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Guido Piovene: Arezzo Vs Siena

27 Luglio 2016

Biografia: Scrittore e giornalista italiano (Vicenza 1907 - Londra 1974). Formatosi all’incrocio di un cattolicesimo sensuale con un illuminismo attinto ai moralisti francesi del Sei-Settecento, aperto alle influenze del freudismo e dell’esistenzialismo, Piovene indagò le passioni e i vizi umani. Tra i romanzi più noti: Le furie (1963), in cui ha tentato di applicare la tecnica del nouveau roman, dando particolare rilievo alla memoria di un mondo in decadenza di fronte al quale lo scrittore subisce rimorsi e inibizioni, non senza però lasciare nel lettore un sapore di ambiguità; e Le stelle fredde (1970, premio Strega), in cui ritorna con gli stessi simboli la materia autobiografica.

Vita e opere. Nel 1935 entrò a far parte del Corriere della sera per poi passare a La Stampa, della quale fu collaboratore fino alla fondazione, con Indro Montanelli e altri, del quotidiano milanese Il Giornale (1974). La sua opera, che varia dalla corrispondenza e dai servizi di giornalismo d’alto livello alle pagine di viaggio e di riflessione, al racconto, al romanzo, è quella di un saggista di tradizione vicentino-fogazzariana.
Un saggista inteso all’esplorazione lenta, minuta delle passioni, dei vizi umani, colti nel loro sinuoso trasformarsi o dissimularsi in virtù (a cominciare dall’egoismo così spesso atteggiato a pietà); un osservatore e descrittore di «caratteri», il quale, come narratore, rivela, sotto il lucido intellettualismo della sua indagine e delle sue invenzioni, l’ansia di una ricerca soggettiva, di un personale riscatto. Ne è testimonianza, nei suoi racconti (La vedova allegra, 1931; Inverno di un uomo felice, post., 1977; Spettacolo di mezzanotte, post., 1984) e nei romanzi (Lettere di una novizia, 1941; La gazzetta nera, 1943; Pietà contro pietà, 1946; I falsi redentori, 1949; Le furie, 1963; Le stelle fredde, 1970; Verità e menzogna, post., 1975; Romanzo americano, post., 1979), quel procedere della narrazione, entro una cornice apparentemente oggettiva, per monologhi - in forma epistolare, di diario, di confessione, ecc. - dei protagonisti, che permette allo scrittore di eludere, come in un gioco o finzione scenica, quanto di troppo autobiografico urge al fondo della sua arte.
Accanto alla produzione saggistica (Lo scrittore tra la tirannide e la libertà, 1952; Idoli e ragione, post., 1975), poi raccolta in Saggi (2 voll., post., 1986-90), e ai notevoli libri di reportage, di viaggio e di costume (De America, 1953; Viaggio in Italia, 1957; Madame la France, 1966; L’Europa semilibera, 1973; ecc.) è da ricordare il discusso La coda di paglia (1962), in cui Piovene rievocò i propri rapporti col fascismo. Al genere fiabesco appartiene Il Nonno Tigre (1972).
Da: www.treccani.it

 

«Arezzo è, come tutti sanno, città di monumenti insigni. A noi basterà ricordare che, in San Francesco, Piero della Francesca toccò uno dei vertici della pittura con il ciclo d’affreschi sulla Storia della Croce; ed è un’arte, la sua, così assoluta, così priva di appigli discorsivi o sentimentali, che toglie la voglia di aggiungervi qualsiasi facile elogio declamatorio. Quasi un riverbero del prisma perfetto del ciclo d’Arezzo è l’altro affresco di Piero della Francesca, la gloriosa Resurrezione di Sansepolcro. E’ probabile che la maggior parte di coloro che visitano la provincia siano attratti dalle opere di Piero, ancora il principale protagonista. Ad Arezzo si osserva bene quello che ho già notato in Toscana, una mistura singolare di bollente e di vecchio, come in certe bottiglie di vino generoso che lasciano un pesante fondo. E’ una delle nostre province in cui la lotta di classe appare più viva e si sente incarnata nell’indole degli abitanti. Ma dopo averne avuto i segni, ci si incanterà a guardare due vecchi sagrestani che dormono su sedie di paglia, in simmetria come due statue, ai lati della porta di Santa Maria della Pieve dalla bellissima facciata barbarica. E San Francesco è tra le poche chiese d’Italia nel cui interno i contadini portano le biciclette, appoggiandole ai muri, nonostante l’opposizione dei frati. Andando per le strade, l’occhio si sofferma sulla bottega di un vinaio, dove il vino scorre abbondante; sono questi paesi di forti bevitori di vino rosso, e i proprietari di campagna sono tenuti per contratto a fornire ai trebbiatori fino a quindici litri al giorno, l’uso dell’acqua essendo ritenuto poco virile. Ma a pochi passi ecco una congrega di vecchie, d’aspetto quasi oltremondano, come la filatrice superstite del Casentino. Sotto una loggia, in grandi androni scuri, eccellenti artigiani fanno perfette imitazioni di mobili antichi. «Noi li vendiamo per moderni; non sappiamo», mi dice un artigiano, «che cosa ne facciano poi i molti antiquari dei quali eseguiamo gli incarichi.» In uno di quegli androni, da cui il proprietario è assente, un giovane cieco mi sfiora a lungo senza accorgersi della mia presenza. In questi paesi, del resto, vi è il genio dell’imitazione dell’antico; ed ancora vive un pittore la cui specialità non è tanto il copiare, ma l’inventare quadri del Magnasco secondo il suo stile. Alcuni quadri del Magnasco, usciti dalla sua bottega, furono comperati come originali da musei americani.» Il pittore cui accenna qui Piovene è Angelo Visoni.

