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Quartiere di

PORTA CRUCIFERA

Giostra del Saracino di Arezzo

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138a Giostra del Saracino - 22 Giugno 2019
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Ultime notizie da Colcitrone

  • A Natale il Sangue è Rosso Verde!!!
    17 Dicembre 2018
    A Natale il Sangue è Rosso Verde!!!

    A Natale regala la vita!! Dona Sangue!

    Sabato 22 dicembre dalle ore 8.30, al centro trasfusionale dell'Ospedale San Donato, il gruppo donatori di sangue del Quartiere si ritrova per una donazione di gruppo ... VIENI ANCHE TU!!!

  • Buon Natale Rosso Verde con il nuovo sito portacrucifera.it
    15 Dicembre 2018
    Buon Natale Rosso Verde con il nuovo sito portacrucifera.it

    Ed è arrivato il Natale!! 

    Il Quartiere si è riunito per la straordinaria, in tutti i sensi, "cena del Maccherone" con il tradizionale scambio degli auguri.
    Anche in "rete" vogliamo abbracciare tutti gli amici di Colcitrone regalando la nuova versione del sito web: un nuovo portacrucifera.it rinnovato nella grafica e nei contenuti.

    Abbiamo accorpato e migliorato le tante sezioni in pagine più facilmente fruibili dandogli anche una visibilità più accattivante.

    Andate a visitare i nuovi contenuti storici, le nuove pagine della nostra amata città, dei personaggi storici e quelle della Giostra del Saracino.

    Quindi ... buona navigazione ... e buon Natale!!!!

  • Presentazione del libro "Tripolino"
    15 Dicembre 2018
    Presentazione del libro "Tripolino"

    La bibliografia della Giostra del Saracino si arricchisce di un nuovo libro, unico nel suo genere nel panorama della manifestazione, si tratta infatti della prima biografia dedicata ad un giostratore. E non poteva che essere dedicata al più vittorioso di tutti i tempi: Tripoli Torrini detto “Tripolino”.

    L’autore è Roberto Parnetti, appassionato di Giostra e della sua storia, che ha già dato alle stampe altri tre volumi dedicati alla manifestazione e che in questa occasione ha coinvolto anche Roberto Filiani, apprezzato giornalista senese.

    “Tripolino Fantino Gentiluomo - La storia di uno dei più forti cavalieri del ‘900”, questo il titolo del volume che gode dei patrocini dei Comuni di Arezzo e Siena, dell’Istituzione Giostra del Saracino e del Consorzio Tutela del Palio di Siena e che nasce da una promessa fatta a Tripoli Torrini da Roberto Parnetti al termine della cerimonia, da lui stessa organizzata nel 2013, per festeggiare il centesimo compleanno del cavaliere. Cerimonia che vide per la prima volta uniti il mondo della Giostra e quello del Palio alla presenza dei Rettori dei quattro Quartieri e dei Priori delle Contrade con cui Tripolino ha vinto a Siena nel corso della sua carriera.

    L'arrivo di Tripolino a Palazzo Moretti | Festa dei 100 anni

  • Comunicato del Cons. Dir. - Rescissione del contratto con Jacopo Francoia
    12 Dicembre 2018
    Comunicato del Cons. Dir. - Rescissione del contratto con Jacopo Francoia

    Il Consiglio direttivo comunica di aver rescisso il contratto con il giostratore Jacopo Francoia
    Ringraziandolo per la grande passione e dedizione messa in questi anni insieme e ricordando i bei momenti vissuti insieme, su tutti la Prova Generale del 15 giugno 2017 vinta in coppia con Lorenzo Vanneschi. 
    Auguriamo a Jacopo, quartierista dalla nascita, un futuro ricco di soddisfazioni e successi certi che il rapporto con il Quartiere ormai scalfito nel suo cuore sia da oggi ancora più forte.

  • Nuovo direttivo del Gruppo Giovanile 2019
    12 Dicembre 2018
    Nuovo direttivo del Gruppo Giovanile 2019

    Il Consiglio direttivo ringrazia per il lavoro svolto il Gruppo Giovani 2018 e fa un grosso in bocca al lupo ai nuovi eletti per il mandato 2019.
    Ecco le cariche del GRUPPO GIOVANILE 2019:

    - Presidente: Macris Catalano 
    - Vice presidente: Riccardo Stocchi 
    - Vice presidente: Marco Sisi 
    - Cassiere: Veronica Leo 
    - Vice cassiere: Samuele Burani 
    - Segretario: Alessandro Branchi 
    - Vice segretario: Camilla Scapecchi 
    - Addetto stampa: Elisa Basagni 
    - Vice addetto stampa: Rachele Fabbri 
    - Direttore artistico: Federico Dragoni 
    - Vice direttore artistico: Rodrigo La Ferla

    Avanti ragazzi e sempre Forza Colcitrone !

  • Ancora un lutto per il mondo della Giostra: è morto Giancarlo Felici
    12 Dicembre 2018
    Ancora un lutto per il mondo della Giostra: è morto Giancarlo Felici

    Il mondo della Giostra piange un'ulteriore perdita a poche ore dalla scomparsa del Magistrato Antonio Bonacci, prematuramente deceduto ieri, 23 novembre 2018.

    Questa notte ci ha lasciato Giancarlo Felici, già Rettore del Quartiere di Porta del Foro. Lucido critico e amante della Giostra, che seguiva sempre da vicino, pur avendo da tempo lasciato la carica istituzionale; fervido animatore del gruppo Amici della Giostra, più volte aveva avanzato proposte innovative per alcune criticità. 
    Aretino vero, mai fazioso, benvoluto da tutti gli appassionati della nostra manifestazione.

    Il Consiglio Direttivo e tutto il popolo rosso-verde gli rendono omaggio stringendosi con affetto al dolore della famiglia.

  • Comunicato del Consiglio Direttivo del 4 settembre 2018
    4 Settembre 2018
    Comunicato del Consiglio Direttivo del 4 settembre 2018

    Il Quartiere di Porta Crucifera, in relazione allo spiacevole episodio durante il corteo nel quale il cavallo del cavaliere di casata ha provocato danni ad un negozio e ad alcuni passanti, accertatosi che le persone coinvolte non abbiano riportato conseguenze gravi augura una pronta guarigione agli stessi e si mette a disposizione dell’Istituzione Giostra per valutare eventuali miglioramenti onde evitare che si ripetano episodi tanto fortuiti quanto pericolosi.

  • Comunicato del Consiglio Direttivo - 3 settembre 2018
    3 Settembre 2018
    Comunicato del Consiglio Direttivo - 3 settembre 2018

    Il Rettore e il Consiglio Direttivo ringraziano tutto il Popolo Rossoverde per l’emozionante accoglienza ai nostri Giostratori al ritorno a Palazzo Alberti.

    I miglioramenti dimostrati da Lorenzo, Adalberto, Filippo, Jacopo e Niccoló dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta. Abbiamo dalla nostra parte età, entusiasmo e una guida tecnica che in pochi mesi ha messo in condizione i nostri ragazzi di essere lì, a lottare con i grandi della Giostra per portare a casa la tanto attesa Lancia d’oro!

    Un ringraziamento particolare al nostro preparatore Carlo Farsetti, allo Staff tecnico e a tutti i ragazzi che tutto l’anno seguono i giostratori negli allenamenti.

    Un enorme ringraziamento poi a chi ha sostenuto tutta la settimana la causa, ai numerosissimi presenti alle attività pre-Giostra e ai nostri meravigliosi collaboratori in tutti gli ambiti, Colcitrone è tornato , più carico che mai!

