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Occhiatacce su Arezzo

27 Luglio 2016

Durante i viaggi a bordo di questa nostra “terza pagina” abbiamo visto Arezzo e il suo territorio con gli occhi benevoli di tanti scrittori. Adesso, invece, diamo qualche occhiataccia, con osservazioni critiche che abbracciano la città e gli aretini dal XIV al XX secolo. Ci paiono tutte, nel loro contesto, sostanzialmente giustificate dalla realtà dei fatti, e alcune anche di un’attualità sconcertante; ma non si creda a una nostra adesione aprioristica a queste occhiatacce... Sappiamo però quanto la storia, la storia di una città, e di una città toscana, sia legata a certe premesse e conclusioni che, per quanto vere in linea di massima, tendono a idealizzare e quindi, in un certo senso, a falsificare caratteri e valori. Si sarebbe insomma, solo a benevolmente guardare, a esaudire un bisogno psicologico-spirituale campanilistico al di là e al di sopra di qualsiasi criterio storico-critico.
Il testo è in gran parte formato con i contributi storici degli autori riportati tra parentesi tonda seguita da asterisco e raccolti in “POLITICA E ISTITUZIONI AD AREZZO dall’Alto Medioevo all’Età contemporanea” a cura di Luca Berti, Società Storica Aretina, Arezzo, 2013

 

