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Costumi & Costumi

27 Luglio 2016

Del fare Giostra strettamente contemporaneo c’è ben poco che, nei miei giudizi, salverei dalla Geenna dopo di aver fatto d’ogni erba un fascio. Sicuro di schivare l’arcinoto pericolo di questo agire prestando sola attenzione a non stringere col giunco insieme alla malerba anche «A sQuola di Giostra»! Riprendo dal 6 marzo scorso quando a Santo Spirito è iniziato il secondo anno della «sQuola» col parlare dei costumi.

 

Non mi piacciono le donne in costume: «L’immagine della dama che assiste dalla tribuna al torneo è destituita di fondamento reale.» (Duccio Balestracci La festa in armi); figuriamoci inserite nel corteo storico che deve rievocare l’epoca di Guido Tarlati: «La loro presenza [di damigelle e paggi] sembra giustificabile soltanto se nell’attuale corteggio si vuol identificare una processione religiosa [...] Se, viceversa, la giostra deve mantenere l’originario carattere di esercizio “militare”, la presenza di adolescenti, soprattutto di sesso femminile, sembra del tutto artificiosa ed anacronistica.» (Considerazioni sulla Giostra del Saracino e la storia di Arezzo a cura della Commissione per la verifica della coerenza storica di alcuni aspetti della Giostra del Saracino - 1987). Misoginia, misoneismo? Non credo, soltanto profonda diffidenza verso tutti i gerarchi che, con l’atteggiamento da rodomonti loro proprio, sbilencano il Saracino di qua e di là, come un elastico; la vicenda della “terza Giostra” ne è l’ultimo esempio. Così, fatte le tre Giostre, questo duemila e sedici (anno “misericordioso”) vedrà i costumi indossati per 52 volte mentre quelli di Novarese lo furono per 51; senza contare tutti gli altri collaterali eventi nei quali certi costumi vengono ripetutamente usati.

I precedenti furono rinnovati nella Giostra del 1956 e così se ne scriveva in Colcitrone nel 1975: «I costumi costituiscono una piaga, speriamo sanabile. E’ un problema assillante. E’ stato discusso più volte in seno al Comitato Cittadino [oggi sarebbe l’Istituzione Giostra]. Se presto non sarà provveduto alla loro sostituzione, la manifestazione certamente non potrà celebrare il cinquantenario della sua rinascita [1981]. Rivolgo un appello a tutte le comparse affinché i costumi attuali vengano tenuti con cura e indossati con decoro, perché una parte di colpa è stata e sarà nostra, se non cambieremo mentalità. I costumi sono patrimonio comune, perciò maggiore attenzione, in particolare dopo il termine della Giostra. E’ questo un periodo critico, i vincitori presi dall’entusiasmo non ricordano più di indossare costumi costosi; gli sconfitti ritornano alle loro sedi avviliti, sfogando la loro delusione lanciando da ogni parte il corredo causando danni irreparabili ai costumi. Questo è riprovevole da parte nostra. Però non è detto che tutta la colpa ricada su di noi. Solamente una piccola parte!!! La quota maggiore di responsabilità debbono dividersela le Società di Quartiere e gli Enti preposti alla tutela e salvaguardia della manifestazione, questi ultimi in verità fanno e hanno fatto sempre ben poco.» (articolo intitolato Giovani abbiate cura dei costumi e firmato il Maestro d’armi su Colcitrone - ciclostilato a cura dei giovani cruciferini).

Sui costumi attualmente in uso così si è scritto, nel 2006, sempre in Colcitrone: «Sono datati 1992 e li ha confezionati la ditta Costumi d’Arte di Roma. I precedenti erano del 1956 – su bozzetti del grande Novarese – e sono arrivati piuttosto malconci alla sostituzione, ma hanno resistito ben 36 anni! Senza polemizzare, per carità, ma gli attuali non ce la faranno proprio a durare tanto tempo nonostante i Quartieri (io parlo per Porta Crucifera ma credo che anche gli altri Quartieri abbiano la stessa cura) facciano tutto il possibile per la loro conservazione. Anche l’Istituzione si è attivata affidando ad una ditta specializzata la loro manutenzione. E’ quindi tempo – ma il problema doveva già essere affrontato – di trovare i fondi necessari per il loro rifacimento. Non sono bruscolini gli euro necessari e l’Amministrazione deve cominciare a cercare la copertura finanziaria contattando Provincia, Regione, Enti, Istituzioni e banche (Banca Etruria in testa). Siamo un po’ scettici in merito alle risposte ma è da qui che si può vedere se la Giostra del Saracino, sbandierata quando serve, come il “fiore all’occhiello”, come il “biglietto da visita” della città, è amata, è considerata come un importante veicolo d’attrazione turistica oppure se è solo accettata (vorrei dire sopportata, ma mi sembra un termine un po’ troppo forte) senza che però non rompa troppo le scatole. Dopo il Palio è la manifestazione in costume più importante d’Italia, questo è assodato, con buona pace delle Quintane di Ascoli e Foligno, del Calcio in costume di Firenze, della Giostra dell’Orso e via via di tutte le altre. E dunque non possiamo permettere che languisca miseramente. I quattro Quartieri sono in grado di renderla bella, anzi bellissima, con la loro intatta passione e con il sacrificio di tanto volontariato. E allora deve essere fatto tutto il necessario perché rimanga viva. In tempi come gli attuali, dove i valori hanno perso significato, rispettare le tradizioni, rispettare il nostro passato, la nostra storia, è un dovere assoluto.» (il Mazzafrusto periodico del Quartiere di Porta Crucifera - anno 10 n. 1 maggio 2006 - l’articolo, intitolato E’ tempo di pensare ai nuovi costumi, è firmato “A.B.”).

