego al ritorno. Appena arrivato in Spagna si ammalò, per cui dopo qualche giorno fu rimpatriato; la malattia però gli servì per essere considerato invalido di guerra e per rimediare una pensioncina. Dopo una delusione amorosa (aveva avuto un ménage più che ventennale con una donna sposata che gli aveva dato due figli pur convivendo col marito, e che aveva troncato bruscamente per adempiere ad un voto fatto in situazione di pericolo di vita) sposò in tarda età una ragazza invalida di origini poverissime, una gobbina conosciuta in una sala da ballo di estrema periferia che aveva preso a frequentare dopo che era stato lasciato dalla signora sposata.

La giovane era seduta in disparte e guardava con una punta di tristezza le coppie che ballavano. Per attaccare bottone “Guazzino”, che aveva sempre voglia di scherzare, le disse: “Non balla, signorina?” e l’invalida, con una venatura di rimprovero, rispose “Non lo vede come sono?” Il tono della risposta lo colpì tanto che si mise a parlare con lei e questo fu l’inizio di un’amicizia e poi di un rapporto amoroso tenero e delicato: la coccolava e la trattava con particolare affetto, a volte paterno, a volte coniugale, e le rese felici i pochi anni che trascorse con lui. Dalla situazione di miseria da cui proveniva, si era sentita sollevata all’agiatezza visto che i pochi beni di cui veniva a disporre con il matrimonio erano molto di più di quanto avesse osato mai immaginare.

Rimasto vedovo, morì qualche anno dopo di lei.

Come invalido di guerra era stato assunto al “Fabbricone” (era il nome che gli aretini avevano dato alla SACFEM, una società di costruzioni ferroviarie che costruiva e riparava vagoni) e sfruttava il fatto di non poter essere licenziato rientrando in una “categoria protetta”, ma quanto a voglia di lavorare era proprio a zero.

La mattina la mamma lo svegliava sempre per tempo in modo che non facesse tardi al lavoro, ma “Guazzino”, quando non voleva proprio lavorare, usciva dalla porta di casa e tornava poco dopo a dormire in camera sua arrampicandosi su una vicina tettoia bassa e rientrando dalla finestra. Più tardi la mamma che andava a riordinare la camera lo trovava beatamente immerso nel sonno e lo riempiva di improperi e contumelie senza che questo lo turbasse più di tanto.

Però qualche volta a lavorare ci andava, ma voleva lavorare a modo suo. Ad esempio, quando un gruppo di una decina di manovali trasportava a spalla da un capannone all’altro una rotaia, “Guazzino” si univa a loro mettendosi al centro della fila; se il percorso era in piano, camminava a ginocchi leggermente piegati in modo che la verga non gli poggiasse sulla spalla e lasciava il carico agli altri mentre se c’era da superare un avvallamento, si appendeva alla verga sollevando in alto le gambe e gli altri dovevano trasportare la verga e lui.

Altre volte, nella bella stagione, si sdraiava a prendere il sole sul tetto dei capannoni e si divertiva a tirare da lassù stracci bagnati addosso a chi era di sotto a lavorare; così, oltre a non far niente, disturbava chi invece doveva lavorare.

Un giorno il caposquadra, per tenerlo occupato, gli fece prendere carretta e badile e lo incaricò di pulire un fosso nei terreni della SACFEM. Nei giorni successivi, facendo il consueto percorso di controllo degli operai, passò più volte a cercarlo per verificare come procedeva il lavoro, ma “Guazzino” si nascondeva sempre riuscendo a non farsi trovare. Dopo una decina di tentativi infruttuosi il caposquadra, che aveva cominciato a capire, cambiò itinerario e riuscì a sorprenderlo alle spalle, dietro alla cantonata di uno dei fabbricati, mentre “Guazzino” faceva capolino per essere pronto a nascondersi quando arrivava il controllo. Il caposquadra stette un po’ a guardarlo, lo raggiunse in punta di piedi poi gli dette due colpetti sulla spalla con le punte delle dita unite e gli disse: “Ehi!” e “Guazzino” sobbalzò, si voltò e, vistolo, gli disse: “Oh! Me c’è trovato!”.

Una volta, d’estate, urtò col piede una lamiera di ferro e dato che portava sandali aperti, si ferì all’alluce. Venne subito portato in infermeria dove fu medicato e bendato, quindi fu rimandato al lavoro. Fu messo a molare un manufatto in ferro, ma il getto di scintille sprigionato gli finì sulla fasciatura incendiandola, per cui corse urlando a mettere il piede dentro ad un provvidenziale secchio pieno d’acqua. Spento l’incendio decise che il lavoro non faceva per lui e dicendo: ”Dio non vuole” si licenziò. Poi soleva dire che l’unica volta in vita sua che aveva provato a lavorare non c’era riuscito e che questo era sicuramente un segno che Dio gli aveva mandato per manifestargli la sua volontà. Così non lavorò mai più, se si possono escludere piccole attività saltuarie, fatte più per svago che per necessità.

In gioventù aveva praticato sport, in particolare atletica leggera e ginnastica artistica, e aveva partecipato anche a campionati locali e regionali con risultati non disprezzabili. Prima di ogni gara si inginocchiava burlescamente davanti alla mamma e le diceva con enfasi: “Madre, benedici tuo figlio che parte per le gare!” e la mamma, posandogli una mano in testa, gli rispondeva “Te vinìsse un accidintìno sul capìno”, poi tranciava nell’aria un segno di croce. Così benedetto, partiva contento.