    ... Più alta è la croce, più grande è la gloria!!!

  • Comunicato stampa 31 agosto 2018
    31 Agosto 2018
    Comunicato stampa 31 agosto 2018

    I giudizi/sentenze di Giorgio Marmorini nei confronti di Porta Crucifera non sono una novità per l’ambiente di Colcitrone. Giorgio, indubbio conoscitore della Giostra crediamo però che nasconda insoddisfazioni personali con commenti che vanno al di fuori dell’aspetto tecnico, sul quale è lecito disquisire e dare una propria opinione, ma che altresì abbiano l’obbiettivo di mettere “tarli” sulla gestione tecnica.
    Per dare un giudizio del genere, che resterebbe comunque personale e quindi opinabile, occorrerebbe frequentare l’ambiente e valutare il lavoro nella sua interezza comprendendo, quindi, il rapporto esistente tra Tecnico, Staff e Giostratori.

    Proprio questo rapporto, basato su una reciproca stima e rispetto ci porta ad affrontare la prossima Giostra con la massima tranquillità unita alla palese consapevolezza che ci sono dei Quartieri che partono con il favore del pronostico ma che Porta Crucifera può dire la sua.

    Aspettiamo quindi la Giostra con trepidazione e fiducia, augurando ai nostri giovani giostratori di regalarci e regalarsi un sogno.
    Approfittiamo di queste poche righe per ringraziare tutti i Quartieristi che durante la settimana, come del resto a Giugno, hanno frequentato numerosi il nostro meraviglioso Quartiere, dando la loro preziosa collaborazione e sostegno al progetto intrapreso.

  • La dedica della Provaccia a Dario Bonini (1952-2017)
    30 Agosto 2018
    La dedica della Provaccia a Dario Bonini (1952-2017)

    Dario Bonini, figura di spicco della Giostra del Saracino, dal 2005 ne ha ricoperto il ruolo di massima autorità come Maestro di Campo dopo esserne stato per anni il vice. Dario Bonini ha impugnato lo scettro di comando per la prima volta il 18 giugno 2005 ricoprendo la carica prima in alternanza e poi ininterrottamente dal 2010 al 2015. Stimato e rispettato da tutto il mondo giostresco, persona di grande serietà ed equilibro, figura neutrale e garante di correttezza e imparzialità nel ruolo di Maestro di Campo, la sua personalità e il suo operato sono sempre stati dimostrazione di un
    fortissimo senso di appartenenza alla manifestazione e alla città. Un grande uomo e una figura istituzionale che ha contribuito alla crescita della storica manifestazione aretina e alla valorizzazione di Arezzo sotto molteplici aspetti. Il suo ricordo rimarrà nel cuore di tutti gli appassionati di Giostra.

  • I prodotti in vendita allo Space Colcitrone
    30 Agosto 2018
    I prodotti in vendita allo Space Colcitrone

    Vai alla pagina SPACE COLCITRONE per vedere tutti i prodotti a marchio RossoVerde in vendita presso lo store "SPACE COLCITRONE" a pochi metri dalla sede

  • Scomparso a Firenze, all'età di 95 anni, il pittore della Giostra Silvano Campeggi
    30 Agosto 2018
    Scomparso a Firenze, all'età di 95 anni, il pittore della Giostra Silvano Campeggi

    E’ scomparso a Firenze all’età di 95 anni Silvano Campeggi, artista, pittore, illustratore di fama mondiale e cartellonista dei più grandi film di Hollywood, da Via col Vento, a Ben Hur, a Casablanca a tante altre pietre miliari del cinema mondiale.
    Nato a Firenze da genitori aretini, grande appassionato anche di rievocazioni storiche e tradizionali popolari, ha realizzato per la Giostra del Saracino cinquanta tavole raffiguranti i protagonisti della manifestazione raccolte nel libro “E vidi correr Giostra”, edito nel 2003 quale catalogo dell’omonima mostra allestita nell’estate dello stesso anno nella Sala Sant’Ignazio (27 giugno – 7 settembre 2003).

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  • Anfiteatro Romano

    Anfiteatro Romano

    Anfiteatro Romano

    Anfiteatro RomanoSituato nella zona meridionale della città murata, è accessibile da via Margaritone e da via F. Crispi.

    Realizzato tra la fine del I e l'inizio del II sec. d. C. con blocchi di arenaria, laterizi e marmi, presenta una forma ellittica, a due ordini di gradinate. L'asse maggiore misura m. 121; la capienza raggiungeva, presumibilmente, gli 8000 spettatori.

    Ripetutamente saccheggiato, nel corso dei secoli è stato privato dei materiali più preziosi per erigere edifici di culto, quindi parzialmente interrato.

    Ancora visibili la platea e parte degli ambulacri. Sui resti dell'emiciclo S è stato costruito nel XVI sec. il Monastero di S. Bernardo, oggi sede del Museo archeologico statale Gaio Cilnio Mecenate.

    La sede del museo archeologico: l'area in cui sorgeva l'anfiteatro romano fu comprata nel 1333 da Bernardo de' Tolomei, fondatore dei Benedettini Olivetani, che fece impostare sulla parte meridionale del monumento il monastero degli Olivetani di Arezzo ed edificare la chiesa dedicata alla Vergine, S. Giuseppe e S. Bernardo. Il monastero assunse la forma ellittica dell'anfiteatro ed incorporò parte delle strutture romane, tuttora visibili in alcuni ambienti al pian terreno.

    L'edificio fu dotato di un prospetto architettonico notevole e vi fu annesso ad occidente un chiostro, di cui rimane solo una parte, decorato da affreschi, ora perduti. (Lorenzo di Bicci e Marco da Montepulciano).

    Il monastero, nel 1866, fu incamerato nel demanio dello Stato e concesso in uso al comune di Arezzo che, nel 1937, sistemando le antiche collezioni della Fraternita dei Laici, vi inaugurò il museo archeologico.

    Dopo la guerra, che produsse notevoli danni alle collezioni, l'ordinamento fu rinnovato a cura della Soprintendenza alle Antichità d'Etruria ed il museo fu infine riaperto al pubblico nel 1951.

    Nel 1973, in base ad un accordo fra il Ministero della Pubblica Istruzione ed il Comune di Arezzo, l'istituto, intitolato a Mecenate, fu dichiarato nazionale e passò alla cura ed alla tutela dello Stato.

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    Anfiteatro situato nella zona meridionale della città murata, è accessibile da via Margaritone e da via F. Crispi.
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  • Fortezza Medicea

    Fortezza Medicea

    Fortezza Medicea

    Fortezza MediceaNotevole testimonianza dell'architettura militare cinquecentesca, si eleva alla sommità della spianata del Prato, a 305 m. di quota. Massiccia costruzione poligonale, perfettamente inserita nella cintura delle mura, I'attuale fortificazione fu realizzata su direzione di Antonio da Sangallo il Giovane e Nanni Unghero tra il 1538 ed il 1560.

    Eretta sopra l'area dell'antica cittadella medioevale, rasa al suolo per eliminare ogni impedimento al tiro delle bocche da fuoco, inglobò buona parte del Forte a forma trapezoidale progettato da Giuliano da Sangallo e Antonio da Sangallo il Vecchio nei primi anni del Cinquecento: della precedente costruzione sono visibili due baluardi del fianco Est (quelli del Ponte di Soccorso e della Chiesa, riconoscibili per la forma a saliente ottuso) e alcuni tratti di cortina.

