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Un ricordo di Guidone e Roberto Chiodini

07 Novembre 2007

Sono le 7 del 16 agosto 1973, e la Mini Minor di Roberto Chiodini scende un po’ traballante Piaggia San Lorenzo, per fermarsi alla Sede. Senza che Roberto debba aspettare, io e Guido siamo già lì, pronti, e saliamo a bordo, destinazione: Siena, a vedere, noi per la prima volta dal vero, il Palio.
La strada è quella classica, da Monte San Savino, per la Colonna del Grillo, classica perché da qui, con la stessa destinazione e per il solito motivo, sono passati tante volte prima di noi altri rosso-verdi, come Vittorio Farsetti e Antonio Morelli; anche loro, a un certo momento della vita, attratti dalla festa senese.

Non ricordo dove, ma sicuramente, a un certo punto del tragitto, ci fermiamo per fare colazione. Si sarà arrivati a Siena, al posteggio nella Lupa, verso le 9 e mezzo; qui abbiamo subito un interessante incontro: con un certo signor Cenni, il quale, come ci dice orgoglioso, risulta essere il più anziano contradaiolo della Lupa.

Questa sua Contrada aveva vinto a Luglio il Palio dopo vent’anni di digiuno e lui, ovviamente, era ancora tutto raggiante. Si procura appositamente le chiavi del Museo della Contrada, invitandoci cortesemente a visitarlo insieme a lui. Leggendo l’albo d’oro notiamo il nome di Tripolino, e riferiamo al signor Cenni del fatto che il grande fantino aveva corso pure ad Arezzo.

guidone angiolinonel loro sedicesimo anno di età, Guido Rossi e il sottoscritto

Come qualcuno sicuramente sa, numerosi aretini del Trecento trovarono ospitalità proprio in questa Contrada, una volta fuoriusciti da Arezzo per certe tristi vicende politiche; si vede che il destino, guidato da questa storia, in quell’anno di grazia 1973 volle che altri aretini, noi, incontrassero, per la prima volta a Siena, proprio uno della Lupa.

Salutato questo venerando signore, saliamo la ripida Vallerozzi e raggiungiamo Banchi di Sopra. Guido, in questa elegante e centrale strada di Siena, viene attratto da due negozi: in uno acquisterà cinque dischi LP di Fred Bongusto, nell’altro un paio di occhiali da sole Valentino, spendendo in tutto, se non ricordo male, circa 80 mila lire, che all’epoca potevano anche essere uno stipendio: anche questo era Guidone! Poi, però, ci rendiamo conto della necessità di assicurarci un pranzo, e dell’opportunità, a questo scopo, di prenotare tre posti per il Mezzogiorno.
Qui no, là mah!, attraversiamo la Piazza, che, ovviamente, ci stordisce con la sua monumentale bellezza, e imbocchiamo Salicotto, non rendendoci conto che presto ci sarebbe capitata l’occasione per incontrare un personaggio famoso nel nostro Quartiere, ovvero quel Fernando Leoni, detto Ganascia, che vinse per i nostri colori la Giostra del 1966, dopo un lungo digiuno.

guidone chiodiniGuido Rossi, il Sig. Cenni, contradaiolo della Lupa, e Roberto Chiodini

Il grande fantino l’avevamo conosciuto da piccoli, lì alla stalla, quando, nei giorni della Giostra, stare tutto il giorno vicino ai cavalli e ai giostratori rappresentava il massimo per un giovane quartierista. Ganascia era stato, prima di venire ad Arezzo, possiamo dire nella sua vecchiaia, uno dei più grandi fantini del Palio, e era rimasto affezionato alla Contrada della Torre, per i colori della quale aveva vinto due carriere.

Ed è proprio lui che scorgiamo seduto, sulle scale del Museo di questa Contrada. Ci fermiamo e discutiamo sul da fare: si saluta o non si saluta, che gli si dice, ci riconoscerà? Preso coraggio ci si avvicina a questa figura che, per la sua grinta e la sua statura piuttosto alta, specie per un fantino, ricordava un antico guerriero, e con modi deferenti gli si parla. Lui, all’inizio sorpreso, ci mette a nostro agio e comincia a domandarci del Farsetti, del Morelli, di Donatino, e di come andavano, insomma, le cose in Colcitrone.

Noi gli si risponde che, purtroppo, la sua vittoria è ancora l’ultima conseguita, ma che quest’anno c’erano più concrete speranze per interrompere il digiuno. Poi, salutatolo, si prosegue su per Salicotto e ci si ferma a una trattoria, da Marino si chiamava, e entrando ci colpisce subito a una parete un grande stemma della Torre. Constatato però che l’ora è avanzata, si domanda se già possano servirci il pranzo e, rispostoci positivamente, ci s’accomoda a un tavolo.

Questo mio ricordo è stato pubblicato sull'ultimo numero de "Il Mazzafrusto"; si parla di un'antica festa... e soprattutto c'è il ricordo di due amici quartieristi, del grande Guidone e di Roberto Chiodini, il quale, mi hanno informato recentemente, è scomparso da circa un anno e si trova sepolto al cimitero di Santa Firmina.

GuidoneritrattodiSilvanoCampeggiGuidone in un ritratto di Silvano CampeggiNoi, io e Guido, molto meno Roberto, s’era d’appetito e per questo il tempo che si rimane lì in trattoria è piuttosto lungo. Ma di tempo ne passa anche perché la loquacità di Guido, soprattutto, ci fa dialogare con certe persone sedute accanto a noi. Questa gente era della Torre, e dicendole che noi si conosceva Ganascia, comincia a raccontarci tante belle curiosità paliesche. Sarà anche per queste ore, trascorse, per caso, in questo Rione, che poi, in un futuro, la rossa diventerà, per scelta, la nostra Contrada.

Verso le Quindici, per la paura di far tardi, entriamo in Piazza, e qui sempre il caso vuole che s’incontri tre citte proprio della Torre.
Il Palio, quel 16 agosto del 1973, ebbe un epilogo drammatico, dal momento che, proprio come nel Luglio scorso, la vittoria fu incerta da assegnare: dell’Aquila sarà il popolo che uscirà col cencio. Andare al Palio diventerà per noi un appuntamento fisso, in compagnia di tanti altri di Porta Crucifera; i cui colori Roberto Chiodini, oggi forse ai più sconosciuto, vestì diverse volte, anche come Maestro d’armi.
A te, Roberto, giunga il mio saluto, e per Guidone il mio affettuoso ricordo!, a quasi cinque anni dalla prematura scomparsa.

Nota: per precisione “storica”, dichiaro che la cronologia di questo ricordo è volutamente alterata, essendo certi episodi riferibili ad altre occasioni, ma qui raggruppati allo scopo di rendere unitario il testo di un racconto destinato, forse, a restare unico.





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