Una volta partecipò ad un campionato regionale di ginnastica artistica con mio padre, di cui era amico, e pattuì con lui fra il serio e il faceto che, chiunque dei due avesse vinto un premio, lo avrebbe condiviso con l’altro. Mio padre si classificò primo e vinse una sveglia, “Guazzino” si classificò terzo e vinse sei cravatte. Visto che non era possibile dividere equamente i premi, “Guazzino” regalò una cravatta a mio padre dicendogli: “Vorrà dire che quando ti chiederò che ore sono me lo dirai”. La notte stessa, verso le tre, mio padre si destò di soprassalto sentendosi chiamare a squarciagola dalla strada: “Toninooo!… Toninooo!”. Preoccupato saltò su dal letto affacciandosi subito alla finestra, vide che chi lo chiamava era “Guazzino” e gli disse preoccupato: “Che c’è? Ch’è successo?” E “Guazzino”, con calma, gli chiese: “Ch’ore sono?”

"SCUREGGIONE"

“Scureggione” doveva il soprannome ad una caratteristica peculiare: riusciva a scoreggiare a comando e usava questa caratteristica anche come forma di espressione.

Un giorno incontrò il Mannelli che era stato incaricato dalla moglie di andare a comperare una lira di lesso. Il Mannelli lo salutò e “Scureggione” gli rispose con una bella scoreggia. Il Mannelli allora volle provare a metterlo in difficoltà dicendogli: “Bravo! Si me ne fè de’l’altre te le pago un soldo l’una”. “Scureggione” non si fece ulteriormente pregare e cominciò: “Brrramm!” e stese la mano per prendere il primo soldo di compenso, “Brrramm!” e stese la mano un’altra volta per il secondo, “Brrramm!”, “Brrramm!”, “Brrramm!” ... e così via finché con la ventesima scoreggia gli prese l’ultimo soldo.

Il Mannelli, mogio mogio, tornò a casa. La moglie che lo vide arrivare gli disse: “Oh, l’è portato ’l lesso?” E il Mannelli, mesto, rispose: “Oh, tu sapesse! M’è successa ’na disgrazia”. “Che disgrazia?” rispose la moglie subito in ansia. “Eh! Ho trovato “Scureggione”, l’ho dìtto che gnéne pagavo un soldo l’una e lu’ a forza de curegge m’ha finito i guadrini”. La moglie si arrabbiò forte e cominciò a inveire dicendogli: “Oh, sciagurato! Ma che te sé’ misso a fare? Ó perché gnéne pagavi? E ora che se mangia?” quando, da dentro l’androne, sentirono la voce di “Scureggione” che chiamava: “Mannelliii! ... Mannelliii!” Il Mannelli sobbalzò, poi si rallegrò e disse a bassa voce alla moglie:”Zitta, zitta, lo vedi che è un brav’òmo! Se vede che è vinùto a arportar’i guadrini. Meno male, vai! ’Un se l’è sintìta de tenelli per sé”. E poi a voce alta, con voce melata e a bocca arrotondata, rispose a “Scureggione”: “Óóóóó!?” E “Scureggione”: “Tòh! Questa è de regalo!” e mollò una scoreggia che sembrava una cannonata e che rintronò dentro l’androne.

IL MANNELLI

Il Mannelli si dava da fare per campare facendo quei piccoli mestieri e quelle piccole attività, più o meno oneste, che gli capitavano. Era lui che faceva pubblicità alla carne di seconda qualità, quella carne ottenuta da macellazioni forzate di bestiame che per cause varie non poteva sopravvivere (ad esempio una zampa rotta), tutto comunque sotto controllo veterinario. La carne veniva smerciata dallo Spaccio Comunale in Via Bicchieraia e il Mannelli si metteva in giro per la città gridando: “Donne… in Via Bicchieraia… c’è una bella vitella di lusso! Una vitella morta di gelosia!” E poi continuava: “El fegato e ‘l polmone pe’ le donne de Culcitrone! El còre e la coradella pe’ le donne de Fontanella!”. La carne in tavola non doveva essere tanto frequente in Colcitrone perché costava molto cara; le donne, quando sentivano che c’era la possibilità di comprarne di seconda qualità (che in generale era buona lo stesso) cominciavano alle tre del mattino a mettersi in fila davanti allo Spaccio di Via Bicchieraia, che apriva alle sei e mezzo e che nel giro di poche ore smerciava tutta la carne disponibile. A volte la carne era buona, a volte meno buona, a seconda dell’età dell’animale; comunque, a vendita conclusa, il Mannelli passava da Colcitrone e cominciava a dire a voce alta: “Queste donne mangerebbero la potta della Laurina (una prostituta del tempo)” come a dire che avevano comprato carne di pessima qualità e che per fame e ingordigia erano disposte a mangiare di tutto pur di spendere poco. Naturalmente le donne inveivano contro di lui, ma lui non se ne dava per inteso.

 Con lo stesso sistema faceva pubblicità anche per i privati che gliene davano l’incarico; una volta, mentre decantava le carni di un macellaio, una donna gli chiese: “Ma quante la fa la carne sul culaccio?”. Il Mannelli le disse un prezzo che doveva essere troppo alto perché la donna replicò che da “Nanni de Biagio” quella carne costava meno. Il Mannelli non si perse d’animo e rispose: “Allora vìte a pigliàllo sul culo da Nanni de Biagio”.

Siccome faceva anche piccolissimi commerci e aveva bisogno di acquistare credito e fiducia (fiducia che poi tradiva sistematicamente lasciando debiti a destra e a manca), per dare l’impressione di avere un sacco di soldi gonfiò un portafogli riempiendolo di carta di giornale tagliata in modo da simulare banconote e, senza aprirlo, lo sbandierava a destra e a sinistra con una scusa o con un’altra, salvo poi affrettarsi a dire di averlo perduto quando i molti creditori cominciavano ad esigere il saldo dei loro crediti.