    Di nuova impostazione i bastioni del fianco occidentale (del Belvedere, della Spina, della Diacciaia), nonchè gli ambienti interni, costituiti da un intricato reticolo di stanze, gallerie, pozzi e prese d'aria, dislocati a diversi livelli ed in gran parte non praticabili.

    Originariamente dotata di tre porte e circondata da un ampio fossato, la Fortezza rimase in efficienza fino al tardo Settecento. Nell'anno 1800 venne parzialmente smantellata dai militari francesi; sul fianco O è ancora visibile la lesione causata da un potente ordigno esplosivo.

    Il restauro, avviato a cavallo tra l'Ottocento ed il Novecento, figura tra gli attuali programmi municipali. Ampia e panoramica la veduta che si abbraccia dagli spalti, dominanti sulla città, la piana aretina, la valle dell'Arno, il massiccio del Pratomagno, l'alpe di Catenaia, le vette di Poti e di Lignano



    Notevole testimonianza dell'architettura militare cinquecentesca, si eleva alla sommità della spianata del Prato.
  • La Cattedrale

    La Cattedrale

    La Cattedrale

    La CattedraleImponente costruzione gotica, avviata sul finire del Duecento e protratta con varie interruzioni fino all'inizio del Cinquecento, il Duomo domina con la sua mole la sommità della collina aretina, svettando su tutte le vedute della città. La facciata, rimasta incompiuta, è stata realizzata all'inizio del Novecento su disegno di Dante Viviani. Il trecentesco portale romano-gotico del lato ds. è fiancheggiato da due tronconi di colonna in porfido residuati da un edificio preesistente (forse romano); nella lunetta un gruppo trecentesco in cocciopesto (Madonna con Banbino, tra San Donato d'Arezzo e Gregorio X). A fianco dell'abside poligonale è stato eretto a metà dell'Ottocento il campanile; la cuspide è opera novecentesca. L'interno è diviso in tre maestose navate da alti pilastri polistili, che assieme agli archi ogivali conferiscono all'insieme un forte slancio ascensionale; notevoli le vetrate a colori, in gran parte opera di Guglielmo de Marcillat (XVI sec.). Da segnalare, nella navata ds., il gotico sepolcro di Gregorio X (XIV sec.) e la cappella Tarlati (1334); sopra l'altar maggiore l'Arca di S. Donato, opera di artisti aretini, senesi e fiorentini del XIV sec.; nella navata sn. il prezioso affresco di Piero della Francesca raffigurante la Maddalena (1465?) ed il Cenotafio di Guido Tarlati (1330). L'ampia cappella della Madonna del Conforto, opera dell'ultimo Settecento, contiene terracotte robbiane. Annessi alla cattedrale i locali del Museo Diocesano e dell'Archivio Capitolare.

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    indirizzamento verso: arezzo.italiavirtualtour.it/

    Imponente costruzione gotica, avviata sul finire del Duecento e protratta con varie interruzioni fino all'inizio del Cinquecento.
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  • Palazzo dei Priori

    Palazzo dei Priori

    Palazzo dei Priori

    Palazzo dei PrioriChiamato anche Palazzo del Comune Costruito alla sommità della collina del centro storico, in una zona dove hanno trovato sede le massime espressioni del potere civile, religioso e giudiziario, si affaccia sul lato O di piazza della Libertà. Eretto nel 1333, ha ospitato dal basso Medioevo ai giorni nostri le supreme magistrature cittadine: oggi è sede degli organi e degli uffici del Municipio. Il lato di via Ricasoli conserva le tracce più evidenti dell'originaria architettura trecentesca; la facciata e la caratteristica torre quadrangolare (1337, con orologio del secolo successivo) sono invece il risultato di numerosi rifacimenti e restauri, effettuati nel Quattrocento, nel Cinquecento e nel Seicento (in seguito ad un rovinoso crollo della parte frontale). L'ultima ristrutturazione (opera di Giuseppe Castellucci ed Umberto Tavanti) risale al 1930, ed ha lasciato segni profondi, sia nell'aspetto esteriore (merlatura della facciata, coronatura della torre) che nella sistemazione interna dei locali. L'interno del palazzo presenta un cortile a portico risalente al Cinquecento. All'esterno del porticato, sormontato ai piani superiori da due loggiati, recenti lavori di sistemazione edilizia hanno creato un nuovo ingresso, di indubbia forza suggestiva, dalla sottostante via Montetini.

    Chiamato anche Palazzo del Comune è stato costruito alla sommità della collina del centro storico.
  • Fraternita dei Laici

    Fraternita dei Laici

    Fraternita dei Laici

    Fraternita dei LaiciEretto nel Settecento (su disegno di Francesco Cerrotti) sul lato NO di Piazza Grande, il severo edificio è inserito tra il Palazzo di Fraternita, cui è strutturalmente collegato, e l'abside della Pieve di S. Maria. Per molti anni è stato sede degli uffici giudiziari (Tribunale, Procura della Repubblica), si affaccia sulla piazza con un basamento sopraelevato, che forma una terrazza aperta su una caratteristica scalinata settecentesca. Armonico innesto di stile rinascimentale sul gotico, l'edificio sorge sul lato Nord Ovest di Piazza Grande a fianco del posteriore Palazzo del Tribunale. Fu fatto erigere nella seconda metà del Trecento (ma portato a completamento solo un secolo più tardi) dalla Fraternita dei Laici, antica istituzione cittadina di assistenza e beneficenza, che ne fece la sede del suo supremo Magistrato. Presero parte all'opera, in epoche successive, Spinello Aretino, Bernardo Rossellino e Giorgio Vasari. Alla fine del Settecento l'edificio divenne sede della Ruota Civile: destinazione che mantiene tuttora, ospitando gli uffici del Tribunale e della Procura della Repubblica. Nella lunetta della facciata, sopra il pregevole portale Cristo in pietà tra la Madonna e S. Giovanni, affresco staccato di Spinello Aretino (1395), attorniato da statue del Rossellino e dal bassorilievo della Madonna de l la Misericordia. Il campanile a vela, realizzato a metà del Cinquecento assieme al coronamento (oggetti di un recente restauro), ospita uno dei più antichi orologi ancora in funzione, opera di Felice da Fossato (1552), che indica le ore, i giorni e le fasi lunari.

    Eretto nel Settecento (su disegno di Francesco Cerrotti) sul lato NO di Piazza Grande.
  • Piazza Grande

    Piazza Grande

    Piazza Grande

    Piazza GrandeDetta anche Piazza Vasari
    E' il suggestivo scenario della Giostra del Saracino, si apre nel cuore della città medioevale.
    Occupa con la sua caratteristica composizione planimetrica forma trapezoidale, superficie fortemente inclinata la parte più bassa delI'antica platea communis, sorta attorno al 1200 e dotata di un perimetro assai più esteso dell'attuale, dominato a monte dal Palazzo del Comune (del quale restano scarse tracce in cima a via Pelliceria) e dal palazzo del Popolo, i cui ruderi sono visibili alla sommità di via dei Pileati, incorporati nel muraglione di sostegno del terrapieno del Prato.

    Nel corso del Cinquecento, abbandonato il primo dei due palazzi pubblici ad un progressivo degrado ed abbattuto il secondo, profondamente modificato il sistema difensivo la piazza fu ridotta alle dimensioni attuali con la realizzazione, sul lato NE, del Loggiato vasariano.

    È questa la più profonda alterazione subita dall'impianto urbanistico medioevale della piazza; gli altri tre lati, dove le trasformazioni edilizie legate al trascorrere del tempo sono state meno radicali, offrono un'armonica sintesi delI'architettura toscana dal Duecento al Settecento.

