AREZZO
le radici antiche

Luisa Quaglia, Luisa | Storie Toscane - Arezzo etrusco-romana: cosa sappiamo?
https://www.youtube.com/watch?v=DdWxr8-Q_F8

Il video di Luisa Quaglia sull’Arezzo etrusca e romana ci accompagna nei luoghi che custodiscono una parte della memoria di Colcitrone: San Lorenzo, la Minerva, il colle di San Donato e l’area di Santa Croce.

Un viaggio nella città sotto i nostri piedi

Le strade di Colcitrone, le sue chiese e i luoghi nei quali si riconosce il popolo rossoverde appartengono a una città che ha cambiato volto molte volte. Prima delle architetture medievali e delle tradizioni giostresche, Arezzo era già un centro importante dell’Etruria e, successivamente, del mondo romano.
Conoscere questa storia significa guardare con maggiore attenzione anche gli spazi che frequentiamo ogni giorno.

Nel video “Arezzo etrusco-romana: cosa sappiamo?”, Luisa Quaglia, archeologa e guida turistica, ricostruisce alcuni capitoli dell’antica città attraverso reperti, luoghi e studi.
Il percorso comprende Castelsecco, la produzione ceramica, i ritrovamenti di piazza San Jacopo e il sottosagrato di San Francesco. Per Porta Crucifera assumono un significato particolare le tappe dedicate alla Minerva di Arezzo e all’area di Santa Croce, insieme allo sguardo sul colle di San Donato.

Il racconto permette di accostare epoche diverse della storia cittadina: i luoghi che oggi appartengono alla memoria del Quartiere conservano testimonianze ben anteriori alla sua identità medievale e alla rinascita della Giostra nel Novecento.

San Lorenzo e la scoperta della Minerva

Il legame più immediato è quello con San Lorenzo. Nel 1541, durante lo scavo di un pozzo nei pressi della chiesa, fu riportata alla luce la grande statua bronzea oggi conosciuta come Minerva di Arezzo.

Il ritrovamento avvenne nel cuore di Colcitrone e consegnò alla città una delle sue opere archeologiche più rappresentative.
La figura raffigura Atena-Minerva con l’elmo e l’egida, la protezione sul petto ornata dalla testa di Medusa. Alta circa un metro e mezzo, viene generalmente collocata agli inizi del III secolo a.C. La qualità della fusione e la cura dei particolari testimoniano il livello raggiunto dalla lavorazione artistica del bronzo nell’antichità.
Dopo la scoperta la statua entrò nelle raccolte di Cosimo I de’ Medici e fu trasferita a Firenze, dove il duca la volle nel proprio studio. Dal 1871 appartiene alle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

La sua storia museale si è quindi sviluppata lontano dal luogo del ritrovamento, ma San Lorenzo resta il punto dal quale comincia la sua vicenda moderna e il riferimento che lega l’opera a Porta Crucifera.

La domus di San Lorenzo: una casa romana e un’opera già antica

Il video invita a considerare anche il contesto della statua. Nell’area di San Lorenzo gli scavi hanno documentato una ricca domus romana, con mosaici, pavimenti composti da lastre di marmi colorati, decorazioni delle pareti e arredi di pregio. La Minerva viene ricondotta a questa residenza: la sua presenza contribuisce a comprendere il gusto e il prestigio sociale di chi vi abitava.

Un particolare rende questa storia ancora più interessante. Seguendo la cronologia illustrata da Luisa, quando la statua trovò posto nella casa romana era già antica di alcuni secoli. Possedere un’opera del genere poteva dunque esprimere, oltre alla ricchezza, un interesse per l’arte e per il passato. Anche nell’antichità un oggetto poteva essere apprezzato per la storia che portava con sé.

San Lorenzo ci offre così uno sguardo sulla vita dell’Arezzo romana: ambienti domestici, decorazioni, oggetti religiosi e opere d’arte. Sotto la città di oggi affiora la memoria di persone che abitavano questi stessi pendii molto prima delle forme urbane che conosciamo

La Minerva nella memoria di Colcitrone

Per Porta Crucifera il rapporto con la Minerva continua anche nella vita contemporanea. Le cronache del Quartiere documentano la presenza di una copia della statua e l’attenzione dedicata alla sua conservazione. Nel 2021, dopo un danneggiamento, il suo ripristino fu raccontato come un gesto di cura verso una testimonianza della storia di Colcitrone. Un’altra iniziativa, annunciata nell’agosto 2024, riportò la figura della Minerva al centro di un appuntamento a San Lorenzo.

L’originale antico e le riproduzioni presenti nella memoria locale hanno funzioni diverse: il primo è un bene archeologico conservato nelle collezioni museali, le seconde mantengono visibile il suo legame con il luogo della scoperta. Per chi vive il Quartiere, questa presenza rende riconoscibile una storia che altrimenti potrebbe sembrare distante.

La Minerva permette quindi di raccontare Colcitrone anche attraverso l’archeologia. Le iniziative dedicate alla sua figura mostrano come una comunità possa continuare a riconoscersi in un’opera riemersa dal proprio territorio quasi cinque secoli fa.