«Siena, città misteriosa perché fatta a chiocciola, con le vie attorcigliate l’una sull’altra, ci attende sotto le torri e una luna enorme. E’ la città d’Italia rimasta più intera: una città del Medio Evo. «Un’opera d’arte unica, che non ha paragone nel nostro mondo occidentale ... un solo animale completo, con testa, cuore, arterie, zampe, di cui rimane lo scheletro quasi intatto, depositato su tre colli ...»; così Siena mi fu definita da Bernard Berenson. E per quando io faccia, non riesco a trovare una definizione migliore di questa. Malgrado alcune violenze dei deturpatori, tanto più gravi perché perpetrate a danno di una città coerente come un corpo o un racconto, i motivi di meraviglia rimangono sempre gli stessi. Firenze è una città medievale rivestita dal Rinascimento; e forse, nell’immagine complessiva, prevale la rivestitura, dovuta a prìncipi munifici, a banchieri e a grandi mercanti. Ma Siena resta medievale e quasi immobilizzata nel tempo. La meraviglia nasce dalla visione di uno scheletro intatto di città medievale, che non ha nulla di archeologico. La vita d’oggi con le sue accese passioni vi ribolle quasi con furia; mai, nemmeno per un istante, si ha l’impressione di vivere in un anacronismo. A Siena si hanno quei momenti perfetti, in cui il passato più lontano risale a galla fino a noi, confondendosi col presente, diventandogli contemporaneo. Non potrò dimenticare una sera, in cui sedevo nella piazza del Campo, quella in cui si corre il Palio. Davanti a me la luna piena sembrava veramente salire dai merli gotici del Palazzo Pubblico, lungo il filo della torre del Mangia, per poi librarsi sopra l’ultimo ballatoio; che diveniva allora l’ultima tappa di una salita alla luna, in un Medio Evo astrologico. Ma il popolo passeggiava e i bambini giocavano, lungo il perimetro e nel centro incavato della stupenda piazza fatta a forma di valva; il passato e il presente, il vicino e l’astrale, sembravano far parte di un medesimo tempo.

Il mistero della città viene dalle sue strade, strette, curve, girate le une sulle altre, a forma di spirale o di chiocciola; o, se vogliamo prendere il paragone più vieto, dei petali d’una rosa che si coprono con i loro strati. Infilando una strada si ha l’impressione di costeggiare, senza vederla, una strada più interna; e di compiere il giro della città, pure in uno spazio ristretto, seguendo un numero infinito di itinerari. Così ogni strada ha un doppio fondo, un segreto, e quasi un retroscena che l’accompagna. E’ questo il primo e il più grande incanto di Siena. Vi si scoprono palazzi e chiese, chiusi nel ghirigoro della città medievale, o svettanti fuori di essa, come il famoso Duomo di marmo bianco e nero in cima ad uno dei tre colli. La visita ai tesori d’arte, il pergamo di Niccolò Pisano nel Duomo, o il fonte battesimale di Jacopo della Quercia, o gli affreschi di Simone Martini e di Ambrogio Lorenzetti nel palazzo del Comune, o gli avanzi della Fonte Gaia, o la Libreria Piccolomini con gli ameni racconti murali del Pinturicchio, o la Maestà di Duccio di Boninsegna, forse la più illustre delle nostre pitture su tavola, per citarne soltanto alcuni, fa parte delle avventure di Siena: mura, usanze e persone. Benché la pittura senese sia oggi sparsa in tutti i musei, italiani e stranieri, si può comprenderla pienamente soltanto qui, nei suoi palazzi, nella splendida pinacoteca, il cui direttore, Carli, è tra i giovani competenti di arte senese il più profondo.

