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Correva l'anno ...

09 Gennaio 2008

Un sogno che divenne realtà!
Oggi hanno i capelli brizzolati. Un gruppo di giovani mise la prima pietra per quello che sarebbe divenuto il punto di aggregazione sociale: IL CIRCOLO.
Correva l’anno… e sentirono l’esigenza di creare qualcosa di diverso. L’idea fu quella di allestire un punto all’esterno della sede per trascorrere delle serate in attesa dell’evento “principe”.
La scelta cadde nella romita e suggestiva piazzetta di San Niccolò. Pochi tavoli, qualche panca, una griglia, costituirono le fondamenta per le feste en plein air dei cruciferini. Pane, salsicce, costoliccio, un pezzo di porchetta, affettati, formaggi e vino a volontà.

I tavoli messi in modo naif, sparsi per la piazzetta. Un successo inaspettato. Quanta gente. Quanta allegria. Fortuna che a quel tempo l’etilometro non era ancora in funzione, altrimenti ci avrebbero impedito persino di andare a piedi… La seconda tappa fu suggerita dall’esigenza di avere un posto al coperto dove poter cucinare e servire quartieristi e non. Decisero di costruire uno stand con struttura in tubi di ferro, coperta da onduline.

La superficie fu divisa in due ambienti: reparto servizi e reparto avventori, con piani di servizio all’esterno e all’interno, il tutto schermato da pannelli di canniccio. In un angolo allestirono, provvisoriamente, un forno prefabbricato. Nel piano della mescita troneggiava una fontana illuminata al suo interno. L’acqua, ovvero il vino stramazzava nei tre piani a circuito chiuso, al solo vederlo veniva voglia di bere un “diecino”, ricordate il vecchio bicchiere da mescita? Lo stand fu montato nello slargo di Colcitrone, ancora sterrato e con un cumulo di detriti che arrivava alla sommità delle mura, con pendenza dettata dall’angolo d’attrito del materiale di cui era costituito: MACERIEEEE!
Che lotta perché la zona fosse sistemata. Ora ci fa degnamente mostra di sé copia in bronzo della statua di Minerva, grazie alla magnanimità della ditta orafa dei fratelli Chini.

Apro una parentesi. Per completare la zona, centro del centro storico, non inteso geometricamente ma storicamente, in un ambiente dei più evocatori di Arezzo, pensiamo alla statua di Minerva, ai meravigliosi mosaici in tessere bianche e nere. Si suppone che vi fosse posta un’importante sede di culto dedicata alla Triade capitolina, situata entro le mura, in prossimità dell’antico cardo massimo. Di questo edificio restano alcuni elementi architettonici e rocchi di colonne in travertino, in parte esposti nella piazzetta di Colcitrone.

In questa stessa area, alcuni scavi misero in vista costruzioni romane, in parte inglobanti strutture etrusche. Monsignor Angelo Tafi (indimenticato insegnante di religione) nel suo libro Immagine di Arezzo scrive: « Veramente i millenni distano, qui, tra di loro soltanto qualche metro ». Pertanto sarebbe opportuno ripristinare il collegamento tra i vicoli che si aprono sulla destra di via San Lorenzo percorrendola da ovest a est, pavimentare il percorso, attrezzarlo con arredo urbano, un camminamento, tracce antiche.

Munire le mura alla loro sommità di balaustra per tutta la lunghezza per garantire la sicurezza, creando una terrazza per ammirare via Colcitrone e il canto dei Pescioni, ossia un decumano, i tetti delle vecchie case tutti di diseguale altezza con le ben tenute facciate, le colline a sud con il monte Lignano e attraverso uno scorcio di piazza Porta Crucifera i monti del passo dello Scopetone.
Visto che esiste una precisa volontà, di questa Amministrazione, di puntare ad una riqualificazione complessiva del centro storico, ecco un’occasione da non perdere. Ai grandi gioielli devono fare contorno anche piccole o grandi preziose perle. A buon intenditore poche parole! Chiusa parentesi.

Negli anni successivi fu montato in via San Niccolò, dove ci sono i giardini, area spianata alla meno peggio con affioramento sempre di macerie. Il quartiere ha convissuto decenni con le rovine, ultima, ancora ben visibile, la casa prospiciente la Pieve. Che pena.

Malgrado la buona volontà e l’incrollabile fede sentirono l’esigenza di avere un punto fisso dove ritrovarsi, scambiarsi le opinioni e perché no, anche discutere animatamente, dote che certamente non ci fa difetto. L’occasione arrivò negli anni Ottanta, dopo decenni di attesa e dopo aver vinto la resistenza dei soliti detrattori.

L’incarico fu affidato a un quartierista che preparò il piano di lavoro e che tenta di ricostruire il sogno che divenne realtà. Sembrava un’impresa impossibile tanto c’era da lavorare, ma la volontà prevalse sulle difficoltà.

