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Pietro Pancrazi: Donne e buoi de’ paesi tuoi

27 Luglio 2016

Pietro Pancrazi nacque a Cortona nel 1893 e morì a Firenze nel 1952. L'attività di Pancrazi fu soprattutto di critico, dedicata in prevalenza alla letteratura italiana contemporanea, nel cui ambito ha tratteggiato essenzialmente il ritratto umano e morale degli scrittori.

Fece gli studi classici, e seguì i corsi di legge a Roma, a Venezia, a Padova. Ufficiale di fanteria durante la prima guerra mondiale fu ferito. Cominciò a scrivere nel 1913, nell'Adriatico e nella Gazzetta di Venezia; in seguito continuò la sua attività di critico militante, che si svolse nel Resto del Carlino, nel Secolo di Milano, quindi nel Corriere della sera. Redattore (1929-33) della rivista Pègaso, fu consulente di varie case editrici, direttore di collane letterarie, ideatore-curatore, con R. Mattioli e A. Schiaffini, della grande collezione Ricciardi «La letteratura italiana, storia e testi». È stato socio nazionale dei Lincei dal 1946.
Pancrazi157 2Nelle opere, echi carducciani e crociani si mescolano proficuamente in Pancrazi, la cui sensibilità alacre e delicata è sorretta da una sicura preparazione umanistica, ma anche scaltrita da un'assidua esperienza delle letterature moderne e del decadentismo europeo.
Fu compilatore di antologie: Poesie d'oggi, in collaborazione con G. Papini (1920; n. ed. 1925); I Toscani dell'Ottocento (1924); Racconti e novelle dell'Ottocento (1938). La sua critica tende a tratteggiare, con la figura letteraria, il ritratto umano, morale degli scrittori. La tendenza a un bozzetto di arguta eleganza anche stilistica si ritrova pur fuori dell'ambito propriamente critico, nelle «favole» dell'Esopo moderno (1930) e nelle pagine di viaggio Donne e buoi de' paesi tuoi (1934). Gli articoli e i saggi critici (Ragguagli di Parnaso, 1920; Venti uomini, un satiro e un burattino, 1923; Scrittori italiani del Novecento, 1934; Studi sul D'Annunzio, 1939, ecc.) sono stati da ultimo ordinati in Scrittori d'oggi (6 voll., 1946-53), Nel giardino di Candido (1950), Italiani e stranieri (post., con prefaz. di A. Baldini, 1957).
Da: www.treccani.it/enciclopedia

 

Pietro Pancrazi

Donne e buoi de' paesi tuoi

pancrazi 1Gli aretini si dividono in due grandi categorie: gli aretini morti e quelli vivi. Se date retta ai cronisti e agli storici, cogli aretini vivi fu sempre difficile andar d’accordo. Dante li disse ringhiosi, ma se ricordava l’Archiano (vedi area Casentino) poteva aggiungere che mordono. Di natura loro motteggevoli, più che un tantino irrisori, i nemici naturali degli aretini restano gli sciocchi, e sempre Dante pensava che agli sciocchi si dovesse talvolta rispondere “col coltello”. Gli aretini però si contentavano del motto e della burla; non si risparmiano e non risparmiano; spreca più ingegno un aretino in un giorno a canzonare, che un genovese a comprare e a vendere in un mese ...
Se con gli aretini vivi e facile leticare, in compenso con i morti si va d’accordo. Ciascuno si può scegliere l’aretino morto che fa per lui: da Michelangelo a Piero della Francesca, dal Petrarca (salvando il salto) all’Aretino, poche città del mondo possono mettervi attorno un pantheon così sonoro.
Nell’ora che su Arezzo la canicola spacca mi ricovero a San Francesco. Il beatissimo coro di Piero della Francesca mi recinge e astrae a un tratto con la potenza rapida de’ versi che, a mezzo del canto VII del Purgatorio, aprono e recludono la valletta de’ Signori:
Oro e argento fine, cocco e biacca,
indico legno, lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca ...
A vespro, batto le lastre della più vecchia Arezzo, salgo la piaggia di San Vito e busso alla porta di Giorgio Vasari. Dal murello dell’orto nella casa del Vasari, presso il tondo dell’acqua, tra gli alberi da frutto, l’occhio riposato raccoglie in prospettiva i digradanti tetti di Arezzo, misura in basso gli spazi delle vie e delle piazze con il nitido rilievo d’un’incisione. Finché la campana grossa e vicina di Santa Maria in Gradi, e quella leggiera di San Vito poi, e via via dell’Annunziata, di San Domenico, di San Lorentino e tutte le campane d’Arezzo, non riempiono il cielo e volgono la giornata. Ma la sera quando, calato il sole, la vampa delle pietre si raffrena al primo venticello dal Casentino e, ad annunciare la luna, qualche velo bianco di nube si stende allo Scopetone, e le finestre si socchiudono, gli usci s’aprono sulle vie, e ne escono al corteggio serale le più belle e avventanti ragazze; alle prime ombre della sera, i volti dei grandi si ritirano nelle pareti, rientrano nel ricordo le parole e i fantasmi, e sugli aretini del passato tornano a prevalere, donne e uomini, gli aretini del presente. Pietro Pancrazi – settembre 1925

 




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