Una volta andò da un pescivendolo, Patao, e gli chiese di affidargli una cassa di pesce: l’avrebbe smerciata per ricavarne un piccolo guadagno e gliel’avrebbe pagata a vendita avvenuta. Ma Patao, che era già rimasto scottato in precedenza visto che il Mannelli aveva preso la merce e poi aveva fatto “volata”, gli disse chiaro e tondo che la cassa di pesce gliel’avrebbe data se gliel’avesse pagata in contanti, altrimenti, niente da fare. E il Mannelli: “Alò Patao, ma te pare? Te la pago! ’un lo fare ’l coglione! Ora ’un ce l’ho i guadrini, ma quande l’ho vendùta te li do. Ma che scherzi!?”.

Patao allora, sarcastico, cominciò a cantargli:

“L’ho comprata una cassa di pesce
l’ho comprata Mannelli per te
m’hanno detto che non hai quattrini
la cassa di pesce
la tengo per me”.

E mentre il Mannelli insisteva nelle sue richieste Patao continuava imperterrito a cantargli e ricantargli lo stornello.

Nel frattempo, richiamato dalle voci, arrivò il vigile annonario Citernesi, che sentì puzzo di pesce marcio e cominciò dire: “Ma che è questo puzzo?” ed annusava l’aria cercandone l’origine. Poi si avvicinò al banco di Patao e, accorgendosi che il cattivo odore veniva proprio dalla cassa di pesce disse a Patao: “Patao, questo pesce puzza!” E Patao: “Macché! Ma che dice? Questo pesce è freschissimo, è arivato ora ora”. “Sarà anche arivato ora ora, ma questo pesce puzza!” gli rispose il Citernesi e: “Qua! Qua! Venite qua!”, chiamò il netturbino che aveva il carretto poco lontano, prese la cassa e ve la rovesciò dentro, incurante delle proteste di Patao.

E allora il Mannelli, soddisfatto per la vendetta insperata, gli cantò:

“L’hai comprata una cassa di pesce 
l’hai comprata Patao per me,
è arivato ’l Citernesi
la cassa di pesce
l’ha presa per sé”.

Se la moglie gli chiedeva i soldi per fare la spesa rispondeva sempre “M’è successa ‘na disgrazia”, e inventando di volta in volta una storia, le scaricava sulle spalle il compito di rimediare da mangiare; un giorno la donna, stanca, lasciò il focolare spento e sfondò la pentola di coccio, poi al Mannelli, che rincasando lamentava l’ennesima disgrazia per non tirare fuori di tasca i soldi, disse: “Oggi è successa una disgrazia anche a me! Me s’è sfondata la pentola e oggi un se mangia!”

UNA PISCIATA LUNGA TRE MESI

Un barrocciaio era con il figlio a bordo del carro, trainato da un cavallone di quelli da tiro, in Piazza Guido Monaco; stava trasportando un carico di rena.

La piazza era stata realizzata da poco e ai bordi c’erano poche costruzioni e soprattutto campi e orti recintati. Il figlio disse: “Babo, ferméte un attimo ché devo fare ’n goccio d’acqua”. Scese dal carro, andò dietro un muretto di cinta e invece di fare quello che aveva detto di voler fare, raggiunse di corsa la vicina stazione ferroviaria, salì sul primo treno e “scappò” in Svizzera, come pare fosse diventato di moda a quei tempi.

Stette via tre mesi, poi tornò. Scese dal treno, uscì dalla stazione, si incamminò per Via Guido Monaco e arrivò alla piazza. Il caso volle che nella piazza passasse in quel momento il babbo, con lo stesso carro pieno di rena e lo stesso cavallo.

Il figlio gli disse: “Babo ...”
E il babbo rispose: “Oh! L’è fatta tutta?”

PIAZZA GUIDO MONACO

Una volta, in un primo pomeriggio estivo, Piazza Guido Monaco era deserta; poi arrivò in piazza un ciclista inesperto che andava a zig-zag e stava tenendo un equilibrio precario. Qualche istante dopo arrivò un pedone che cominciò ad attraversare la piazza e, visto il ciclista inesperto, prima si soffermò, poi si spostò di lato per togliersi dalla sua traiettoria, ma il ciclista era trascinato verso di lui da una specie di attrazione gravitazionale. Insomma il pedone si spostava da un lato e il ciclista traballava verso quel lato, il pedone si spostava dall’altro e il ciclista traballava dall’altro: alla fine il ciclista inforcò il pedone che, rialzatosi, gli chiese: “Ma proprio addosso a me?” E il ciclista: “Toh! ’Un c’era altri”.

LA "MICCINA"

La “Miccina” era figliola della “Bionda” e sorella della “Miccia Céca” e del “Miccia”. Era una donnina secca secca, dotata di una litigiosità rara e non si fermava di fronte a niente. Aveva un carretto che teneva in Via Pescioni davanti alla porta del fondo dove abitava e mandava avanti la famiglia vendendo frutta di scarto, come i “capi rotti”, gli aranci ammaccati che, tolta la parte sciupata, erano ancora mangiabili. Non di rado inseguiva, brandendo la coltella che usava per togliere la parte marcia dalle arance e urlando come una matta, le malcapitate che avevano la sventura di litigare con lei e che se la battevano impaurite. Con il marito, un omone che era vagabondo per dieci, i litigi erano all’ordine del giorno, dato che questi approfittava dei momenti di distrazione della “Miccina” per frugare nella teiera di metallo smaltato blu che le serviva da salvadenaio, poi fatto rifornimento di soldi, andava alla bettola a berseli tutti. Col marito però la “Miccina” non impugnava la coltella, ma si limitava a inveire e insultarlo mentre lui la prendeva anche a cazzotti.