Santa Croce e le domande rivolte agli dei

La parte finale del video conduce nell’area di Santa Croce, a est del colle di San Donato, poco sopra la Fonte Veneziana. Qui i ritrovamenti archeologici indicano la presenza di un luogo di culto antico, situato ai margini della città. Fra le testimonianze più interessanti figurano piccoli oggetti iscritti collegati alla divinazione: le sortes, utilizzate nella pratica chiamata cleromanzia.

Questa forma di consultazione religiosa si basava sull’estrazione di oggetti ai quali veniva attribuito un messaggio della divinità. Un ciottolo proveniente dalle vicinanze della chiesa reca il nome etrusco Aplu Puteś, riconducibile ad Apollo Pizio, il dio associato all’oracolo di Delfi. L’altra iscrizione è interpretata come una prescrizione di offerta, ma alcuni aspetti della sua lettura restano discussi.

Dal vicino cimitero di Fraternita proviene inoltre un dischetto di piombo con il nome Suri, riferito a una figura divina legata al mondo infero e messa in relazione con Apollo. I reperti provengono da punti diversi: il loro collegamento a un medesimo contesto religioso è una ricostruzione che richiede cautela.

Per chi conosce Santa Croce soprattutto attraverso la vita del Quartiere, questa prospettiva apre un capitolo ulteriore della storia del luogo: nell’antichità la zona potrebbe essere stata frequentata anche da persone che cercavano risposte attraverso la consultazione della divinità.

La chiesa di Santa Croce appartiene a una fase successiva di questa lunga storia. Documentata dal 1081, è la chiesa del Quartiere di Porta Crucifera. Il luogo di culto antico e l’edificio cristiano raccontano momenti differenti della frequentazione di questa parte della città, con forme religiose e comunità che si sono trasformate nel tempo.

Il rapporto con Santa Croce si ritrova anche nell’emblema rossoverde. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Quartiere, i tre colli sormontati dalla croce derivano da uno stemma presente su un angolo esterno della chiesa prima dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Il simbolo rimanda al colle “crucifero” e alla posizione elevata evocata dall’insegna.

Questo legame rende Santa Croce un riferimento particolarmente significativo: un luogo della storia religiosa cittadina che ha lasciato una traccia anche nell’immagine con cui Porta Crucifera si presenta e si riconosce. Il racconto archeologico del video aggiunge profondità a una memoria già presente nelle tradizioni del Quartiere.

Il colle di San Donato e il cosiddetto Capitolium

Un’altra tappa del video riguarda il colle di San Donato, nell’area tra viale Buozzi e la Fortezza Medicea. Luisa presenta le strutture monumentali tradizionalmente indicate come “Capitolium”: un nome che richiama i templi dedicati alla triade formata da Giove, Giunone e Minerva.

Nel racconto l’identificazione resta però un’ipotesi, condizionata dalla documentazione incompleta degli scavi. La monumentalità delle strutture testimonia l’importanza di questa parte della città antica; la loro funzione precisa e l’eventuale dedica religiosa richiedono una valutazione distinta. Anche il nome di Minerva, qui, appartiene a un’interpretazione del possibile edificio di culto: la provenienza della celebre statua resta legata a San Lorenzo.

Conoscere il passato per guardare meglio il Quartiere

Il percorso proposto da Luisa Quaglia aiuta a mettere in relazione la grande storia di Arezzo con luoghi vicini alla nostra esperienza quotidiana. San Lorenzo custodisce la memoria della scoperta della Minerva; Santa Croce unisce testimonianze archeologiche, storia religiosa e simboli del Quartiere; il colle di San Donato richiama il ruolo monumentale della parte alta della città.

Accogliere questo video nel sito di Porta Crucifera significa offrire un’occasione per conoscere meglio Colcitrone e il suo rapporto con Arezzo. Le testimonianze antiche, gli studi e le tradizioni locali permettono di riconoscere negli stessi luoghi storie diverse, ciascuna con il proprio tempo e il proprio significato.

Il video completo è un invito a proseguire questa scoperta, seguendo il racconto dell’autrice e osservando con maggiore attenzione le strade, le chiese e gli spazi nei quali continua la vita del Quartiere.

Oltre ai monumenti maggiori rinvenuti, testimoniati dagli imponenti resti dell'anfiteatro a sud e del teatro a nord, nei pressi della Fortezza, la presenza romana vive in una serie di reperti, colonne, targhe, corniciami disseminati e variamente reimpiegati nelle dimore e negli edifici successivi ancor oggi visibili in fregio alle cortine di case e palazzi.

Di particolare interesse i ritrovamenti di parti basamentali in travertino e pietra sedimentaria appartenute a ville patrizie, di cisterne laterizie, di bozze lapidee ciclopiche di mura, ma anche residuali compagini murarie in cotto, quali, ad esempio, i pochi resti attestanti l'andamento della cosiddetta "terza cerchia" d'epoca imperiale, che, unitamente agli amplissimi corredi ceramici, costituiscono un patrimonio quanto mai ricco ed eloquente circa le fortune sociali vissute dalla città fino alla crisi dell'Impero romano.

il video in testo

Luisa Quaglia — Luisa | Storie Toscane

Trascrizione completa con riferimenti temporali, scritte a schermo e fotogrammi selezionati.