    Sui lati posti a SE e a SO si susseguono edifici e palazzi di carattere civile, adibiti a residenza privata; il lato NO, racchiuso tra via di Seteria e via G. Vasari, è completamente occupato dall'abside della Pieve di S.Maria, dal palazzo del Tribunale e dal palazzo di Fraternita.

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    arezzo.italiavirtualtour.it/

    L'INGRESSO IN PIAZZA DALLE LOGGE VASARI LUNGO CORSO ITALIA

    L'ingresso in Piazza Grande e il Corso Italia. Quest'ultimo, da secoli, rappresenta la principale via cittadina, costeggiata da importanti edifici storici come il quattrocentesco Palazzo Bacci, il Palazzo Altucci del Duecento e la cosiddetta Torre della Bigazza del 1351, rimaneggiata in epoca fascista per divenire torre del Littorio. Il Corso ospita anche edifici di culto che custodiscono inestimabili tesori dell’arte, come la duecentesca Chiesa di S. Michele, al cui interno è possibile ammirare una tavola del 1466, raffigurante la Madonna col Bambino e santi, opera di Neri di Bicci.

    Detta anche Piazza Vasari è il suggestivo scenario della Giostra del Saracino, si apre nel cuore della città medioevale.
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  • San Francesco

    San Francesco

    San Francesco

    San FrancescoAffacciata sull'omonima piazza, nel punto dove la direttrice di via Cavour si allarga per formare un suggestivo punto di accesso al nucleo più antico della città, la basilica risale alla seconda metà del Duecento, ma l'attuale aspetto deriva dal rifacimento trecentesco, condotto in stile gotico toscano e chiaramente ispirato a criteri di semplicità estetica di derivazione francescana. Gli ultimi restauri risalgono all'inizio di questo secolo. L'edificio è costruito in pietre e mattoni; del progettato rivestimento della facciata in pietrame scolpito resta solo il basamento (fine Quattrocento). Il campanile risale al Cinquecento. Laboriosi lavori di restauro hanno pressochè restituito alla primitiva semplicità il grandioso interno ad unica navata, fiancheggiata a ds. da edicole con ornamenti trecenteschi e rinascimentali e a sn. da sobrie cappelle ogivali. Ma l'attenzione del visitatore è attratta soprattutto dalle affascinanti scene delle Storie della Vera Croce, di Piero della Francesca sulle pareti della cappella maggiore (abside) tra il 1453 ed il 1464 (ca.). Sul celebre ciclo di affreschi (una delle più alte testimonianze della pittura italiana del Rinascimento) è in corso un accurato intervento di restauro, condotto con criteri scientifici e tecnologici d'avanguardia, rivolto a riportare l'opera all'originaria bellezza entro il 1992, cinquecentesimo anniversario della morte dell' artista. L'operazione denominata Progetto per Piero della Francesca è condotta dal Ministero per i beni culturali della sopraintendenza aretina, dal Comune, dalla Provincia e dalla regione Toscana

    La basilica risale alla seconda metà del Duecento ispirata a criteri di semplicità estetica di derivazione francescana.
  • Pieve di Santa Maria

    Pieve di Santa Maria

    Pieve di Santa Maria

    Pieve di Santa MariaInteramente costruita in arenaria, tra corso Italia e la retrostante piazza Grande, costituisce una delle più grandi e suggestive pievi romaniche della Toscana.

    La costruzione del maestoso edificio, testimonianza dell'architettura del primo nucleo medioevale aretino, è legata alle origini del Comune di Arezzo: fu avviata infatti nella seconda metà del XII sec. sui resti di un preesistente tempio risalente al Mille, di cui rimangono tracce nel portale di via di Seteria.

    La realizzazione si protasse fino ai primi decenni del Trecento; rifacimenti e restauri sono stati portati a termine nel Cinquecento, nell'Ottocento e ai nostri giorni. La facciata in stile romanico, originariamente semplice, fu dotata nel Duecento, con l'affermarsi di influenze pisane, di una serie di arcate cieche al piano inferiore, sovrastate da tre ordini di loggiati a coronamento orizzontale.

    Ricca la decorazione scultorea, di varia ispirazione: da notare, nella lunetta del portale maggiore, le composizioni duecentesche dedicate alla Madonna e nell'archivolto il coevo bassorilievo raffigurante il succedersi dei mesi dell'anno. In singolare contrasto con l' orizzontalità della facciata si leva a ds. il campanile dalle cento buche (risalente al 1330), così chiamato per le 40 bifore romaniche che divise in cinque ordini ne accentuano lo slancio verticale (59 metri), sottolineato pure dal lungo contrafforte laterale.

    L'interno, di struttura romanica, si svolge in tre navate, concluse da una sola amplissima abside, con colonnati ed arcate leggermente ogivali, preludio al gotico.

    Della cupola prevista sopra il transetto, incompiuta, resta il tamburo di appoggio.

    Da notare l'antico presbiterio, costruito sopra una cripta arbitrariamente rifatta in tempi recenti; il celebre polittico (Madonna col Bambino, Annunciazione, Assunta) dipinto nel 1320 da Pietro Lorenzetti per il vescovo Guido Tarlati; l'affresco dei Santi Francesco e Domenico di artista giottesco del primo Trecento; la Cappella del Sacramento, all'interno della "PIEVE" ospita il busto-reliquiario (1346) del vescovo Donato, Patrono cristiano della città.

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    Interamente costruita in arenaria costituisce una delle più grandi e suggestive pievi romaniche della Toscana.
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  • San Domenico

    San Domenico

    San Domenico

    San DomenicoFondata nel 1275 e terminata all'inizio del Trecento. La chiesa si innalza sulle pendici del colle, in cima al quale domina il duomo, è dentro il cerchio delle mura medicee, con cui confìna. Ha la tipica struttura delle chiese domenicane e francescane di quel periodo con uno stile definito spesso gotico mendicante: la navata unica risponde bene alle esigenze della predicazione (il titolo ufficiale dei domenicani è appunto quello di «frati predicatori»). Il soffitto è a capriate in legno con agili disegni ornamentali. L'abside, al cui centro domina il Crocifìsso di Cimabue si articola in tre cappelle; le due laterali, più piccole, prendono luce da due fìnestre lunghe e strette; la cappella centrale con l'altare (in pietra, snellito da colonnine) è illuminata da una vetrata trifora, la quale, per alcuni particolari architettonici, richiama la vetrata di S. Maria Novella (anch'essa domenicana) confermando l'ipotesi che gli architetti siano stati gli stessi di S. Maria Novella: i due frati domenicani Fr. Sisto e Fr. Ristoro, mentre secondo Giorgio Vasari il disegno sarebbe di Nicola Pisano. La navata è illuminata da 12 monofore gotiche, sei per lato, tutte inquadrate, così come l'abside, dal motivo bianco-nero, che richiama l'abito dei domenicani. Queste finestre, man mano che si avvicinano all'abside, si avvicinano tra di loro dando così un armonico senso di profondità.