Una volta, dopo che i due coniugi avevano avuto un acceso litigio, uno spettatore commentò: “ Lè’ a dìgnene e lu’ a dagnene ... s’è stancato prima lù”.

LA MADONNA DELLA MEZZETTA

Il giorno della Madonna del Conforto da Colcitrone passavano molti fedeli diretti al Duomo. La “Mocca”, la “Lisca” (la chiamavano così per un corrispondente difetto di pronuncia), la “Miccia céca” e altre appartenenti alla “crema” di Colcitrone si riunivano, accendevano uno o due lumini ad un’immaginetta sacra che si trovava all’angolo tra Via Colcitrone e Piaggia San Lorenzo, aggiungevano qualche fiore e poi si mettevano a pregare, a cantare, e con questa scusa chiedevano ai passanti offerte per la Madonna.

“Alò, alò! Date niente pe’ la Madunnìna?” “Alòe, Alòe! O datelo un suldìno pe’ la Madunnina!”. E quando il passante nicchiava o era troppo tirato: “Di’assassino, che struzzino che séte! Alòe!!” fino a portarlo a fare un’offerta più o meno spontanea.

Dopo un po’ controllavano il barattolo delle offerte e, quando i soldi raccolti erano sufficienti per una mezzetta (mezzo litro di vino), andavano alla bettola e si facevano delle belle bevute alla salute della Madonna.

LA "SCOPONA" E I FAMILIARI

La “Scopona” era la moglie di “Scopone”, una guardia daziaria in pensione. Molto sporca e sciatta, aveva una grande passione per il vino, tanto da arrivare a vendere anche la biancheria di casa, oggetti, generi di soccorso ricevuti dalle Dame di carità, e tutto quello che poteva, per rimediare quel tanto che bastava per una bevuta. Alle dame di carità, che le dicevano: “Pregate, pregate!” rispondeva: “Oh! Prego tanto”, salvo poi riempire l’aria di bestemmie quando, ubriaca, perdeva l’equilibrio e dava di cozzo da qualche parte.

A forza di togliere ciuffi di lana dal materasso per venderla e bersi il ricavato, si bevve il materasso intero.

Quando andava alla bettola col marito, si sedeva con lui a tavolino; il marito ordinava un “quartino” di vino, poi riempiva i due bicchieri e, mentre la “Scopona” vuotava il suo d’un fiato, lui centellinava il proprio vino gustandoselo. A volte, lasciato il bicchiere sul tavolo, si voltava per parlare con gli avventori dei tavoli vicini e col voltarsi le dava inavvertitamente l’occasione di scambiare repentinamente i bicchieri senza farsi vedere e di vuotare d’un fiato anche il secondo. Quando poi il marito tornava a voltarsi verso il proprio bicchiere, lo trovava vuoto e chiedeva dove fosse finito il suo vino; allora la “Scopona” gli rispondeva deridendolo scherzosamente: “Ìe, ìe, l’è biùto! Te metti a chiacchierare e ’un te n’avédi, ma l’è biùto te!”. “Toh! – borbottava il marito poco convinto – ’un me lo sento” e ordinava un secondo “quartino” che ridivideva in parti uguali, ma stavolta non perdeva di vista il bicchiere.

Così bevevano in proporzione di tre a uno.

Una volta aveva adocchiato al Cimitero una di quelle belle croci di ghisa stile liberty, buttata sul mucchio dei rifiuti dopo che le ossa del proprietario erano state riesumate; con l’aiuto della Mocca, che le faceva da donna di fatica, trascinarono faticosamente questa croce dal Romagnani, il robivecchi, al quale volevano venderla. Il Romagnani però, un po’ a disagio, cercò di togliersi d’impaccio discendo che comprava i rottami di ferro, ma non la croce che era intera, ma le due donne non si persero d’animo: ruppero la croce in più parti, la vendettero e andarono alla bettola per bersi il ricavato. Sotto l’effetto del vino la Scopona si commosse e disse tra un singhiozzo e l’altro: “Ho dovuto… portare… la croce… come Nostro Signore!”, ma le risposero subito: “Sì, ma lù’ ’n se l’è mica bi’ùta”.

Il sabato mattina, aiutata dal figlio, andava al mercato con una stadera e forniva un servizio di pesatura delle merci, raggranellando qualche soldo.

  Il figlio non era molto intelligente, ma era servizievole. Convinse una volta ad entrare in casa propria una donna che passava di lì e stava andando all’Ospedale per farsi togliere l’anello che, troppo stretto, le aveva fatto gonfiare il dito. Prima di tutto le fece un’iniezione (non si sa bene di che preparato) sul dito, e poi con un seghetto cercò di segarle l’anello, ma la donna, che sentiva più male di prima e che si era resa conto dell’errore, fuggì urlando.

IL SURDINO

Il “Surdino” era diventato sordo da grandicello: diceva che da piccolo sentiva dalla Piazza di Porta Crucifera le automobili rombanti che passavano sul Ponte della Parata e che facevano “Bruuummmm!”. Viveva in una dignitosa povertà, sempre pulito e ordinato per quanto glielo potessero permettere i propri mezzi, e si arrangiava come poteva, soprattutto andando a pescare pesci o rane.

A volte concordava con “Stacchio” di andare a pescare insieme e, visto che dovevano partire presto e “Stacchio” lo passava a prendere con la moto, non potendo mettere la sveglia perché non l’avrebbe sentita, si legava uno spago all’alluce lasciando il capo fuori di finestra (abitava a piano terra). “Stacchio” arrivava, dava una tiratina, il Surdino si svegliava e partivano.