Trascrizione integrale del parlato basata sui sottotitoli automatici del video. Sono stati sistemati impaginazione, grafie riconoscibili ed errori evidenti di riconoscimento; ripetizioni e intercalari sono mantenuti. Non è una verifica parola per parola dell’audio: i passaggi non ricostruibili con sicurezza sono segnalati tra parentesi quadre. Le scritte a schermo sono riportate separatamente e non attribuite al parlato.

Indice dei capitoli

Minuto Capitolo
00:00 Introduzione: Arezzo tra Etruschi e Romani
02:14 Castelsecco: il santuario e il teatro sepolto
06:35 Il cosiddetto Capitolium di Arezzo
08:28 Le teste-ritratto di piazza San Jacopo
10:44 Il quincussis e la monetazione ruota-ancora
13:26 La terra sigillata aretina
18:41 La Minerva di Arezzo
22:23 Il sottosagrato di San Francesco
27:14 L’oracolo di Santa Croce

Introduzione: Arezzo tra Etruschi e Romani

[0:00] Arezzo diventa romana, ma non viene mai conquistata. Facilmente si pensa ad assedi, eserciti, battaglie epiche. Arezzo no. Arezzo non viene mai conquistata militarmente. Roma l'attrae nella propria orbita con uno strumento molto più silenzioso di un esercito, molto più subdolo. Ti spiego. Tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo Arezzo è spaccata al proprio interno. Da una parte le vecchie famiglie aristocratiche, quelle radicate nelle campagne come i Cilni, dall'altra i nuovi ceti urbani, commercianti, artigiani. Nel 302 a.C., questo scontro esplode e Roma interviene a favore dell'aristocrazia. Questi comandano Arezzo ed hanno tutto l'interesse a restare fedele a Roma che li appoggia.

[0:48] Una fedeltà che viene messa a dura prova perché nel 217 avanti Cristo, alla vigilia della battaglia del Trasimeno Annibale devasta le campagne aretine senza riuscire però a staccare la città da Roma. Pochi anni dopo Tito Livio descrive il contributo che gli Aaretini offrono alla spedizione africana di Scipione. Si parla di armi, grano, attrezzi agricoli in una quantità che racconta un'economia fiorente almeno su tre fronti, cioè quell'agricolo, minerario, industriale. Insomma, in quegli anni Arezzo è una delle città più ricche d'Etruria. Ad Arezzo, in questo periodo, sorgono almeno tre grandi santuari, un teatro che prima di Pompei usa già una tecnica costruttiva particolare, una moneta che pesa quasi 1 kg, e un oracolo per farsi dire il futuro. È qui che iniziamo il nostro viaggio nell'Arezzo Etrusco Romana.

[1:50] Ciao, io sono Luisa, archeologa, guida turistica in Toscana e accumulatrice seriale di storie toscane. In questo canale parlo di storia, archeologia, arte, città e beni culturali con un focus sulla Toscana, provando a guardare un po' oltre la superficie perché spesso ciò che ci circonda diventa molto più bello quando iniziamo davvero a capirlo. Se la pensi anche tu, iscriviti al canale.

Castelsecco: il santuario e il teatro sepolto

[2:21] 2 km a sudest di Arezzo, su una collina chiamata San Cornelio, tra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo, i costruttori etruschi tagliano la cima del monte, la livellano, la trasformano in un pianoro artificiale. Questo pianoro è sorretto da un muro di terrazzamento che oggi, dove si conserva meglio, raggiunge addirittura i 10 m di altezza per una lunghezza di 120 m. È stato costruito con blocchi di arenaria cavati direttamente dalla collina stessa. Sono larghi fino a 2,5 m. Sono tenuti insieme con grappe di ferro. Questo terrazzamento è scandito da 17 contrafforti che disegnano un ritmo di archi ciechi lungo tutta la facciata. È un'opera così imponente che secoli dopo darà alla collina, appunto, il suo nome medievale, Castelsecco, perché sembrava davvero un castello, anche se un castello non è mai stato. E non era solo un luogo isolato, il santuario era in pieno contatto, diciamo, visivo con l'area monumentale di Arezzo romana. Da lassù chi saliva al santuario poteva osservare il muoversi delle persone nella città sottostante e dalla città allo stesso modo il profilo di questo colle artificiale doveva essere perfettamente visibile. Su quel pianoro artificiale infatti sorgono non uno, ma due templi paralleli. Sono affiancati su due podi separati e accanto a loro un teatro. di questo teatro. I primi quattro gradini, quelli più vicino all'orchestra, non sono normali sedute, sono più larghi, sono larghi e bassi, in parte sono scavati nella roccia della collina e in parte invece sono costruiti. Una forma pensata appositamente per ospitare i bisellia.

[4:11] Sono delle sedute larghe, il doppio sono quelle riservate ai magistrati, insomma un posto d'onore largo il doppio del normale per una sola persona di rango. Ed è esattamente questa soluzione tecnica che gli studiosi identificano come, mh, un anticipo di oltre un secolo di quella che verrà usata nel teatro coperto di Pompei, finora considerato il primo teatro romano costruito con questo tipo di gradinata. A chi era rivolto questo santuario? Tra i reperti trovati nell'area c'è una tavoletta di pietra con un'iscrizione in etrusco, tinś lut.