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    Fondata nel 1275 e terminata all'inizio del Trecento si innalza sulle pendici del colle dentro il cerchio delle mura medicee, con cui confìna. visita virtuale
  • Santa Maria delle Grazie

    Santa Maria delle Grazie

    Santa Maria delle Grazie

    Santa Maria delle GrazieSantuario quattrocentesco, situato alla periferia Sud della città (km 1,5 dal centro), raggiungibile attraverso il lungo rettilineo di viale Mecenate. Il portale di ingresso, qui trasferito dopo la demolizione di Porta S. Spirito, immette in un vasto e suggestivo cortile, sistemato a prato e contornato da due sezioni di porticato. La chiesa, disposta sul fondo, risale alla prima metà del Quattrocento e fu eretta sulle rovine dell'antica Fons Tecta, ritenuta sede di un culto pagano delle acque. L'edificio è in stile tardogotico, ad una navata, con volta a crociera. Sul finire del secolo Benedetto da Maiano eresse la scalinata esterna (oggetto di recente restauro) ed il portico, capolavoro di leggerezza e di grazia primo rinascimentale, a sette arcate poggianti su sottili colonne corinzie. Da notare, all'interno, l'altar maggiore in marmo e terracotta smaltata (fine Quattrocento), opera inconsueta di Andrea della Robbia: nel timpano Madonna con Bambino tra due angeli, nelle nicchie i Santi Lorentino, Pergentino, Donato e Bernardino, nel paliotto la Pietà; all'interno un affresco di Parri di Spinello (Madonna della Misericordia).

    Santuario quattrocentesco, situato alla periferia Sud della città raggiungibile attraverso il lungo rettilineo di viale Mecenate.
  • Statua di Guido Monaco

    Statua di Guido Monaco

    Statua di Guido Monaco

    Statua di Guido MonacoNel centro di Arezzo si trova la statua di uno dei suoi figli più illustri: Guido Monaco.

    Fattosi benedettino nell'abbazia di Pomposa e successivamente a Roma, elaborò il nuovo metodo di notazione musicale ed il tetragramma. Sotto la protezione del vescovo si sviluppò nel contado aretino anche un folto numero di abbazie, che contribuirono a ricostruire un sistema di scambi ed un minimo ambito culturale.
    In questo periodo Arezzo vide la sua nascita e fattosi benedettino nell'abbazia di Pomposa e successivamente a Roma, elaborò il nuovo metodo di notazione musicale ed il tetragramma.

    Già nel 1864 il Consiglio Comunale di Arezzo aveva deliberato di erigere un monumento al "suo" Guido. Furono invitati, tra gli altri, a far parte della commissione artistica, Rossini, Verdi e Mercadante. Grandi festeggiamenti celebrano nel 1882 il centenario della nascita del grande perfezionatore della notazione musicale: «concorso regionale di ginnastica, conferenze musicali, corse in tondo nell'anfiteatro del Prato, congresso internazionale di canto liturgico, esposizione di antichi libri di canto corale, spettacoli equestri, conferenze pedagogiche, concorso nazionale di strumenti musicali, mostra didattica provinciale»
    (Tafi)

    E, nel Teatro Petrarca, varie rappresentazioni dell'opera Mefistofele di Arrigo Boito. Si sa anche dai manifesti che "Nelle prime dieci sere della festa la Piazza Umberto, la via e la piazza Guido Monaco saranno illuminate a luce elettrica". È una iniziativa di non irrilevabile interesse, se si pensa che Arezzo potrà contare su un impianto di illuminazione elettrica soltanto alla fine dell'Ottocento. Sembra che il Consiglio Comunale, scrive la Gazzetta aretina in un suo numero del 1893, abbia decretato di abolire la ormai medioevale illuminazione a petrolio.

    In veste ufficiale da benedettino il monumento descrive Guido Monaco nell'atto di porre la mano sull'opera da egli lasciata ai posteri: l'Antifonario, risultato del celebre lavoro dell'illustre aretino con il quale ciascuno era in grado di scrivere, apprendere ed eseguire la musica. Sulle pagine del libro è riportata ed incisa una strofa dell'inno latino a S. Giovanni, dalla quale Guido Monaco trasse i nomi per le note musicali: UT queant laxis/REsonare fibris /MIra gestorum/FAmuli tuorum/SOLve polluti/LAbii reatum/Sancte Iohannes ("affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato del loro labbro contaminato, oh San Giovanni"). In seguito la nota Ut venne sostituita con DO (da Dominus), e venne aggiunta alla scala la nota SI.

    Il monumento è costituito da una statua in marmo microcristallino, poggiante su un piedistallo anch'esso in marmo, di forma cubica, nei cui lati destro e sinistro sono inserite due formelle di bronzo, mentre sul fronte una scritta a dedica “A Guido Monaco 1882” e nel retro due emblemi rappresentanti il Comune di Arezzo, il tutto sempre in bronzo; la parte inferiore del piedistallo termina con una fascia in marmo nella quale sono incisi gli stemmi delle regioni d'Italia. Il piedistallo poggia a sua volta su un basamento in marmo di colore rosato alla base del quale vi sono tre gradini in travertino delimitati a quota terreno da un ulteriore gradino in arenaria. L'accesso al monumento avviene da una cancellata collocata in corrispondenza del cordonato in travertino delimitante l'aiuola a verde circostante il monumento stesso.

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    Nel centro di Arezzo si trova la statua di uno dei suoi figli più illustri: Guido Monaco.
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  • Casa del Vasari

    Casa del Vasari

    Casa del Vasari

    Casa del VasariLa Casa Vasari è un palazzo di Arezzo situato in via XX Settembre 55. Fu la residenza di famiglia del pittore, architetto e storico dell'arte Giorgio Vasari e conserva pregevoli sale affrescate. L'artista acquistò questa abitazione verso il 1540 e, impegnatissimo tra Firenze, Roma e i suoi viaggi, vi visse per brevi periodi, intervenendo però direttamente sia nei lavori di completamento, che di decorazione, compreso il disperso nucleo di arredi. Aveva progettato anche una facciata, che non venne mai realizzata. Esempio tra i meglio conservati nella regione di casa d'artista e dimora di gusto manierista, fu proprietà degli eredi del Vasari fino alla loro estinzione, nel 1687, quando passò alla Fraternita dei Laici. Venduta a una famiglia privata, i Brozzi, nel 1897 passò ai Paglizzi e, infine, venne acquistata dallo Stato nel 1911, che ne fece un museo aperto al pubblico. È sede anche dell'Archivio Vasariano. Si raggiunge il piano nobile tramite una scalinata sormontata dal Busto di Giorgio Vasari di ignoto toscano cinque-seicentesco. La prima sala che si incontra è quella del Camino, affrescata da Vasari nel 1548 con la Cacciata dell'Invidia e della Fortuna da parte della Virtù nel soffitto e alle pareti figure allegoriche, paesaggi e storie dei pittori dell'antichità. A destra si trova la cappellina, con una Madonna di Fra Paolino e un raro pavimento in maiolica originale del XVI secolo. Il corridoio di Cerere, o dei Draghi, mostra alcuni dipinti del tardo manierismo, tra cui una Circoncisione attribuita a Mirabello Cavalori e la Morte di Adone di Jacopo Zucchi. A sinistra la Camera Nuziale col soffitto decorato da un affresco del Vasari di Abramo tra le figure allegoriche della Pace, la Concordia, la Virtù e la Modestia. Tra i dipinti l'Elemosina di san Nicola di Giovanni Stradano, il Cristo portato al sepolcro del giovane Vasari e, dello stesso, un Giuda. Dal corridoio si accede anche all'ex-cucina, affrescata da Raimondo Zaballi nel 1827 e decorata da ritratti soprattutto toscani del XVI secolo. La Camera di Apollo fu affrescata dal padrone di casa con Apollo e le nove Muse e l'Allegoria dell'Amore coniugale, dove si trova il ritratto della moglie, Nicolosa Bacci. Tra i dipinti qui esposti il San Francesco di Alessandro Allori, il contenitore per specchio con la Prudenza, attribuita allo stesso, la Casa del Sole del Poppi, il San Girolamo e la Fortuna di Jacopo Ligozzi. Nella Camera della Fama Vasari dipinse sul soffitto la Fama e sui peducci e le lunette (assai ridipinti) le quattro Arti, il suo autoritratto e i ritratti degli artisti aretini o del territorio di Arezzo: Lazzaro Vasari, Luca Signorelli, Spinello Aretino, Bartolomeo della Gatta, Michelangelo e Andrea del Sarto. La Crocifissione è di Giovanni Stradano (1581), la terracotta policroma invetriata con Galba di Andrea Sansovino, la tavola della Carità di Carlo Portelli. Un piccolo ambiente attiguo contiene il modellino ligneo della Loggia del Vasari, realizzata proprio ad Arezzo, la Madonna col Bambino, sant'Elisabetta e san Giovannino di Santi di Tito e tre scomparti di predella di Maso da San Friano. Probabilmente impiantato fin dalla costruzione dell'abitazione, il giardino sopraelevato rispetto al livello stradale venne principalmente usato come orto, come ricorda lo stesso Vasari in una nota legata all'acquisto del terreno ("da fare orti bellissimi"). La costruzione di una limonaia dimostra la presenza di un giardino all'italiana fin dall'antico, oggi ripreso con la costruzione di aiuole geometriche che risale, grossomodo, alla sistemazione dei primi del Novecento, restaurata nel 1975-1981. Recentemente sono state aggiunte alcune essenze medicinali creando un "orto dei semplici". L'Archivio vasariano è ancora di proprietà degli eredi degli antichi proprietari, è una delle fonti più preziose per lo studio della Storia dell'Arte del XVI secolo e, più in generale, rappresenta – sul piano storico, letterario, culturale – uno “spaccato” sul Cinquecento e sul Rinascimento di enorme valore: uno dei più importanti (se non il più importante) nuclei documentari di carattere privato esistenti. L'Archivio di Giorgio Vasari, con i libri dei contratti e le carte relative all'amministrazione delle sue proprietà, con i suoi appunti di lavoro, i suoi ricordi e la corrispondenza con i tanti personaggi illustri dell'epoca è un grande patrimonio di scritti autografi cinquecenteschi, meritevole di essere portato alla conoscenza di tutti come “patrimonio dell'Umanità”. Tale raccolta, tuttavia assume valore inestimabile grazie alle 17 lettere autografe di Michelangelo Buonarroti indirizzate al “caro amico Giorgio Vasari” e corredate da 3 sonetti, anch'essi autografi e da tre disegni originali dello stesso sommo Artista.