Arezzo vs_Siena_-_immagine_2Intonati con Siena medievale erano perfino i ragazzini cattivi, simili a piccoli arcieri, che guardavo di notte da una finestra del mio albergo: rompevano bottiglie sul selciato della via stretta, tra le mura di sasso, spargendone poi i frantumi perché bucassero i pneumatici delle automobili. In questo scheletro di una città medievale, direi che anche i sentimenti sono asciutti, ridotti all’osso, e animati da uno spirito di antagonismo innato. La stessa carità qui è agonistica. Il maggiore e più benemerito pio istituto di Siena è l’antica Arciconfraternita di Misericordia. Ad essa possono iscriversi tutti i cattolici per l’esercizio delle opere di carità. Oltre ad assistere gli infermi poveri e le famiglie, quest’ammirevole istituto trasporta gli infermi da casa a casa, o dalla casa e dalla via all’ospedale; raccoglie e trasporta i cadaveri di coloro che muoiono in luogo pubblico per infortunio. Dove l’infortunio è accaduto, subito la barella dell’Arciconfraternita di Misericordia accorre. Raccontano le cronache che la rivalità tra la Misericordia e l’Assistenza pubblica fu vivace. Si trattava di «piantar bandiera», secondo l’espressione colorita del gergo, prima del concorrente sull’infermo o sul morto. La gara è ancora aperta, anche se non termina più, come talvolta nel passato, in uno scontro a pugni. Tuttavia l’istituto, del quale ho visitato la bella sede, è opera caritativa stupenda, quale può sorgere dal fondo acceso di una città libertaria. Ma ci dobbiamo soffermare sul Palio, passione cittadina perpetua.» Qui il testo prosegue con alcune pagine dedicate al Palio; omettiamo di riportarle poiché la divulgazione che facciamo esula, almeno per ora, dal proporre un confronto tra le feste di Arezzo e di Siena, qui principalmente perché Piovene, parlando di Arezzo, non accenna minimamente alla Giostra.

«Credo che anche l’Accademia musicale Chigiana sia un caso senza eguali nel mondo d’oggi. Questa scuola di musica, di fama internazionale, su cui non mi soffermo perché la conoscono tutti, è dovuta alla munificenza privata; ed è affiancata da concerti che si tengono «nel palazzo». [...] Il palazzo di cui parlavo è quello gotico dove abita il conte Guido Chigi; ed accennerò di passaggio che contiene forse i più bei Sassetta esistenti. Bisogna partire dal proprietario, giacché l’Accademia è lui. Alto, magro, il naso aquilino, i capelli grigi setosi genialmente ondulati, squisitamente vestito, quando l’ho visto, con calzini di seta d’un colore violaceo e gli scarpini a punta sul piede già stretto e lungo, Guido Chigi Saracini è un signore di gran razza, e dell’antica razza ha lo stile e il capriccio. [...] Se si vuole ancora frugare nello scrigno di Siena, bisognerà soffermarsi un istante in un altro palazzo patrizio, quello di Marga Marmoross Sergardi. Esisteva a Siena una forte tradizione teatrale, specialmente affidata a tre accademie, degli Intronati, dei Rozzi e dei Rinnovati. Questa tradizione languiva. Marga Sergardi si propose di ridestarla, prima nel 1940 riunendo i giovani coloni del circondario ed insegnando loro la recitazione. E’ uno di quegli incontri di popolare e aristocratico, così sentiti in questa città poco borghese. Dal teatro di Campagna, otto anni dopo, prese avvio il Piccolo Teatro della Città di Siena: scuola di recitazione, di danza classica, di ginnastica ritmica, di canto corale, di scenografia; con attori, un teatrino, quello dei Rinnovati; ma elaborato anch’esso nelle penombre di un palazzo. Il teatro dà spettacoli raffinati, con speciale riguardo per un genere trascurato in Italia, la fiaba. E molto della fiaba ha per se stesso il Palazzo Sergardi, casa privata ed insieme laboratorio teatrale; i grandi armadi allineano ottocento costumi, giacche di seta scintillanti di pietre; la guardaroba del palazzo, in cui le donne lavorano a fare i costumi, è favolosa e casalinga, come devono essere le fiabe. La giovane padrona e fondatrice del teatro, esile e bionda, le sorveglia.»

Con questo suggestivo ritratto della baronessa Sergardi, finisce la parte che Guido Piovene dedica nel corso del suo Viaggio alla città di Siena. Termina anche il confronto che abbiamo proposto al lettore, esclusivamente con il contenuto di questo Viaggio, tra le due città. E al lettore lasciamo eventuali giudizi, impressioni, motivi di appeal, ma anche una possibile indifferenza, a salvaguardia della propria inviolabile soggettività; così come gli lasciamo la possibilità – è vero, tutta virtuale – di assegnare un punteggio, anche in base al proprio, sempre possibile campanilismo.

 


  •  Autore: Angiolo Cirinei

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Questa nostra Italia: Sabel e Piovene - RAITV 2016 07 05 “Questa nostra Italia”, un viaggio in Italia del 1968 in 16 puntate, è un lavoro documentaristico firmato da un autore d’eccezione, Guido Piovene (1907-1974), lo stesso scrittore che, dal 1953 al 1956, per la radio della Rai, aveva raccontato capillarmente l’Italia del dopoguerra in testi che, nel 1957, andarono a comporre l’imprescindibile “Viaggio in Italia” (1957). La regia di “Questa nostra Italia” è di Virgilio Sabel (1920-1989), altro grande “mostro sacro” della documentaristica Rai.


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