[4:50] Probabilmente significa dono a Tinia, il "tinś lut", a cui uno dei templi era sicuramente certamente dedicato, ma quello che colpisce di più non è la qualità artistica di questi materiali. Le terrecotte decorative qui sono, dicono gli archeologi, piuttosto modeste. È la quantità che eh è interessante. Più di 60 statuette che raffigurano bambini in fasce. sono offerte votive semplici, ripetute, perché sono quasi tutte uguali e hanno uno scarso, diciamo, valore economico. Quindi, diciamo, non è un santuario per elite, è piuttosto un luogo di culto popolare frequentato da chi non aveva grandi eh mezzi, ma veniva comunque in tanti a chiedere protezione per una nascita o per un figlio appena venuto al mondo. Ma la parte più amara di questa storia arriva molto dopo. Per gran parte del Novecento i contadini che coltivavano su quella collina raccoglievano sistematicamente monete e bronzetti dal terreno e li vendevano ad Antiquari di Firenze e Arezzo che passavano a trovarli in media due volte al mese. Poi negli anni 70 il sito viene devastato da scavi clandestini e da una pista di motocross. Nel 1984 la Soprintendenza decide di reinterrare il teatro per proteggere quel poco che restava. Quindi oggi se sali fin lassù il teatro che ha anticipato Pompei non lo vedi. È lì sotto i tuoi piedi sepolto una seconda volta, ma questa volta per salvarlo.

Il cosiddetto Capitolium di Arezzo

[6:41] Siamo sul Colle di San Donato, nel punto più alto della città antica, precisamente tra viale Buozzi e la Fortezza Medicea. Qui, negli anni 60 del Novecento, eh vengono alla luce strutture davvero imponenti. Si tratta di grandi blocchi di arenaria disposti in eh filari regolari, alcuni lavorati a bugnato e la posizione non sembra casuale. Siamo in una delle zone più importanti dell'Arezzo antica. Ad un certo punto per questo edificio comincia a circolare il nome Capitolium. Perché? Perché la struttura è stata interpretata come tripartita e questo ha fatto pensare ai templi dedicati alla triade capitolina, quindi dedicati a Giove, Giunone e Minerva. Sembrerebbe tutto tornare, ma c'è un problema enorme. Di quegli scavi degli anni 60 manca una pubblicazione scientifica adeguata. Il Cherici, cito testualmente, eh definisce questa assenza addirittura particolarmente penosa e questo cambia completamente le cose perché senza conoscere ehm nel dettaglio lo scavo i rapporti tra le strutture e i materiali rinvenuti, non possiamo stabilire con certezza né la funzione dell'edificio né tantomeno a quali divinità fosse dedicato. Quello che possiamo dire è che si trattava comunque di una costruzione monumentale, probabilmente pubblica, realizzata sul culmine del Colle di San Donato in un'età tardorepubblicana. Che fosse anche un tempio è possibile, che fosse proprio il Capitolium di Arezzo dedicato a Giove, Giunone e Minerva, invece resta un'ipotesi. Quindi la prossima volta che senti parlare del Capitolium di Arezzo, ricordati delle virgolette.

Le teste-ritratto di piazza San Jacopo

[8:34] Nel 1967, mentre si demolisce un intero isolato ad Arezzo, la chiesa duecentesca di San Jacopo compresa che una tradizione locale voleva fondata proprio sopra un antico tempio pagano, riemerge un gruppo di teste ritratto in terracotta. La chiamano stipe di via della società operaia, ma in realtà il materiale viene da tutta l'area della piazza di San Jacopo e anche le vie adiacenti, un punto della città comunque che si sa frequentato senza interruzione per oltre 6 secoli dall'età arcaica del sesto secolo avanti Cristo fino alla piena romanità della ceramica aretina. A pochi metri di distanza, demolendo un palazzo cinquecentesco riemerge anche un'ampia platea di pietra. larga quasi 15 m, sostenuta da due muraglioni imponenti. E qui torniamo alle teste. La maggior parte è databile alla prima metà del secondo secolo avanti Cristo. Esattamente la stessa finestra di tempo in cui sull'altro lato della città si sta costruendo Castelsecco, ma la qualità è di altro livello. Mostrano la mano di artisti capaci di realizzare ritratti fisiognomici, cioè il volto di una persona reale, riconoscibile, non un tipo generico, con la stessa tecnica che si stava sviluppando proprio in quegli anni a Roma. Ed è qui che uno studioso, Giovanni Colonna avanza un'ipotesi che cambia, diciamo, un pochino la storia, perché le stesse maestranze aretine capaci di realizzare queste teste potrebbero essere le stesse dietro due bronzi molto celebri, l'arringatore e il fanciullo togato. Se fosse così, gli artigiani che hanno lasciato la firma su un frammento trovato lì vicino, c'è proprio un nome inciso, "Cnei Urste", il figlio di uno schiavo greco affrancato. Potrebbero essere, se non proprio gli autori dei bronzi, almeno comunque hanno fatto parte della stessa scuola che ha prodotto capolavori oggi esposti a migliaia di chilometri di distanza.