Canta dolorosamente Bandino d’Arezzo: «Et son fatta spelunca de ladroni / casa et hostello d'ogn'on di mala vita. / Così son fatte le mie conditioni / che spesse, volte me convien dire ita / a la mia morte e miei distructioni. / o dimagrati ei miei buon citadini, masenadieri ingrasso et asassini».
Arezzo, novembre 1381, sacco delle truppe di Alberico da Barbiano; febbraio 1382 della compagnia dell’Uncino guidata da Villanuccio di Monforte da Villanova; fino al 29 settembre 1384, quando avviene la conquista del sire di Coucy, alleato con i Tarlati che rientrano in città, in attesa dell’entrata dei Fiorentini il 17 novembre, a conclusione di un attento e consueto impiego di denaro per convincere chi ancora sbarrava la strada.
«[...] ‘l dolce sito mio tanto giocondo / è devenuto pauroso e selvaggio, / e so’ ancor sotto gravoso pondo», lamenta l’aretinissimo ser Bartolomeo di ser Gorello in fine della sua Cronaca, «[...] un sanguinante racconto sull’incapacità [degli aretini] e, com’è naturale, dei più importanti e potenti fra loro, di elevarsi al di sopra della fazione, dell’interesse proprio e di quello della famiglia. Tutta la cronaca è una dolorosa denuncia contro tutti, Tarlati compresi, per non aver saputo capire e per non aver saputo evitare il baratro mentre, con le loro divisioni, preparavano la sottomissione e la sventura della loro città. Certo si può tirare in campo il moralismo del cronista, certo si può forse parlare di una sua inadeguatezza a valutare le forze in campo e la direzione probabilmente inevitabile delle cose. In realtà egli, significativamente, rimproverò ai Sessanta di volersi paragonare ridicolmente ai fiorentini per senno, potere e “virtude”. Ma non per questo amore alla città, o forse anche per questo, la lettura della cronaca rimata di quel lontano notaio innamorato di Dante continua a fare impressione e a conquistare la nostra simpatia.» (Giovanni Cherubini)*. La definitiva perdita della libertà a favore della Repubblica di Firenze è per Arezzo l’avverarsi di una profezia?: «Arca di miele amara come fiele! Verrà gente straniera e godrà di questa terra»; pronuncerà disgustato Federico II di Svevia dopo aver soggiornato ad Arezzo nel 1240.
occhiatacce 2Dopo quasi due secoli, giunti al 1566, sappiamo dal commissario fiorentino in città Gio. Batista Tedaldi che in Arezzo sono presenti soltanto «tre maniere di persone, cioè cittadini, artigiani et plebei», e così continua: «[...] gli Aretini sono astuti, sottili, ingegnosi, bei parlatori, amorevoli, cerimoniosi, ubbidienti, [...] ma sono di poi ancora avari, sospettosi, adulatori, inquieti, vaghi di vedere sempre cose nuove, et nelli affari loro proprij, et particulari tanto accurati, solleciti, et diligenti, quanto sono poi pigri, negligenti, et straccurati in quelli che attengano et importano, al bene et comodo universale, come manifestamente si vede per la poca cura che tengano de fiumi, de ponti, delle fontane, delle strade, sì in Arezzo come fuori, et di molte altre cose simili. [...] et sebene in Arezzo appariscono hoggi alcune ricchezze molto grandi, et notabili, non di meno si riducano poi alla fine in pochi, conciò sia che vi sono da cinquanta o sessanta Cittadini, i quali hanno in possessioni, et altri beni stabili, il valente chi di dieci, chi di quindici, et chi di ventimila scudi, et tra questi vi sono ancora alcuni reputati ricchi di quaranta, et cinquantamila, i quali essendosi assuefacti, et avvezzi standosi a sedere, et mettere ogni anno in avanzi con l’entrate delle loro possessioni, et rendite delli offitij, danari assai, non si curano di esercitare le persone loro in trafficare, né impiegare i loro mobili in mercatie, et factisi in un certo modo quasi che schiavi dell’avaritia, nuotano, et trionfano nell’otio, non si dilettono né di sorte alcuna di lettere, né d’armi, né di cavalli o caccie, né di edificare, et cultivare, né d’altra cosa da potere venire grandi, et famosi et illustrare le persone, et la Patria loro [...]» (cit. da: Gio. Batista Tedaldi “Arezzo e il suo Capitanato nel 1566” introduzione e note a cura di Franco Cristelli - Città di Castello, 1985).
occhiatacce 3A questi signori «una straordinaria occasione di ostentazione di status, e con esso di ricchezza, sfarzo, stile di vita, eccetera (“epifania del potere”), è offerta in Arezzo dalla giostra di Buratto, con la quale si onora la venuta dei più illustri ospiti o si solennizzano eventi civili (carnevale, matrimoni) o religiosi (festa di san Donato). Svolgendosi spesso alla presenza del principe, il torneo è anche motivo di legittimazione della condizione nobiliare e delle gerarchie che improntano la società cittadina. Non deve stupire così che nelle descrizioni che ci sono pervenute la ‘parata’ sovrasti il fatto d’arme e che talvolta il premio assegnato al cavaliere più sfarzosamente vestito, detto appunto “masgalano”, sovrasti quello spettante al più abile nello scontro con l’automa saraceno.» (Luca Berti)*.
Nel Settecento inoltrato, il granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena afferma: «Nella città di Arezzo vi è una grandissima quantità di nobiltà, oziosa, ignorante, piena di superbia e spirito di prepotenza; non mancano di talento, ma sono maligni, dediti alla satira, disunitissimi fra di loro, pieni di presunzione e sempre pericolosi negl’impieghi, essendo di carattere e cuore poco sincero; ed è raro trovar tra di loro uno dei cui talenti possa farsi capitale negli impieghi». Anche il ceto cittadinesco (“secondo ceto”) – osserva ancora il granduca – «partecipa delle medesime qualità, in specie i procuratori, che sono molto maligni e pericolosi.» (Luca Berti)*.
Nel 1819 – per gli echi del “Viva Maria” – Sidney Owenson, Lady Morgan, in visita ad Arezzo, commenterà con un eccesso di impeto: «Famosa per il suo bigottismo e il numero dei conventi, Arezzo era il luogo adatto per quanti intendessero far leva sull’ignoranza per condurre fuori della retta via, e sul fanatismo per attizzare gli animi (...)» (Alessandro Garofoli)*.
Elisée Reclus, geografo viaggiatore, autore della monumentale Nouvelle Géographie Universelle (Hachette, 1875-1892), dipinge Arezzo come nobile «molto decaduta» che unicamente vive solo dei «grandi ricordi e monumenti del suo passato» (Giorgio Sacchetti)*.
Giungendo infine, si può dire, ai nostri giorni, «nei cinque anni dal 1970 al 1975, decisivi per il Comune di Arezzo, non solo per le straordinarie realizzazioni nella scuola, per la ‘metanizzazione’ della città e delle principali frazioni, per lo sviluppo dei servizi di trasporto urbano, ma soprattutto per le capacità programmatorie dell’amministrazione che seppe guardare ben più lontano della scadenza del mandato [...] niente di veramente decisivo avvenne per una crescita culturale della città» (Nino Materazzi)*.

 

 


  •  Fonte Notizie: Mazzafrusto
  •  Autore: Angiolo Cirinei


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