costumi costumiParole, che nel duro confronto con la realtà conservano soltanto un connotato ideale, mentre resta annientato quel poco d’ingenuo pragmatismo contenuto nelle timide richieste; una realtà che non ha esitato a mostrare tutta la sua ostilità, senza risparmio, all’occasione, di sarcastiche invettive: «[...] i costumi fatti in stock unico furono montati per gente un po’ al di sopra della media. Allora noi vediamo alabardieri naufragati in un mare di lenci [il panno lenci è una stoffa non tessuta (priva quindi di trama e ordito) ottenuta per infeltrimento delle fibre generalmente di lana cardata di pecora o di pelo di capra mohair] con piedi lunghissimi [...] Su tutto questo marasma di panni e di scarpe e di spadoni che ciondolano e sbattono sui selciati, sta una parrucca di solito giallina nella stessa posizione in cui stava nel famoso disegno di Attilio Mussino la parrucca di babbo Geppetto sul capo del burattino Pinocchio [...]». Siamo nel 1964 e così scrive Oreste Ghinelli, nel suo libro Il cavaldelciolla, a proposito del corteo del Saracino. E impietosamente prosegue proponendo un paragone: «Nel corteo senese, giovani gagliardi o meno ma sempre elegantissimi si vestono con lo stesso garbo con cui si vestivano gli uomini del ‘300 indossando le vesti che eran di moda allora. Insomma un senese figurante nel Palio porta la sua veste con la stessa disinvoltura con cui un cardinale porta la sua, che è identica a quella che i principi della Chiesa indossavano secoli fa», in altre parole: sale sulla piaga, più che altro dovuto, secondo me, al raffronto con Siena. Non è improbabile che il dotto avvocato – segretario provinciale del Movimento Sociale Italiano – sia stato ispirato, in questa sua veduta senese, dallo scrittore Aldous Huxley che negli anni Venti del Novecento, durante un suo lungo soggiorno in Italia, così si espresse sui monturati del Palio: «I loro costumi sono quelli disegnati per i loro antenati, copiati fedelmente una volta per generazione, negli stessi colori, negli stessi ricchi materiali. Camminano vestiti non in cotoni o flanellette ma in seta e pellicce e velluti. E i colori furono accostati e gli abiti tagliati originariamente da gente il cui gusto era il gusto impeccabile del primo Rinascimento ... Questi paggi, questi uomini d’arme e questi alfieri vengono direttamente fuori dal loro passato Pinturicchiesco».

Pur tuttavia, io penso che in certi casi il giudizio estetico non possa affrancarsi completamente dalla valutazione storica: il corteo “militare” di Arezzo non può raffrontarsi – tout court, sic et simpliciter – con la “passeggiata” senese.

***

La pagina si chiude col ricordo del premio Nobel per la letteratura Imre Kertész, scomparso il 31 marzo di quest’anno. Brani di un suo scritto sono apparsi nel Numero Unico per la vittoria del giugno 2015 a proposito della storia di Auschwitz, di cui la “lancia d’oro” vinta dal nostro Quartiere in quella Giostra ricordava i 70 anni dalla liberazione dei sopravvissuti.

«... la società di oggi non è degna dei morti dei lager ... Una società che non si interessa più dei morti nei campi di concentramento non è solo egoista ma schifosa ... capisco perché Kertész sentisse nostalgia del campo di concentramento.» (dal ricordo di Boris Pahor).


  •  Fonte Notizie: Mazzafrusto
  •  Autore: Angiolo Cirinei


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