Il quincussis e la monetazione ruota-ancora

[10:50] Cosa ci facevano gli aaretini con questa grande moneta? La puoi vedere al Museo Archeologico Nazionale di Arezzo, nella sala del tesoro, la sezione numismatica, tra l'altro riallestita di di recente. Più che una moneta, sembra un piccolo disco di metallo. Si chiama quincussis ed è il nominale più grande di una serie monetaria etrusca conosciuta come serie ruota ancora. Questo esemplare fu trovato a Stroppiello, nella campagna a nord di Arezzo, lungo la strada verso il Casentino. Su una faccia troviamo un'ancora, sull'altra appunto una ruota e sette raggi e tra i raggi compaiono tre lettere etrusche che corrispondono ai suoni V, P, N. Che cosa significano? Eh, sono state proposte diverse interpretazioni, ma ancora oggi non possiamo sciogliere questa sigla con certezza. Ma il quincussis di Stroppiello non era un pezzo unico. Da serie ruota ancora comprendeva infatti monete di ehm peso e valore differenti.

[11:53] I suoi esemplari sono stati trovati in un'area piuttosto ampia nella aretino, anche nella Valdichiana e Fino a Chiusi, Orvieto. Un altro esemplare l'abbiamo trovato a Castelsecco e nel santuario di cui abbiamo già parlato. Precisamente è stato rinvenuto un asse etrusco fuso con ancora e ruota databile al terzo secolo avanti Cristo e il Cherici considera forse prodotto da una zecca eh proprio di Arezzo perché perché per la forte concentrazione di queste monete nel territorio aretino. Attenzione però è un'ipotesi e il fatto che queste monete siano state m trovate anche a Chiusi, a Orvieto e altrove non significa che Arezzo controllasse politicamente tutti quei territori. Ci parla piuttosto della circolazione monetaria e dei rapporti economici. Il momento storico è anche importante. Siamo nel terzo secolo avanti Cristo quando l'economia di Arezzo era ormai già molto articolata. C'è la ricchezza agricola della Val di Chiana, ma anche l'estrazione e la lavorazione dei metalli. Ci sono i rifornimenti alla spedizione di Scipione nel 204 avanti Cristo il tutto da un'immagine di una città con economia agricola, estrattiva e produttiva molto sviluppata. E allora torniamo alla domanda iniziale. Davvero qualcuno andava a comprare il pane con 748 g di bronzo in mano? No, o almeno non dobbiamo immaginare il quincussis come un una normale moneta per le piccole spese quotidiane. è il nominale più alto della serie. accanto a pezzi molto più piccoli,

La terra sigillata aretina

[13:32] non parliamo di oro, nemmeno argento, ma ceramica da mensa, quindi piatti, coppe, bicchieri e altre forme che venivano utilizzate per servire e comunque consumare il cibo. La riconosci subito per la superficie liscia, lucida e di un rosso quasi corallo. Il Museo Archeologico di Arezzo ne conserva oggi la collezione più ricca al mondo. E non è un caso perché a cavallo tra il primo secolo avanti e il primo secolo dopo Cristo questa produzione rese Arezzo famosa nell'antichità. Noi oggi la chiamiamo mh terra sigillata, ma non è il nome che usavano i romani. È un termine moderno che eh richiama i sigilla, cioè i punzoni e i marchi utilizzati per firmare o decorare i vasi e non tutti i pezzi comunque erano necessariamente firmati o decorati. Gli antichi la chiamavano invece arretina vasa, i vasi di Arezzo. Ma perché ebbero un successo così enorme? Prima di questa rivoluzione sulle tavole dell'Italia romana dominava soprattutto la ceramica a vernice nera. Nel Mediterraneo ellenistico circolava già da tempo anche delle ceramiche un po' eh rosse e vasi decorati a rilievo. Ad Arezzo però non avviene semplicemente ehm una copia dei modelli orientali. Tra la fine della Repubblica e l'età di Augusto, i ceramisti trasformano gradualmente una tecnica già esistente e riescono a produrre su larga scala un vasellame rosso di qualità eccezionale. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia. Per ottenere quella superficie rossa e lucida serviva una lavorazione molto accurata. Prima di tutto l'argilla veniva eh ripulita il più possibile da sabbia, granelli, comunque in generale impurità, fino a ottenere un impasto molto fine e uniforme. Poi sulla superficie del vaso veniva esteso un sottilissimo strato di argilla ancora più eh fine ed era anche molto ricca di ferro, quel ferro che durante la cottura a contatto con l'ossigeno dava proprio quel caratteristico rosso brillante. Non conosciamo nel dettaglio tutti i procedimenti utilizzati dagli artigiani di Arezzo, ma le analisi dimostrano una cosa molto chiaramente. La preparazione, l'argilla e il controllo della cottura erano estremamente accurati. E non basta preparare bene l'argilla, anche la cottura doveva essere controllata con gran precisione. Le analisi archeometriche recenti su reperti e aretini indicano temperature generalmente comprese tra 850 e 1000°. spesso intorno ai 900-950 in un'atmosfera ossidante si dice, cioè con abbastanza ossigeno da mantenere il caratteristico colore rosso del rivestimento. Il risultato? vasi sottili, regolari, lucidi e prodotti in forme standardizzate, spesso arricchite da decorazioni a rilievo realizzate attraverso ehm delle matrici ed erano talmente celebri che le cita anche Marziale nei suoi epigrammi, comparandoli con quelli di Cristallo.

