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Salvatore Quasimodo

27 Luglio 2016

Con questo appuntamento entriamo nel Novecento letterario, partiti come eravamo dal nostro dugentesco Guittone. Ci entriamo con uno dei maggiori poeti italiani di quest’epoca, Salvatore Quasimodo.
La sua poesia scelta per il nostro caso trae ispirazione diretta dal Palio della Balestra di Sansepolcro, che assurge così a un’elevata dignità potendosi confrontare - in questo - col Palio di Siena cui Eugenio Montale dedicava una lirica pubblicata nel 1939.
E con la celebre Palio montaliana, mi pare Quasimodo cerchi in un punto del suo testo il confronto, quando vede «senza tamburi vittoriosi» i balestrieri, un sommesso controcanto ai «tamburi che ribattono a gloria di contrade» notati da Montale a Siena.

 

quasimodo camusRimaniamo a Sansepolcro con poche squisite righe dai postumi Taccuini di Albert Camus, lo scrittore francese Nobel per la letteratura nel 1957:
«Al termine della mia vita vorrei tornare sulla strada che scende nella valle di Sansepolcro, percorrerla lentamente, camminare tra i fragili ulivi e i lunghi cipressi e trovare, in una casa dai muri spessi e dalle stanze fresche, una camera nuda dalla cui stretta finestra io possa guardare la sera che scende sulla vallata.»

Non solo Piero, dunque, a illustrare il nome di Sansepolcro nel mondo.

SALVATORE QUASIMODO

quasimodo quasimodoSalvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa), il 20 agosto 1901 e trascorse la sua infanzia in piccoli paesi della Sicilia orientale, fra i quali Gela, Cumitini, Licata, essendo il padre capostazione delle Ferrovie dello Stato.