Una notte, verso le tre,  alcuni giovanotti passarono sotto casa del “Surdino” e, visto lo spago ciondolare dalla finestra, pensarono di fargli uno scherzo; si misero a tirare insistentemente e con forza, nonostante il “Surdino” gridasse: “Ìe! ìe! Ho capito!…Stacchio, ho capito”. Poi se ne andarono. Il “Surdino” si alzò, uscì, non trovò nessuno, corse a casa di “Stacchio”, lo chiamò: “Stacchio! Stacchio! Alò, so’ pronto, alò!”, ma “Stacchio” gli rispose: “Va’ a letto che è presto!”. “O ch’ore sono?”. “Son le tre, va’ a letto che è presto” e lo rimandò a casa tornando a dormire.

Una volta vide un capannello di gente radunato attorno a un bambino che urlava impaurito e si rotolava a terra: aveva inghiottito un soldo di rame e, dato che qualcuno per burlarsi di lui gli aveva detto che la moneta gli avrebbe “fatto il verderame in corpo” e che sarebbe certamente morto, temeva di morire e si ribellava all’idea. Il “Surdino” si avvicinò e chiese a mio padre, che era presente, cosa fosse successo. “Ha ingollato un soldino nóvo” gli rispose mio padre. Il “Surdino” capì male perché domandò stupito: “Un óvo? Un óvo ‘ntero?” “No, dua!” gli rispose mio padre per scherzo. Il “Surdino” capì subito e disse: “Alò, alò, ‘un lo fare ‘l coglione, ch’è successo?” “Ha ingollato un soldino nóvo… un soldino de queli nóvi” “Aah!” Fece lui tranquillizzato. Poi, pensando che il bambino si disperasse per aver perso il soldino e volendolo consolare, gli si avvicinò facendosi largo fra la gente e, col modo di parlare gutturale dei sordi, gli disse: “’Un piangere sè, ‘un piangere! Domattina, invece de vire a cacare al Gioco del pallone, falla su’ l’urinale. Doppo che l’è fatta piglia un brucchittìno e frùghece: rùmela pirbinìno e vedrè che ’l tu’ suldino l’artrovi più bello e più spurato de prima”.

PATUCCHINO

Patucchino era un ciabattino.

Da ragazzo era andato garzone da un fornaio e consegnava il pane a domicilio ai clienti, tra i quali i frati Cappuccini. Quando bussava alla porta del convento, le prime volte diceva: “Sia lodato Gesù Cristo”, il frate portinaio gli rispondeva: “Anche Maria” e Patucchino concludeva: “Lode a tutt’eddue”. Poi, siccome gli piaceva scherzare, le volte successive diceva velocemente e senza scandire: “Sia legnato Gesù Cristo”, il frate gli rispondeva: “Anche Maria” e Patucchino concludeva: “Sòde a tutt’eddue”. La cosa andò avanti per diversi giorni, finché il frate portinaio fu messo in sospetto dalla conclusione poco consueta, per cui una volta ascoltò bene e poi, una volta capito, arrabbiatissimo inseguì Patucchino che fu lesto a squagliarsela, tanto più che il frate era un fratone robusto e lì per lì non aveva intenzione di perdonare le offese.

 Dopo questa esperienza andò a fare il garzone in una bottega di calzolaio; il padrone, che forse voleva levarselo di torno, un giorno gli disse: “Senti, Patucchino, ’un te posso tenere perché sè’ troppo brutto. Bisogna che tu vada via perché sinnò me mandi via tutti i clienti.” Si fece però commuovere dalle insistenze di Patucchino, che non voleva essere licenziato, perché alla fine, pensando di levarselo di torno con una condizione impossibile, gli disse: “Allora facciamo così: io te tengo, ma te me devi portare uno più brutto de te.” Patucchino allora uscì alla bottega e andò da un suo conoscente, il Camillini, e gli disse: “Ha detto ‘l mi’ padrone che c’ha da ditte una cosa. Bisogna che tu venga da lui.” E poi eluse tutte le domande dell’altro dicendogli: “ ’un lo so de che se tratta. Ha detto che te vòl vedere.” E così portò il Camillini dal padrone al quale, con un’occhiata di intesa, disse: “Ve l’ho portato.” Il padrone guardò bene il Camillini e poi disse a Patucchino: “Méttete a sedere”. Poi liquidò il Camillini dicendogli che aveva già provveduto da sé e non aveva più bisogno.

Un giorno che stava lavorando (tirava gli spaghi), entrò in bottega una donna abbastanza chiacchierata, la Buricca, e dicendo che avrebbe fatto un viaggio, concluse in rima:

Io me ne vado per monte e per valle
lasciandoti a Arezzo a grattarti le (s)palle

E Patucchino, di rimando:

Io me ne resto tranquillo e sereno
pensando ad Arezzo una troia di meno.

Una volta che stava litigando con la Pagnottona, negli scambi di contumelie, le diceva: “Te vorresti che te dicessi “puttana”, ma io ’un te lo dico “puttana”. Eh, sì te piacerebbe che te dessi de la “puttana”, cusì me denunci, ma io ’un ce penso manco a dire che sé’ una puttana.” E intanto la insultava ben bene.

LA VIOLA

La Viola era una donnina piccina piccina, che aveva una bottega alla Pieve, all’angolo con Via Seteria, proprio sotto il ripiano davanti all’ingresso. Aveva partorito ventiquattro figli ed era solita dire: “A me me sta più pensiero a fare una cureggia che un figliólo.”

I “CHITÀMARE”

“Chitàmare” aveva bevuto tanto vino in vita sua, che il naso gli era diventato rosso come un peperone; come tanti altri colcitronesi beveva, rubacchiava e spesso finiva in galera. Una notte era in cella e stava fumando al buio quando passò il secondino d’ispezione che, buttando lo sguardo nella cella, vide il bagliore della sigaretta e esclamò: “Chi fuma laggiu? Lo sapete che è proibito?” “Chitàmare” prontamente rispose: “No, no, un fuma nissuno. Ė ’l mi’ naso che fa lume”.