    La Casa Vasari fu la residenza di famiglia del pittore, architetto e storico dell'arte Giorgio Vasari e conserva pregevoli sale affrescate.
  • Archivio Vasariano

    Archivio Vasariano

    Archivio Vasariano

    Archivio VasarianoL'Archivio vasariano è ancora di proprietà degli eredi degli antichi proprietari, è una delle fonti più preziose per lo studio della Storia dell'Arte del XVI secolo e, più in generale, rappresenta – sul piano storico, letterario, culturale – uno “spaccato” sul Cinquecento e sul Rinascimento di enorme valore: uno dei più importanti (se non il più importante) nuclei documentari di carattere privato esistenti. L'Archivio di Giorgio Vasari, con i libri dei contratti e le carte relative all'amministrazione delle sue proprietà, con i suoi appunti di lavoro, i suoi ricordi e la corrispondenza con i tanti personaggi illustri dell'epoca è un grande patrimonio di scritti autografi cinquecenteschi, meritevole di essere portato alla conoscenza di tutti come “patrimonio dell'Umanità”. Tale raccolta, tuttavia assume valore inestimabile grazie alle 17 lettere autografe di Michelangelo Buonarroti indirizzate al “caro amico Giorgio Vasari” e corredate da 3 sonetti, anch'essi autografi e da tre disegni originali dello stesso sommo Artista.

    L'Archivio vasariano è una delle fonti più preziose per lo studio della Storia dell'Arte del XVI secolo.
  • Teatro Petrarca

    Teatro Petrarca

    Teatro Petrarca

    Teatro PetrarcaIl Teatro Petrarca è il più importante teatro di Arezzo. La nascita, nel 1828, si deve ad una Società Anonima composta da cittadini aretini, che successivamente prese il nome di Accademia Teatrale Petrarca. La struttura del primo teatro, chiamato in un primo tempo Teatro Regio e successivamente Regio Teatro Petrarca, era con pianta a ferro di cavallo, presentava un bel palcoscenico e quattro ordini di palchi. Nel 1939 venne inaugurata la sala terrena, progettata dall'ingegnere Lorenzo Materassi, da adibire a piccole feste e venne installato il sipario dipinto da Angiolo Sarri raffigurante il Petrarca accolto nel 1350 ad Arezzo con tutti gli onori. Risale invece al 1835 il busto marmoreo scolpito da Benedetto Mori collocato all'ingresso della platea. Vari lavori di ristrutturazione e abbellimento si succedettero negli anni. Fra il 1881 e il 1882, per opera dell'ingegnere Carlo Gatteschi, fu aumentato il numero dei palchi, ristrutturato il palco regio, decorate le pareti, la bocca d'opera e rinnovata la tappezzeria, messi in funzione nuovi servizi igienici, rimesso a nuovo il tavolato della platea così come altre significative ristrutturazioni e opere di messa a norma. La palazzina d'ingresso al Teatro venne invece costruita negli anni 1892 e 1893 su progetto dell'ingegnere Alessandro Maraghini che trasformò in loggione anche il quarto ordine di palchi e operò altri importanti lavori di costruzione e restauro come il mezzanino e il caffè interno, nonché il palcoscenico, i camerini, la platea, l'orchestra e le uscite di sicurezza. Dopo un processo di ristrutturazione durato 10 anni, il 16 dicembre 2015 il teatro ha riaperto le porte agli spettatori con una stagione piena di eventi teatrali e lirici. La ristrutturazione è stata eseguita nel rispetto della risposta acustica già esistente ad opera dello studio Biobyte, dott. Enrico Moretti, ing. Maria Cairoli

    Il Teatro Petrarca, costruito nel 1828, è il più importante teatro di Arezzo.
  • Badia delle Sante Flora e Lucilla

    Badia delle Sante Flora e Lucilla

    Badia delle Sante Flora e Lucilla

    Badia delle Sante Flora e LucillaLa badia delle Sante Flora e Lucilla è una chiesa di Arezzo, situata in piazza della Badia, che ospita le reliquie delle sante martiri Flora e Lucilla, che sarebbero state portate ad Arezzo dal vescovo Giovanni nel IX secolo.

    La costruzione della chiesa ha avuto varie fasi, cominciando da quella gotica ad un'unica navata del 1278. Nel 1315 fu rifatto anche il monastero. È databile al 1319 la "Croce" dipinta di Segna di Bonaventura. Nel 1489 fu realizzato il chiostro progettato da Giuliano da Maiano. Quattrocentesco è l'affresco con san Lorenzo di Bartolomeo della Gatta, datato 1476.

    La chiesa è stata completamente trasformata su progetto di Giorgio Vasari a partire dal 1565. I lavori si protrassero fino al Seicento e nel 1650 fu costruito il campanile. La chiesa è a tre navate composte da campate d'identica grandezza, quadrate quelle centrali e rettangolari quelle laterali.

    Il presbiterio è dominato dal complesso monumentale dell'altare realizzato da Giorgio Vasari per la cappella della sua famiglia nella pieve di Santa Maria nel 1563 e qui trasportato nel 1865.