[16:45] Conosciamo i nomi di alcune delle grandi officine. Una delle più importanti fu quella di Marcus Perennius, fondata intorno alla metà del primo secolo avanti Cristo. è attiva sotto sotto diversi titolari fino a circa il 60 d.C. E poi c'è Rasinius, attivo tra la fine del primo secolo avanti Cristo e l'inizio del primo secolo dopo Cristo. Al museo si conserva addirittura un punzone ufficiale della sua officina proveniente da Piazza del Popolo. È uno degli strumenti con cui, appunto, venivano realizzate le decorazioni. Il successo commerciale fu enorme. raggiunse anche destinazioni lontanissime. Ora non so se lo pronuncio bene, ma a Arikamedu, sulla costa comunque ehm sudorientale dell'India, sono stati rinvenuti frammenti di autentica ceramica aretina, alcuni dei quali portano persino i marchi dei vasai legati ad Arezzo, ma nel corso del primo secolo dopo Cristo arriva la concorrenza dalla Gallia e successivamente dall'Africa romana che conquistano quote sempre maggiori nel mercato. E adesso è il momento di un aneddoto un po' particolare. All'inizio del [periodo non riconosciuto dai sottotitoli], Pasqui aveva scavato nelle vicinanze del convento di Santa Maria in gradi.

[18:00] Praticamente stava scavando nel sito dei laboratori di questo Marcus Perennius. Nel dopoguerra quelle strutture furono eh distrutte durante lavori di sterro, ma il terreno, pieno di frammenti di ceramiche di ottima qualità, fu caricato e trasportato in Casentino, a nord di Capolona, per sistemare il terreno della casa degli angeli. E meno male che questa storia è documentata, altrimenti un giorno qualcuno potrebbe interpretarlo come la prova di un centro di produzione di sigillata aretina. Ma tanto in archeologia non basta trovare un oggetto antico, bisogna capire come e quando è arrivato proprio lì.

La Minerva di Arezzo

[18:47] Arezzo, 1541. Durante lo scavo di un pozzo nei pressi della chiesa di San Lorenzo emerge dal terreno una eh grande statua di bronzo. Rappresenta Atena Minerva, indossa il chitone, la tunica greca, porta sul petto l'egida con la testa di Medusa e sulla testa un elmo Corinzio. Cosimo primo de’ Medici la vuole e la colloca nel proprio studio privato a Firenze. Poi entrerà nella collezione nelle collezioni Medicie, poi Grand Ducali. dal 1871 fa parte delle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Ma la parte più interessante della sua storia viene prima del 1541, perché la cosa interessante e la cosa importante è che noi conosciamo da quale contesto archeologico proveniva.

[19:36] Nell'area di San Lorenzo esisteva una grande domus, una ricca residenza romana costruita tra la fine del primo secolo avanti Cristo e l'inizio del primo d.C. Aveva mosaici, pavimenti in opus sectile, quindi quelli realizzati con lastre di marmi colorati, tagliati, accostati, decorazioni parietali, bronzetti e comunque [schiarire la voce] arredi di pregio. La casa occupava una posizione particolarmente privilegiata, era sul terrazzamento delle antiche mura etrusche. La Minerva apparteneva ai proprietari di questa casa e non era stata però realizzata per quella casa.

[20:17] La statua viene datata ai primi decenni del terzo secolo avanti Cristo, quindi più o meno tra ehm il 300-270 a.C. e probabilmente è stata prodotta in ambiente italico o magnogreco. Questo significa che quando viene collocata nella domus, nella casa romana, la statua era già circa due secoli e mezzo più antica, quindi i proprietari della casa non stavano esponendo semplicemente un oggetto nuovo, bello, ehm, e costoso, ma eh un'opera antica. La Minerva era un oggetto di prestigio che che contribuiva a ehm mostrare la cultura e il livello sociale di chi eh abitava quella casa.

[21:01] Ed è straordinaria anche dal punto di vista tecnico. La statua è alta circa 1,5 m, poco più bassa di me, ma il bronzo ha uno spessore medio di appena 4,5 millimetri. Il restauro condotto tra il 2000 e 2008 ha eliminato e corretto alcune integrazioni settecentesche. Hanno corretto in particolare la posizione della testa e rimosso il braccio destro. Nel 1785, infatti, lo scultore Francesco Carradori aveva ricostruito alcune parti mancanti della statua tra cui appunto il braccio destro e parte del serpente sull'elmo. Hanno anche scoperto che per alcuni dettagli come le eh le labbra, le ciglia, gli artigiani avevano utilizzato il rame ottenendo così degli effetti ehm di colore diversi rispetto al al bronzo del resto della figura. E c'è un altro dettaglio interessante. Nel Medioevo, nella agiografia dei primi santi Aaretini, i patrizi romani, Savino e Andrea avrebbero accolto nelle proprie case Gaudenzio e Columato e proprio Andrea viene fatta ad abitare una domus contigua a quella della Minerva.