Il figlio, un imbianchino-venditore ambulante (anche a lui il vino piaceva), aveva ereditato il soprannome ed aveva sposato una donna molto grossa e grassa, mentre lui era magrolino e piuttosto basso; quando la moglie cadde e si ruppe una gamba “Chitàmare” junior cominciò a dire in giro che bisognava mettersi l’animo in pace perché le “sarebbe partito un embolo e sarebbe morta” e quindi cominciò a fare la corte a un’altra donna, ma la moglie si ristabilì presto e rimise le cose a posto.

Il soprannome, ridotto in “Chita”, è passato ora a un nipote che ha una fedina penale piuttosto lunga.

DON SANTI

Don Santi era un prete sospeso “a divinis” che era venuto ad abitare in Via S. Lorenzo. Pare la sospensione sia derivata da un “ballo angelico” fatto con due ragazze pseudo-nipoti di un suonatore ambulante cieco: il cieco suonava e gli altri ballavano. Alto e robusto, era un furbacchione che cercava sempre il modo di fregare il prossimo.

Teneva in casa due qualità di vino, una migliore per sé, una peggiore “per gli amici” e quando aveva ospiti diceva alla sua perpetua: “Porta ’l vino pe’ l’amici”.

Una volta ebbe un alterco con un tizio che, ad un certo punto, gli mollò un ceffone; il prete, una volta tanto ligio ai precetti della sua religione, porse l’altra guancia, insistendo a lungo per averne un altro. Avutolo, disse: “La legge di Dio s’è fatta, ora se fa quella degli òmini!”. Poi si levò la veste, si rimboccò le maniche e riempì di cazzotti il suo avversario.

Un’altra volta, aiutato dalla sua perpetua (un altro personaggio discutibile con cui pare che vivesse more-uxorio) cercò di introdurre in città un agnello vestendolo da neonato per non pagare il dazio; l’agnello però gli fece “Bèèèè ...” proprio mentre passava dalla Porta di Colcitrone e le guardie daziarie gli fecero pagare dazio e contravvenzione.

Un giorno che gli avevano rifilato una banconota falsa da dieci lire, pensò di ridurre il danno facendo allo stesso tempo un dispetto alle guardie daziarie. Andò al corpo di guardia e, facendo finta di vederci poco, disse: “Mi fareste il piacere di cambiarmi queste cinque lire?”. E poi continuò sospirando: “Eh! Acciderba alla vecchiaia! Ci si vede sempre meno!” e nel contempo tirò fuori le dieci lire false. La guardia, accecata dalla voglia di fare un dispetto al prete, afferrò la banconota falsa, la mise subito nel cassetto, contò cinque lire e gliele dette. Don Santi ringraziò e se ne andò contento. La guardia chiamò subito i colleghi: “Ragazzi! Ho fregato Don Santi! Mi ha portato a cambiare dieci lire credendo che fossero cinque!” E i colleghi gli risposero: “Mah! Fregare Don Santi? Sta’ attento che non sian soldi falsi!”. La guardia controllò subito e si accorse di essere stata imbrogliata. Allora prese la banconota e andò a casa di Don Santi, lo chiamò e gli disse: “ Don Santi, ho riportato le dieci lire che avevate portato a cambiare; sono dieci lire false”. “No, no – rispose il prete – io ti ho portato cinque lire che erano buone”. E continuò: “Sei anche un disonesto; cerchi forse di imbrogliarmi?”.

Un’altra volta Don Santi comprò una casa da uno dei più ricchi personaggi aretini; si trovarono dal notaio, il notaio stese l’atto e il prete disse di non avere tutti i soldi con sé al momento. Il riccone disse con nonchalance al notaio: “Scriva pure nel contratto che sono stato saldato, poi Don Santi me li porterà o passerò io da casa sua per riscuotere il resto. Diamine, un sacerdote!? ...” Ma passò un po’ di tempo senza che il debito venisse saldato e il riccone, passando da quelle parti, si ricordò che doveva ancora riscuotere e si disse: “Mah! Andiamo a vedere”, più per curiosità che per i soldi, tanto più che per lui così ricco, la somma che gli era dovuta, anche se considerevole, era di poco conto. Chiamò il prete: “Don Santi, visto che passavo di qua ero venuto a riscuotere il saldo della casa”, ma Don Santi gli esibì il contratto rispondendogli: “No, no, io non ho debiti con nessuno. Ho pagato e sono a posto”. Il riccone capì subito che aveva a che fare con un disonesto che non gli avrebbe scucito un soldo e gli disse: “Bravo! Non c’era mai riuscito nessuno a fregarmi, c’è riuscito un prete! Bravo! Mi sarà di lezione!”.

I RAGGIRI DEL SABATO

Il mercato settimanale del sabato era in Piazza Grande. Al centro della piazza si vendevano gli animali da cortile mentre nel lato opposto al Tribunale e in quello di valle, sul prolungamento di Via di Seteria, c’erano le bancarelle a fare da cornice alla piazza. E il sabato c’era sempre qualche imbroglione pronto a raggirare un contadino ingenuo.