    Capolavoro di artificio barocco è la finta cupola dipinta su tela da Andrea Pozzo nel 1702 e posta al di sopra dell'altare maggiore. All'interno della chiesa è conservato anche un ciborio, probabilmente di Benedetto da Maiano.

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    La badia delle Sante Flora e Lucilla è una chiesa di Arezzo che ospita le reliquie delle sante martiri Flora e Lucilla.
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  • Palazzo della Provincia

    Palazzo della Provincia

    Palazzo della Provincia

    Palazzo della ProvinciaIl 24 febbraio del 1913 l'amministrazione provinciale di Arezzo delibera la costruzione della nuova sede della provincia, incaricando del progetto l'ingegner Giuseppe Paoli. Si tratta in linea di massima di un intervento composto da una nuova costruzione (l'edificio verso via dell'Orto) da adibire a uffici e dal 'restauro' di due preesistenti unità, le trecentesche case Guadagnoli e del Predicatore, da accorpare e trasformare in sale di rappresentanza e aula del consiglio. I lavori murari, eseguiti dalla ditta Giuseppe Rossi di Arezzo, vengono avviati poco dopo e si concludono soltanto il 27 settembre 1925, con l'inaugurazione ufficiale della sede. Relativamente all'apparato decorativo, la realizzazione degli affreschi viene affidata, su suggerimento del progettista, al pittore Adolfo De Carolis (contratto del 30 maggio 1922): il bozzetto, su soggetto dato dallo stesso ingegnere, viene immediatamente approvato e i lavori pittorici - avviati nell'estate del 1922 e eseguiti interamente dal De Carolis, a meno della carta della provincia opera di Diego Pettinelli, vengono conclusi alla fine del 1923. Le altre opere decorative sono rispettivamente: i lavori in pietra arenaria della ditta Sigismondo Burroni, i ferri battuti di Alfredo Valenti di Arezzo e dalla ditta fratelli Mariani di Firenze, i lavori in legno di Enrico Casini, gli arredi del salone ed alcuni mobili delle salette minori della ditta Bruschi di Arezzo e le vetrate della ditta De Matteis di Firenze. Al piano terra, con affaccio su Via Ricasoli si trovano i locali dell'Atrio d'Onore sede di mostre di pittura, fotografia ed eventi di varia natura legati ad arte e cultura. A partire dagli anni cinquanta sono stati inoltre realizzati numerosi volumi, a parziale saturazione delle chiostrine interne, che ne hanno profondamente alterato l'assetto. Dal 28 aprile 2007 i locali posti sotto al Giardino Pensile ospitano la Mostra Permanente della Fauna Selvatica

    Il Palazzo della Provincia è un edificio situato tra via Ricasoli, 44-50 e via dell'Orto, 7 ad Arezzo.
  • Palazzo di Giustizia (nuovo)

    Palazzo di Giustizia (nuovo)

    Palazzo di Giustizia (nuovo)

    Palazzo di Giustizia (nuovo)Progettato dall'architetto Manfredi Nicoletti, si articola in due volumi. Il primo, preesistente, è l'edificio dell'ex-Ospedale Sanatoriale Antonio Garbasso, sottoposto a restauro conservativo. Esso ospita la maggior parte degli uffici giudiziari. Il secondo volume è stato progettato ex novo e accoglie il garage, gli archivi, una grande hall a più livelli, due grandi aule a doppia altezza, una serie di uffici e la sala stampa, oltre ai relativi servizi. L'impianto planimetrico è basato su un'ellisse, sezione di cono con vertice inclinato rispetto all'asse verticale dell'edificio. La parete nord a conca in granito segue la curvatura della superficie del cono, ma il suo rivestimento esterno è realizzato attraverso una serie di lastre piane di identica dimensione. La parete sud è formata da due superfici liberamente ondulate, ma, poiché queste curve complesse derivano da sistemi rigati, sono realizzate attraverso elementi semplici: pilastri rettilinei in acciaio disposti ognuno secondo una diversa inclinazione, che sostengono elementi di raccordo piani modulari in acciaio, tutti rettilinei. Il progetto è legato ad alcune metafore: il rapporto con le antiche mura della città, la fragilità apparente di una foglia. Il progetto del Nuovo Edificio porta ed espressione architettonica due fondamentali principi della bioclimatica: il raffrescamento e il riscaldamento passivo. La scelta compositiva è indirizzata verso una facciata più protetta a nord ed una più aperta a sud per consentire un miglior controllo climatico e quindi un abbattimento dei costi energetici. Nel 2002 il palazzo riceve il Premio Internazionale IAA per il miglior edificio del 2002.

    Il nuovo Palazzo di Giustizia di Arezzo, è un palazzo situato in Piazza Falcone e Borsellino 1, sede del tribunale di Arezzo.
  • Santi Lorentino e Pergentino

    Santi Lorentino e Pergentino

    Santi Lorentino e Pergentino

    Santi Lorentino e PergentinoFu costruita nel 1363 dalla Fraternita di Santa Maria della Misericordia. La versione attuale dell'edificio risale al 1702. Trecentesco è il fregio con storie dei due santi sull'architrave esterno del portale. All'interno si trovava una bellissima tavola (oggi al Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna) con la "Madonna della Misericordia", commissionata dalla Fraternita dei Laici a Parri di Spinello e realizzata tra il 1435 e il 1437. La venerazione popolare per i due santi protomartiri aretini è molto antica e la prima chiesa a loro intitolata è quella medievale, oggi viene adibita a mostre e spettacoli, posta in fondo a via Marco Perennio e costruita sul luogo della sepoltura lungo l'antica via romana.

    Fu costruita nel 1363 dalla Fraternita di Santa Maria della Misericordia. La versione attuale dell'edificio risale al 1702.
  • Santissima Annunziata

    Santissima Annunziata

    Santissima Annunziata

    Santissima AnnunziataLa chiesa sorse a seguito del miracolo della Madonna delle Lacrime avvenuto il 26 febbraio 1490. La statua della Madonna, attribuita a Michele da Firenze, era all'epoca posta nel vestibolo dell'ospedale intitolato a San Cristoforo.

    Lacrimò davanti ad un giovane di La Spezia, che tornando da Loreto, si inginocchiò per pregare la Vergine.

    E' ancora visibile l'affresco con l'"Annunciazione", opera giovanile di Spinello Aretino, databile poco dopo il 1370. L'avvio dei lavori dell'edificio attuale risale al 1491, prima sotto la direzione di Bartolomeo Della Gatta e poi, dopo la sua morte, di Antonio da Sangallo il Vecchio (1505).

    Nel 1590 fu deciso di collocare la statua della Madonna nell'altare maggiore. All'interno della chiesa elegantissimi sono i capitelli, in parte assegnati a Pietro Subisso. Esempio unico di arte vetraia è il ciclo di dodici vetrate che, iniziato nel 1509, comprende sei autografe di Guillaume de Marcillat (1520-1525).

    Al 1521 risale l'"Adorazione dei pastori" di Niccolò Soggi. A Pietro da Cortona spetta la "Vergine che appare a San Francesco" (1641). Un'opera giovanile di Giorgio Vasari è la "Deposizione".