Un grosso aiuto ci fu dato dalla Circoscrizione fornendoci il materiale necessario, visto che operavamo in un edificio di proprietà comunale. Ai locali che costituivano le scuderie, inaugurate nel 1981, e poi dimesse per motivi igienico sanitari, malgrado fossero stati presi tutti gli accorgimenti possibili, fu accorpata una sala confinante. Per ottenere dal Comune la sua disponibilità dovemmo sudare sette camicie.

La spuntammo illustrando al Sindaco di allora, prof. Aldo Ducci, la sua destinazione e la sua valorizzazione. Questo locale aveva l’unico accesso dal chiostro di palazzo Alberti, attraverso una scala che scendeva per dodici gradini. La scala, non essendo protetta dalle intemperie, si allagava facendo percolare l’acqua all’interno del locale. Il primo lavoro consistette nel porre una griglia di raccolta e convogliarla provvisoriamente nel canale di scolo del chiostro. In un secondo tempo le tubature furono interrate.

Questo locale era diviso dal resto degli altri ambienti da una doppia parete in forati che s’intravedevano attraverso l’intonaco fradicio e cadente, come sui muri e sulla volta. Evidentemente le pareti divisorie erano state poste durante il restauro del palazzo danneggiato dai bombardamenti del ‘43/’44. Demolimmo immediatamente le pareti pericolanti. Tolti i primi forati si faceva luce un arco in mattoni a sesto ribassato che scaricava sui piedritti tutto il peso della struttura sovrastante, dando l’impressione di forza, di potenza.

Tolto altro materiale scorgemmo una volta, sembrava un cielo, perché eravamo di un metro al disotto del pavimento in pietra del nuovo locale. Finito di demolirle, sul lato dell’ingresso una montagna di materiale di risulta. Le macerie ci perseguitavano. A quel punto nulla ci spaventava. Iniziammo a sgomberare, e man mano che il grosso cumulo diminuiva si facevano strada due aperture.

La prima di piccole dimensioni, attraverso un cunicolo in mattoni, saliva verso l’alto attraverso il muro maestro per sbucare nella parte bassa del chiostro.

La seconda una gradita sorpresa. Togli e togli detriti si intravedeva un corridoio, non molto alto, con volta ribassata e ascendente in mattoni che conduceva attraverso il muro sotto il chiostro, rastremandosi verso l’interno. Il materiale da togliere non finiva mai.

All’improvviso nel chiostro, all’epoca sterrato, si notò un avvallamento e una corona circolare in pietra, del diametro minore di circa ottanta centimetri, venne alla luce. Capimmo che il cunicolo portava verso un pozzo di forma cilindrica, a cui potevano attingere sia dall’interno che dall’esterno gli abitanti di palazzo Alberti.
Una piacevole sorpresa. Il diametro del pozzo era maggiore della vera sovrastante, infatti finito di svuotarlo apparvero in alto tre archetti aggettanti (sporgenze dal corpo della costruzione) e un occhio di luce, era l’imboccatura del pozzo nella parte superiore. I tre archetti riducevano il diametro del pozzo sostenendo l’intera struttura soprastante.

Erano collocati a formare un triangolo equilatero inscritto nella circonferenza del pozzo. Finita l’opera di sgombero pensammo subito a coprire l’imboccatura.

Collocammo una calotta di lamiera di un buon spessore, nel centro facemmo un’apertura e ci montammo un finestrino circolare (come un oblò) manovrabile dall’interno per dare luce e aria all’ambiente. Nei giorni successivi molte persone vennero a vedere il pozzo, incuriosivano i tre archetti nella parte alta all’interno.
Il muretto che separava il corridoio dal pozzo, che fungeva da parapetto, era franato sotto il peso delle macerie lasciando le parti laterali diroccate, con pazienza ricostruimmo i fianchi fino a terra dopo averci collocato una soglia di separazione.
Tentammo di rintracciare la parte superiore del parapetto, avremmo così capito la vita di questo sito.
Probabilmente una soglia corrosa dal tempo, segni di catene incisi nella pietra, tracce del fondo di recipienti appoggiati per secoli sul piano.
Da questi dettagli avremmo capito o immaginato quanto un pozzo possa nascondere un’infinita storia di tutti i giorni.

Quante generazioni avevano compiuto il gesto comune di attingere acqua, quali volti avessero, quali abiti indossassero, tra il cigolare della carrucola, il rumore della catena, l’acqua che sgocciolava dal secchio che lentamente saliva, ritornando sul fondo con un suono che si amplificava nel buio baratro del pozzo. Non avendo rintracciato il reperto rimaneva solo l’immaginazione, che correva alla velocità della luce. Quando riprendemmo i lavori facemmo subito la massicciata alla base del pozzo.