Una volta uno di questi imbroglioni, spacciandosi per il garzone del farmacista della Farmacia del Cervo, adocchiò un contadino che aveva un bel paio di polli, lo avvicinò, chiese quanto costassero, poi soppesò gli animali, ne contrattò l’acquisto, accettò il prezzo anche se era abbastanza alto, e poi gli disse: “Va bene, li piglio. Io sò’ ’l garzone della Farmacia del Cervo. Venite con me alla Farmacia che ve li faccio pagare dal padrone”. E si incamminò tenendo i polli, seguito dal contadino. Entrarono in farmacia e l’imbroglione disse al contadino: “Aspettate un momento”, lo fece sedere su una sedia vicina alla porta poi andò dal farmacista e, indicandogli il contadino, gli disse a voce bassa: “Quell’òmo avrebbe bisogno d’un clistere, ma se vergogna a chièdelo. Gnene pòl fare?”. Il farmacista guardò il contadino e gli disse: “Va bene, aspettate un momento”. All’epoca quel genere di servizio veniva prestato abbastanza usualmente. L’imbroglione si congedò dal farmacista: “Io me ne vado, siamo d’accordo, eh?” e il farmacista, credendo che gli chiedesse la conferma senza dare tanta pubblicità, disse: “Si, si. Va bene, vada pure”. L’imbroglione allora, rivolto al contadino: “Allora io vado via, voi fate con il farmacista”. E se ne andò con i polli.

Il farmacista, finito quello che stava facendo, preparò il clistere, poi chiamò il contadino nel retrobottega e, quando fu lì, gli disse: “Tiratevi giù i calzoni”, poi prese il siringone e si apprestò a praticare il clisma. Il contadino rimase interdetto ed esclamò: “Ma io ’n sò’ mica venuto a pigliallo de dietro! So’ venuto pei soldi”. “Che soldi?”. “I soldi dei polli”. “Che polli?”. “Quelli che ha preso ’l su’ garzone”. “Che garzone?”. “Quello che ce parlava prima”. “No guardi, quello non è il mio garzone. E’ venuto qui a dirmi che volevate un clistere e io l’ho preparato. Se lo volete, ve lo faccio”. “Ma io…e chi me li paga i mi’ polli?”. Uscì fuori della porta guardandosi intorno, ma del furbacchione non c’era traccia.  

Un’altra volta l’imbroglione si spacciò per il sacrestano della Pieve. Contrattò i polli allo stesso modo, poi portò la sua vittima nella chiesa della Pieve, la mise a sedere su una panca, fece capolino al confessionale e, al parroco che era all’interno, disse a bassa voce: “Quell’uomo a sedere sulla panca si vorrebbe confessare, ma si vergogna e mi ha mandato a chiederglielo”. Il prete fece capolino dal confessionale e disse che andava bene. Poi, mentre l’imbroglione spariva salendo la scaletta che andava sì alla canonica, ma che portava anche ad un’uscita secondaria, chiamò il contadino dicendogli: “Mettetevi in ginocchio”. Il contadino, un po’ interdetto, si inginocchiò bofonchiando che era la prima volta che gli toccava chiedere i propri soldi così, e il prete gli chiese da quanto tempo non si confessava. Il contadino allora rispose che non voleva confessarsi, ma che voleva che gli venissero pagati i polli che aveva preso il sacrestano che poco prima aveva salito la scaletta per la canonica. E anche questa volta l’epilogo fu lo stesso.

Un altro imbroglione prese un paio di polli, e concordato il prezzo, li dette a un complice e disse al contadino di seguirlo per essere pagato. Poi andò per il Corso e si diresse a passo svelto verso Porta Santo Spirito. Cercava di confondersi con la gente, ma il contadino gli stava dietro e non lo mollava. Allora l’imbroglione, camminando sempre a passo svelto, cominciò con l’infilarsi prima un paio di occhiali, poi si mise un paio di baffi finti, quindi approfittò di una piccola folla per rivoltarsi la giacca e infine si applicò un neo finto su una guancia. Fece sparire il cappello e, quando il contadino stanco di quella camminata gli disse: “O ’n do’ me porta?” si voltò e, con accento fiorentino gli rispose: “Icché? Icché la vòle?” Il contadino sorpreso e smarrito tornò un attimo sui suoi passi credendo di avere seguito la persona sbagliata e restò con un palmo di naso mentre l’imbroglione si dileguava.

Un’altra volta un gruppo di imbroglioni fece cordellina e, adocchiato il contadino adatto che aveva due bei capponi, mise in atto un piano. Partì il primo che disse al contadino: “Quante li fate cotesti piccioni?”, ma il contadino lo guardò con sufficienza e, senza neanche dargli risposta, gli voltò le spalle borbottando che non aveva tempo da perdere con in matti. Poco dopo arrivò il numero due che gli chiese: “Quante li fate cotesti piccioni?”. Il contadino cominciò a sentirsi un po’ meno sicuro di sé, ma rispose brusco: “O ’n do’ l’aéte l’occhi? O ’n lo vedete che son capóni?”. Il furbo gli rispose: “Capóni? Son piccioni! Ma che séte matto? Eppure se vede bene. Questo vòl vendere i piccioni per capóni!” e se ne andò brontolando. Dopo qualche attimo arrivò il terzo: “Quante li fate cotesti piccioni?”. “Oddìo, me l’hanno stregati” urlò il contadino, buttò in aria i capponi e scappò mentre questi ricadevano tra mani amorevoli che li accolsero e li fecero sparire.