[22:16] Probabilmente questo dettaglio è stato creato ehm per rendere più credibile, diciamo, il racconto, un dettaglio che lo rende più verosimile.

Il sottosagrato di San Francesco

[22:29] Tra il 1986 e il 1989, durante i lavori di riassetto di Piazza San Francesco, gli archeologi scoprono sotto il sagrato della Basilica uno eh uno spaccato della città che attraversa più 2000 anni di storia. Le tracce più antiche risalgono già all'età etrusca arcaica, poi in età ellenistica qui si forma un vero e proprio settore dell'abitato. Gli scavi hanno restituito un tratto di strada pavimentata con ciottoli di fiume, strutture ehm strutture murarie e un pozzo rivestito in pietra. Ma la trasformazione più importante arriva nella seconda metà del primo secolo avanti Cristo. Su quest'area viene costruita una ricca domus romana costruita su due terrazze sovrapposte e doveva essere una casa di notevole livello perché aveva pavimenti a mosaico, pareti intonacate, dipinte e rivestimenti in marmi pregiati. Poi succede qualcosa. Gli archeologi hanno trovato le travi eh della copertura del tetto, quindi diciamo del solaio bruciate e crollate sui pavimenti e quindi probabile che la casa abbia forse subito un incendio. Entro la fine del secondo secolo dopo. Comunque la casa viene abbandonata. Ma la sua storia non finisce qui perché dopo un periodo di abbandono tra il quarto e il [numero del secolo non riconosciuto] secolo dopo, almeno una parte di questa vecchia domus torna a essere occupata. E come lo sappiamo? Lo sappiamo perché gli archeologi trovano nell'angolo di una stanza di eh del terrazzamento inferiore una mensa vasorum, ovvero una specie di credenza. Era costruita in parte in legno e in parte con pietra e mattoni recuperati proprio dalle strutture più antiche della domus. E al suo interno c'erano ancora i recipienti che servivano nella vita di tutti i giorni.

[24:22] Vasellame per cucinare, contenitori per conservare gli alimenti e stoviglie da tavola. Quindi gli archeologi si trovano davanti a ehm un punto dove l'abitante di quella casa più di 1500 anni fa teneva le sue pentole, i contenitori e i piatti che usava ogni giorno. Poi ci sono altri elementi interessanti. I resti di Piazza San Francesco hanno un orientamento molto simile a quello delle strade attuali e la stessa cosa si osserva in altri punti di Arezzo, per esempio in via Cavour, dove la decorazione di un pavimento romano mostra ehm che l'abitazione era già orientata quasi sul filo della strada moderna, anche a Santa Maria in Gradi, a via Cesalpino, piazza San Francesco, via Guido Monaco e Corso Italia. Quindi le strutture antiche presentano solo piccole differenze rispetto a l'orientamento della città medievale e moderna. Questo perché l'Arezzo antica, quella medievale è moderna, hanno dovuto adattarsi tutte alla stessa conformazione dei colli. Le vie principali seguono quindi percorsi e curve di livello simili perché il terreno in fondo è rimasto lo stesso. E poi c'è la storia delle famose mura eh di mattoni di Arezzo. All'inizio del Novecento l'ingegnere comunale Tavanti, proprio all'angolo di via San Francesco e e la piazza, vide un grande strato di mattoni e pensò di aver trovato un tratto dell'antica cinta Laterizia ricordata da Vitruvio e Plinio, il Vecchio. Ma gli scavi archeologici condotti successivamente in questa stessa area non hanno trovato quella cinta, ma dopo gli scavi archeologici si è giunti alla conclusione che forse Tavanti avesse interpretato come mura alcuni semplici livelli pavimentali, cosiddetti battuti presenti nella complessa stratificazione della piazza.

[26:20] E c'è un problema ancora più grande. Non è affatto certo che Vitruvio e Plinio stessero parlando delle mura urbane di Arezzo. Loro parlano di un murus che può significare anche semplicemente il muro e il contesto in cui ne parlano è quello dell'uso dei mattoni negli edifici. E gli estrati non finiscono con l'età romana. Sopra i crolli della domus, gli archeologi hanno anche trovato tracce del cantiere della chiesa di San Francesco, iniziato nel Trecento, con ambienti di lavoro, fornaci e ancora più in alto compaiono strutture rinascimentali e moderne, il pozzo della piazza e alcune sepolture. Quindi il sottosagrato della chiesa di San Francesco è indubbiamente interessante.

[27:06] Aspetta, stiamo parlando del sottosagrato della basilica dove Piero della Francesca ha dipinto la leggenda della vera croce. Direi non male per una visita.