Era ancora bambino quando, nel 1908, avvenne il catastrofico terremoto di Messina, città nella quale subito dopo si trasferì, seguendo il padre chiamato a riorganizzare la l’importante stazione, e dove ebbe come sua prima dimora, al pari di tanti altri superstiti, i vagoni ferroviari. Un’esperienza molto dolorosa che lasciò un segno profondo nell’animo del poeta.
A Messina compì gli studi fino al conseguimento del diploma, nel 1919, presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, nella sezione fisico-matematica. Fu in questo periodo che ebbe inizio il sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che ebbe grande importanza nella formazione intellettuale di Quasimodo e che durò tutta la vita.
A Messina iniziò anche a comporre i suoi primi versi. Nel 1919, all’età di diciotto anni, lasciò la Sicilia e si trasferì a Roma. Con la sua terra natale tuttavia mantenne un legame sentimentale e nostalgico molto profondo, destinato poi a trasfondersi nell’opera del poeta con cadenze di dolorosa elegia.
A Roma, sotto la guida di Mons. Rampolla del Tindaro, nella città del Vaticano, studiò il latino e il greco. Nel 1926 ebbe il suo primo lavoro presso il Ministero dei Lavori Pubblici, con incarico al Genio Civile di Reggio Calabria. Pur assicurandogli la possibilità di mantenersi, il lavoro di geometra non si conciliava con i suoi interessi letterari, così, spinto da una interiore necessità, riprese i contatti con gli amici messinesi, in particolare con S. Pugliatti, i quali contribuirono a ridare fervore alla sua vena poetica.
Nel 1929 si recò a Firenze su invito del cognato Elio Vittorini, che lo fece conoscere nell’ambiente di “Solaria”: qui strinse amicizia con A. Bonsanti, A. Loira, Gianna Mancini, Eugenio Montale. Nelle pagine di questa rivista, nel 1930, pubblicò le sue prime liriche col titolo di “Acque e Terre”.
Nel 1932 pubblicò “Oboe sommerso”, un anno dopo “Odore di Eucalyptus”. 
Si trasferì a Milano, nel 1934, dove fu accolto con grande interesse, dentro una sorta di società letteraria di cui facevano parte poeti, musicisti, pittori e scultori. Nel 1936 pubblicò “Erato e Apollion” Nel 1938 lasciò il suo lavoro al Genio Civile, e a fianco di Cesare Zavattini iniziò l’attività editoriale che successivamente continuò presso il settimanale “Il Tempo”; contemporaneamente collaborò alla principale rivista dell’ermetismo, la fiorentina “Letteraria”. In questo stesso anno, uscì “Poesie”, la sua prima importante raccolta antologica. Nel 1940 pubblicò “Lirici greci”, accolto dalla critica con favorevole
entusiasmo.
Nel 1941 gli fu affidato l’insegnamento della letteratura italiana al Conservatorio Musicale “G. Verdi” di Milano. Nel 1942 pubblicò “Ed è subito sera”, in questo volume furono raccolte tutte le liriche del periodo cosiddetto ermetico, già comprese in varie pubblicazioni precedenti.
Durante il periodo bellico, nonostante le varie difficoltà, Quasimodo continuò a scrivere versi, affiancando, a questa sua attività preminente, anche quella di traduttore con risultati eccezionali,
grazie all’assidua lettura dei classici latini e greci. Le sue traduzioni: “Carmina” di Catullo, parti dell’Odissea, Il Vangelo secondo Giovanni, Edipo Re di Sofocle, Il fiore delle Georgiche di Virgilio, vennero pubblicate dopo la Liberazione. Fu durante la tragedia del secondo conflitto mondiale che nell’animo di Quasimodo avvenne la conversione dal momento letterario a quello sociale.
La questione ermetica che in Quasimodo aveva segnato il suo punto di maggiore visibilità, di emblematica rappresentazione storica, subì un sostanziale mutamento. La frattura politica, sociale,
culturale rappresentata da un così terribile evento, impresse un orientamento diverso allo sguardo del poeta.
Da vicenda interna, strettamente collegata al suo modo interiore di sentire, divenne oggettiva l’attenzione alla storia di una società esterna.
Quella misteriosa operazione dell’intelletto e della fantasia attraverso cui gli oggetti della mente e dei sensi diventano parola, si trasformò e assunse una dimensione più ampia, divenne espressione della sofferenza e del dolore, del sentimento di orrore e di angoscia tipico di quegli anni. L’impegno alla solidarietà, la maggiore partecipazione umana e sociale di Quasimodo, rispetto alla realtà che lo circondava, si rispecchiarono in tutte le sue opere successive. Opere che, in ordine di tempo, furono:
1946 - Con il piede straniero sopra il cuore;
1947 - Giorno dopo giorno;
1949 - La vita non è sogno;
1956 - Il falso e vero verde;
1959 - La terra impareggiabile;
1966 - Dare e Avere.

Insieme a tante altre traduzioni (Lirici greci, Shakespeare, Neruda, Molière, Ovidio, Eschilo, Ruskin), egli pubblicò numerosi saggi, tra i quali i maggiori furono: “Il poeta e il politico e altri saggi”, “Scritti sul teatro”, “Milano in inchiostro di china”.
Il 10 dicembre 1959, a Stoccolma, ottenne il Premio Nobel per la Letteratura.
Nel 1960 dall’Università di Messina gli venne conferita la laurea Honoris Causa, ed inoltre fu insignito della cittadinanza messinese. Nel 1967 anche l’Università di Oxford gli conferì la medesima laurea.
Il 14 giugno 1968, mentre si trovava ad Amalfi per presiedere un premio di poesia, venne colpito da ictus e morì durante il trasporto in auto a Napoli

BALESTRIERI TOSCANI
Vestiti di broccati vivaci i balestrieri
nella piazza della città toscana,
senza tamburi vittoriosi,
tentano la sorte di colpire un centro
con una freccia medievale. I ragazzi
tendono con forza la corda della balestra
e lanciano le armi con ansia di amanti.
Rapidi ripetono il sortilegio.
Ero con te, amore, i colpi
sul bersaglio, nello stacco
della luce meridiana, la noia
dell’attesa per quei servi dell’antica
guerra, ci dissero che l’uomo non muore,
è un soldato d’amore della vittoria continua.
(Salvatore Quasimodo - DARE E AVERE - Arnoldo Mondadori Editore, 1966)




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