In tempi più recenti c’era anche un gruppo di donne che si dedicava al raggiro, operando in combutta e sfruttando la confusione creata ad arte. Una volta iniziarono col chiedere il prezzo di un’oca; poi, mentre alcune si mettevano a contrattare animatamente per distrarre il contadino, una di loro, senza farsi vedere, infilzò uno spillone in testa all’animale che cominciò a starnazzare negli spasimi dell’agonia. Le donne allora, fingendo stupore, cominciarono a dire: “Ma che ha quest’ócio? Lo vedete che mòre? Qua, qua, se compra noi, unn’emporta, basta che ce lo mettéte póco.” e con una manciata di spiccioli si comprarono l’oca. Altre volte cominciavano a contrattare il prezzo delle uova e confondevano il malcapitato discutendo animatamente tra loro e dicendo: “Allora te ne compri tre coppie, io quattro, te due, sicché te devi dare quattro lire essettanta, te tre eqquindici, io sei e venti, ma io c’ho i guadrìni apitti, lù un c’ha da famme el resto sicché te li dai a me, lei a te…” e andava a finire che riuscivano a fare una confusione tale nella testa del disgraziato che si imbatteva in loro, che riuscivano a portarsi a casa uova e soldi.

PALCHETTO

Palchetto più che un muratore era una mezza-mestola ed abitava a metà di Via Santa Croce, in un cortiletto interno.

Una volta gli commissionarono la costruzione in muratura di uno stalletto per i maiali e Palchetto lo costruì dentro la propria cantina; per tirarlo fuori dovette demolire gli stipiti della porta e ricorrere a due paia di buoi.

IL PRETE DI SANTA CROCE

Il prete di Santa Croce era un prete alla mano, forse anche troppo; una volta che una madre gli confidò, in confessione prima della messa, che la figlia nubile era incinta, il prete, alla fine della predica, stigmatizzando i costumi del tempo, disse: “Nel chiostro de Palchetto c’è ’l gran ghetto: già la Tale è incinta e ’unn è sposata!”. E la madre arrabbiata gli gridò: “O brutto mascalzone!”, poi si alzò e uscì alla svelta dalla chiesa.

Questo prete doveva essere seccato per le continue critiche dei parrocchiani perché, una volta, alla conclusione della predica durante la messa disse: “Entra un cane in chiesa … e la colpa è del curato, la figliòla ve va al bosco e ve torna incinta … e la colpa è del curato. Meno male che ve vado al culo e canto!” Poi, voltatosi verso l’altare (ancora non c’era stato il Concilio Vaticano II che aveva cambiato la posizione dell’altare e del prete) intonò: “Maria, mater gratiæ ...”

IL PRETE DEL DUOMO

Durante una predica il prete del Duomo ricordò il miracolo dei pani e dei pesci, ma si confuse perché disse che Gesù, con cinquecento pani e cinquecento pesci aveva sfamato cinque persone”. Uno dei fedeli sbottò in : “E ’unn(e) schiantònno?”. Allora il prete, che non si era reso conto della propria svista,  disse: “ ’Un l’ho mica ditto io, l’ha ditto Lù’ “ e indicò il Crocifisso che era sopra l’altare, ma dato che ci vedeva poco, sbagliò ed additò il sacrestano che era vicino all’altare e che subito reagì: “No, no! Certe coglionarie ’un l’ho ditte mai!”.

IL LOMBEZZI

Il Lombezzi era un bravo scalpellino. Abitava in Via San Niccolò, accanto all’ingresso della sede di Porta Crucifera. Gli piaceva tanto il vino e andava sempre alla mescita di Santino, dove, in compagnia degli altri beoni, faceva il pieno e poi, senza disturbare nessuno e senza raccogliere provocazioni, faceva i comizi alla luna, col dito indice alzato quasi a sottolineare quello che diceva.

LA “TRE PALANCHE”

La “Tre palanche” faceva parte di una famiglia poverissima e sciagurata: le figlie finirono in una casa di tolleranza. Il sabato, alle prime ore del mattino, portava una cuccuma con il caffè al mercato e rifocillava gli ortolani che, specialmente d’inverno gradivano una bevanda calda. Questo le consentiva di raggranellare qualche spicciolo per tirare avanti. Aveva un grembiule che, a forza di passarci le mani, era così unto che sembrava di incerato. Quando litigava e la insultavano, per rimandare l’insulto al mittente,  rispondeva: “Mi’ ... a me, qui, ’un me s’atacca niente” e si passava le mani sul grembiule che era tanto unto e bisunto, che sembrava un grembiule di tela cerata ...

IL “MÌGHÉLA”

Il “Mìghéla” era un ubriacone che, avendo avuto la tubercolosi, godeva di una pensioncina di invalidità che gli permetteva di sopravvivere e che spendeva quasi completamente nel vino. Era un cliente assiduo di “Santino” e, spacciandosi per anarchico, ce l’aveva con tutti; una volta che aveva bevuto, cominciava una lunga tiritera nella quale sfogava i sui livori e la concludeva con “…fascisti, democristiani, comunisti, grattigiani, spie…via! El tu’ Mìghéla”.

Sempre nelle sue tiritere a volte diceva di essere stato a “Terranova Bragiùlina” dove c’era un centro ospedaliero per ex-tubercolosi; doveva esserci stato piuttosto male, soprattutto perché non poteva bere. Era di carattere rissoso, ma se volava un cazzotto lo prendeva lui. Una volta, in una lite, cominciò a saltellare come un pugile assumendo una guardia perfetta, fintando, e diceva: “Attento al destro! Attento al destro!”. Il suo avversario gli mollò un cazzottane e lo prese in un occhio, concludendo subito l’incontro. Gli fece un occhio nero e nei giorni successivi il “Mìghéla” andava in giro con la sua “pèsca” e diceva: “M’ han fatto un occhio come una melanzana! Zà! Un piano!”

UNA BREVE CARRIERA PUGILISTICA

Il calzolaio di Fontanella aveva un figlio che, non volendo abbracciare la professione del padre, decise di intraprendere la carriera pugilistica. Al primo incontro salì sul ring e cominciò tutto un balletto di finte con un perfetto gioco di gambe. L’avversario gli sparò un solo cazzotto che lo mise subito KO e che gli concluse la carriera.