L’oracolo di Santa Croce

[27:20] Siamo nel secondo secolo avanti Cristo a est del Colle di San Donato, poco sopra l'area della fonte veneziana. Ne ho parlato anche in un altro video. Qui in località Santa Croce esisteva un piccolo tempio periurbano, quindi significa appena fuori dalla città. Nell'800 dall'aria emersero laterizi, antefisse e frammenti delle lastre che dovevano decorare un edificio. Ma quello che rende questo luogo davvero particolare sono soprattutto degli oggetti piccolissimi. Gli archeologi li chiamano sortes cleromantiche. Cosa vuol dire? La cleromanzia era una forma di divinazione basata sul sorteggio. Le sorte erano dei piccoli oggetti, come ad esempio dei ciottoli o degli emendamenti di metallo utilizzati per ottenere un responso della divinità. La prima trovata a Santa Croce è davvero particolare. È un ciottolo con un'iscrizione etrusca realizzata a rilievo. Su una faccia si legge questo che significa Apollo Pizio. Aplu è il nome etrusco di Apollo. Mentre l'epiteto Pizio rimanda alla rimanda direttamente all'Apollo di Delfi, il dio dell'oracolo per eccellenza. Sull'altra faccia compare invece questa e qui l'interpretazione è più difficile.

[28:41] È forse una prescrizione rituale, un invito a compiere un'offerta. Gli studiosi non ne sono ancora certi. Poi c'è il secondo oggetto. Questo proviene dal vicino cimitero di eh Fraternita ed è un piccolo dischetto di piombo al [passaggio non riconosciuto dai sottotitoli] sul quale compare la parola suris che è una divinità etrusca con ehm forti caratteri ctoni, quindi cioè legati alla sfera sotterranea, quella infera, che gli studiosi mettono in relazione ehm con Apollo. I due oggetti non sono stati trovati esattamente nello stesso punto, ma sono coevi, quindi provengono da zone molto vicine e richiamano divinità strettamente collegate fra loro, appunto Apollo. Per questo Cherici propone con cautela che possano appartenere allo stesso contesto religioso e che a Santa Croce Apollo avesse un culto legato alla divinazione e quindi alla consultazione del Dio. E c'è un altro motivo per cui questi reperti sono preziosi. Le sorte sono, come dicevo, oggetti piccolissimi e facilissimi da perdere durante scavi antichi o poco accurati, sono difficilissimi da riconoscere e recuperare dal terreno. Quindi non pensiamo a Santa Croce come un luogo dove veniva fatta una normale offerta alla divinità. Qui si cercavano delle risposte. C'è una cosa che questa ricerca mi ha lasciato addosso. Ehm, quanto di quello che sappiamo di Arezzo antica dipende molto da scavi fatti di corsa, eh poco pubblicati fino in fondo o da materiali dispersi per errore nel dopoguerra. Non stiamo raccontando una storia chiusa, stiamo raccontando quello che siamo riusciti fondamentalmente a salvare e quanto probabilmente resta ancora sotto i nostri piedi senza che nessuno lo sappia. sei arrivato fino alla fine. Grazie davvero. Se questo video ti è piaciuto, lascia un like e iscriviti al canale. Ti aspetto nei prossimi video.

Fonti e approfondimenti

Discover Arezzo | La Minerva torna ad Arezzo
https://www.discoverarezzo.com/eventi/la-minerva-torna-ad-arezzo/

Direzione regionale Musei nazionali Toscana |  Riapertura del secondo piano del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
https://museitoscana.cultura.gov.it/news/firenze-maf-museo-archeologico-nazionale-riapre-al-pubblico-il-secondo-piano-con-il-capolavori-della-ceramica-greca-e-il-vaso-francois-il-sarcofago-delle-amazzoni-le-statue-bronzee-dellidolino-d/

Ministero della Cultura | Ritorno della Minerva ad Arezzo
https://cultura.gov.it/comunicato/28683

Porta Crucifera | La nostra Minerva è tornata al proprio posto, 23 maggio 2021
https://www.portacrucifera.it/news/notizie/uno-schiaffo-agli-stupidi-la-nostra-minerva-tornata-al-proprio-posto

Porta Crucifera | La Minerva torna a casa, 24 agosto 2024
https://www.portacrucifera.it/news/colcitrone-per-il-sociale/la-minerva-torna-a-casa-domenica-la-statua-torner-in-san-lorenzo

Università di Bologna, progetto Zich | Scrivere etrusco ad Arezzo e nel suo territorio
https://site.unibo.it/zich/it/zich-museovirtuale/zich-scrivere-etrusco-ad-arezzo-e-nel-suo-territorio

Porta Crucifera | Le Chiese e il Santo Protettore
https://portacrucifera.it/quartiere/porta-crucifera/la-chiesa-e-il-santo-protettore

Porta Crucifera | L’Emblema araldico
https://portacrucifera.it/quartiere/la-struttura/l-emblema-e-l-araldica

Luisa Quaglia, Luisa | Storie Toscane - Arezzo etrusco-romana: cosa sappiamo?https://www.youtube.com/watch?v=DdWxr8-Q_F8

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Quartiere di Porta Crucifera P.I. 92057120518
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FOTOGRAFIE di Alberto Santini e Maurizio Sbragi
collaborazione fotografica di Fotozoom: Giovanni Folli - Claudio Paravani - Lorenzo Sestini - Fabrizio Casalini - Marco Rossi - Acciari Roberto

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