La sigillatura avvenne in piena notte per impedire che venisse ulteriormente svuotato, alla ricerca di materiale archeologico. Sarebbe stato interessante, ma a noi premeva finire i lavori.
All’inaugurazione il Sindaco ci fece capire di essere stato informato del lavoro notturno e dei motivi che lo avevano consigliato. Però, però ancor oggi la curiosità è sempre viva. Nel pozzo costruimmo una scaffalatura attorno alla sua superficie laterale, per destinarlo a magazzino, fu chiuso con un cancello in ferro, grazie al contributo della ditta di metalmeccanica  G.R.M.

Nella sala, dove una parte è stata destinata all’antibagno, fu necessario rialzare il pavimento a causa di forti infiltrazioni d’acqua che avevano fatto gonfiare l’intero pavimento. Incanalammo le sorgenti verso lo scarico del chiostro che passava sotto il vecchio pavimento, fatti i muretti di sostegno, collocammo i tabelloni e la rete elettrosaldata e la solita colata ricoprì il tutto.

In precedenza avevamo collocato il nuovo gradino in pietra serena, spostato verso l’interno per creare un pianerottolo in modo di consentire l’apertura della porta evitando così l’accorciamento della stessa.
Successivamente venne pavimentato in mattoni. Con questa opera di risanamento il dislivello fra la scaletta e il nuovo locale si ridusse a ottanta centimetri, sopperimmo con quattro gradini massicci in pietra serena per metà della luce del vano. Nell’altra metà costruimmo un muro, per non demolire uno sperone di roccia alla base del piedritto che costituiva le fondamenta e che impediva la messa in opera dei gradini per tutta la larghezza.
In un angolo costruimmo il forno utilizzando la canna fumaria della vecchia stufa in cotto.
Furono realizzate delle sedute per mascherare speroni in pietra alla base del muro e fiancheggiare i quattro scalini sporgenti entro il locale.

L’intero palazzo appoggia direttamente sulla roccia. Nel sottoscala, dove si rifiutavano di dimorare persino i topi, ricavammo il bagno. Questo fu il lavoro più impegnativo. Solo dei matti potevano ricavarci i servizi igienici necessari per avere le licenze.

L’uscita di sicurezza c’era con l’acquisizione del nuovo locale, mancava appunto il bagno. Dopo averlo sgomberato di mille cianfrusaglie, partirono i lavori fra lo scetticismo generale, ma non avevano fatto i conti con il nostro incrollabile desiderio di avere il Circolo.

Le misure erano sufficienti, necessitava subito una fossa biologica, quelle prefabbricate non passavano dal vano di accesso, perciò dovemmo costruirne una in loco a tre camere. Che avventura. Dovevamo tenere conto di poterle ispezionare, quando sarebbe stata necessaria la vuotatura.

Dopo aver fatto le tre fosse in muratura e collocati i sifoni la provammo prima di coprirla con la lapide, il chiusino e il controchiusino.
Quanti timori, ma la fossa settica funzionò perfettamente. Dopo le canalizzazioni, la pavimentazione e la piastrellatura il solito idraulico mise in opera i sanitari. Il locale fu aerato con un piccolo estrattore. Finito il bagno costruimmo l’antibagno, con duplice uso: serve anche da guardaroba.
Ad eccezione del salone tutti gli ambienti furono sottoposti a sabbiatura, riportando alla luce bellissime volte a botte in mattoni. Pittori, restauratori, scalpellini, muratori, falegnami, fabbri, idraulici, elettricisti, commercianti, impiegati e studenti, tutti volontari, completarono l’opera.

Il Circolo era pronto, dotato anche di riscaldamento autonomo. Restavano solo pratiche burocratiche. Ma come avevamo fatto? L’inaugurazione avvenne alla presenza delle autorità, scomodando per la seconda volta il prof. Aldo Ducci, non facile da stanare da palazzo Cavallo.

Così nacque il primo Circolo in seno alle Società di Quartiere. Restava come chiamarlo. Qui nacque la discussione. Il sottoscritto era per “Taverna cardo massimo”, prevalse “Circolo rosso-verde”. Gli ambienti, nel tempo, sono stati migliorati fino all’aspetto attuale, ma quello che mi incoraggia è vedere che l’opera di volontariato continua, vedi il “fondino”.  Non arrendersi mai!

Romualdo Verdelli, nelle vesti di ex facente funzione di capo mastro;
con la collaborazione del poliedrico Carlo Piomboni (Chiodo);
cenni storici a cura di Angiolo Cirinei.

P.s.: Non ho citato alcun nome nel timore di tralasciarne qualcuno fra tutti coloro che lavorarono con dedizione alla realizzazione. Un doveroso ricordo per le persone che ci hanno lasciato e che si adoperarono, per il nostro Circolo, senza risparmio di tempo e di energie:

Armando Bruschi, all’epoca Rettore;
Pietro Dionigi;
Franco Franchi;
Dante Friscia;
Guido Rossi.

Questa ricerca, sollecitata da alcuni quartieristi, è stata scritta nel mese di luglio 2007.

 

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