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    La chiesa sorse a seguito del miracolo della Madonna delle Lacrime avvenuto il 26 febbraio 1490.
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  • Santa Croce

    Santa Croce

    Santa Croce

    Santa CroceLa chiesa sorse sul luogo di un tempio pagano del II secolo a. C. ed è documentata per la prima volta nel 1081. In quell'anno vicino alla chiesa era stato fondato un convento di monache Benedettine, dette le signore di Santa Croce, che furono obbligate da Cosimo I de' Medici a trasferirsi entro le mura, dopo la costruzione della nuova cinta muraria. L'esterno della chiesa ha conservato le strutture del XII secolo soltanto nell'abside, caratterizzata da influssi di stampo ravennate riconoscibili negli archetti pensili aggettanti su mensole e coronati da una decorazione in laterizio. La facciata è stata ricostruita.

    La chiesa sorse sul luogo di un tempio pagano del II secolo a. C. ed è documentata per la prima volta nel 1081.
  • Sant'Antonio Abate a Saione

    Sant'Antonio Abate a Saione

    Sant'Antonio Abate a Saione

    Sant'Antonio Abate a SaioneLa chiesa fu costruita verso la fine dell'alto Medioevo in una zona con molta probabilità ricca di pascoli e di greggi, di cui il santo titolare è patrono. La struttura attuale risale al XII secolo. Il patronato della chiesa, in origine della famiglia Testi, passò ai Marsuppini, ai Bacci e dal 1805 ai Centeni-Romani, divenendone nel 1851 un sepolcreto di famiglia. La chiesa era stata destinata a luogo di sepoltura già nel 1767, in occasione di una grave epidemia abbattutasi in quell'anno su Arezzo. Nel 1777 l'edificio fu completamente restaurato, rifacendo il portale, spostando il presbiterio con l'altare e facendo costruire il campanile. All'interno furono affrescate le pareti e la calotta absidale da Liborio Ermini. Della fine del XVIII secolo è la scultura lignea con "Cristo caduto sotto il peso della croce", eseguita da L.Chiari.

    La chiesa fu costruita verso la fine del XII secolo in una zona con molta probabilità ricca di pascoli e di greggi.
  • Santa Maria a Gradi

    Santa Maria a Gradi

    Santa Maria a Gradi

    Santa Maria a Gradi Nel 1591 i Camaldolesi decisero di costruire la chiesa attuale, su disegno di Bartolomeo Ammannati; i lavori terminarono nel 1611. Il monastero è documentato già nel 1043. L'assetto odierno è privo di transetto, con gli spazi scanditi da lesene con capitelli dorici. Tre per parte sono le cappelle sistemate nel Seicento, dalle quali entro finte nicchie, si affacciano figure di "Apostoli". Nel 1631 fu costruito il campanile, mentre al 1711 risale il soffitto ligneo. Settecentesco è l'altare maggiore in marmo. Ad un collaboratore di Andrea della Robbia è attribuita la "Madonna della Misericordia" detta anche dei cocci. Il "Sant'Andrea Zoerandro e Carlo Borromeo" di Vincenzo Dandini (1658) e la "Madonna Assunta tra santi" di Bernardino Santini(1633) precedono la cantoria e la cappella sottostante, dedicata a San Giuseppe, entrambe dipinte da Salvi Castellucci tra il 1653 e il 1654.. La cripta conserva un "Crocifisso" ligneo datato fine XIII-inizio XIV secolo.

    Il monastero è documentato già nel 1043. Nel 1591 i Camaldolesi decisero di costruire la chiesa attuale, su disegno di Bartolomeo Ammannati
  • Cappella della Madonna del Conforto

    Cappella della Madonna del Conforto

    Cappella della Madonna del Conforto

    Cappella della Madonna del ConfortoDalla seconda campata della navata sinistra, si accede alla cappella della Madonna del Conforto, rara opera in stile neogotico con elementi neoclassici, realizzata nel 1796 su progetto di Giuseppe del Rosso e completata nel 1817. Il suo ingresso è chiuso da una transenna marmorea con architrave sorretto da quattro pilastri sul quale è la seguente iscrizione riportata su entrambi i lati: « Confortetur cor tuum ecce mater tua » La transenna è inoltre chiusa da un'elegante cancellata in ferro battuto, realizzata nel XVIII secolo. La cappella ha pianta cruciforme mancante della campata della navata, con due ambulacri tra i due bracci del transetto e la campata presbiterale; quest'ultima termina con un'abside trilobata illuminata da monofore rettangolari. La crociera è coperta con una cupola semisferica cassettonata con lanterna, priva di tamburo; nei quattro pennacchi, vi sono degli affreschi monocromi raffiguranti quattro profeti: Isaia, Ezechiele, Daniele, Geremia. Gli altri ambienti della cappella sono invece coperti con volta a crociera anch'essa affrescata. Gli affreschi sono opera di Luigi Ademollo e Luigi Catani, che li realizzarono tra il 1799 e il 1802, e raffigurano scene dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Nel braccio destro del transetto, al di sopra del sepolcro marmoreo del vescovo Agostino Albergotti, vi è una terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia raffigurante Maria Assunta in Cielo tra angeli, dell'ultimo decennio del XV secolo. Sulla parete accanto, vi è una pala con Giuditta che mostra la testa di Oloferne di Pietro Benvenuti (1804), contrapposta alla tela di Luigi Sabatelli Abigail che placa Davide (1806) posta nel braccio sinistro del transetto. In quest'ultimo, si trova anche luogo una terracotta di Andrea della Robbia e collaboratori della fine del XV secolo con la Madonna con il Bambino tra i Santi Bartolomeo e Bernardino. Nell'ambulacro di sinistra, sulla parete laterale, vi è una terracotta invetriata di Andrea della Robbia e bottega raffigurante Maria in trono col Bambino fra i Santi Donato, Maddalena, Apollonia e Bernardino da Siena e Dio Padre, risalente al 1493-1495; la sua predella è formata da tre bassorilievi anch'essi in terracotta, raffiguranti, da sinistra: la Comunione di Santa Maria Maddalena, la Natività di Gesù, il Martirio di Santa Apollonia. Sulla parete fondale dell'ambulacro, trova luogo il marmoreo monumento funebre di Nicolò Marcacci. Sulla parete laterale dell'ambulacro di sinistra, invece, vi è una terracotta di Andrea della Robbia con la Santissima Trinità tra i Santi Bernardo e Donato e angeli (1485-1486), proveniente dalla chiesa della Santissima Trinità; nella predella, la Madonna col Bambino fra i confratelli della Misericordia. La parete di fondo ospita il neoclassico ingresso monumentale al sepolcro dei vescovi aretini, sormontato da una scultura della bottega di Andrea della Robbia raffigurante Maria in adorazione del Bambino (1480 circa). L'abside è interamente occupata dal presbiterio, delimitato da una balaustra marmorea. Al centro, vi è l'altare in marmi policromi, terminato nel 1823;[10] l'ancona, affiancata da due angeli marmorei reggicandelabro, è sormontata da un timpano triangolare sorretto da due colonne corinzie; essa custodisce l'immagine della Madonna del Conforto, patrona della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, che, il 15 febbraio 1796, mentre la popolazione era preoccupata per violente scosse di terremoto, fu vista mutare miracolosamente il proprio volto da nero in bianco ed in seguito il terremoto cessò.

    Dalla seconda campata della navata sinistra del Duomo, si accede alla cappella della Madonna del Conforto, rara opera in stile neogotico.
  • Museo Diocesano

    Museo Diocesano

    Museo Diocesano

    Museo DiocesanoDi fronte al Duomo di Arezzo si trova il Palazzo Vescovile. All'interno di questo, al primo piano, ha trovato sede il nuovo Museo Diocesano denominato "Mudas Museum" e che vuole essere uno spaccato della vita religiosa e culturale del territorio aretino. Nella varie sale del museo trovano spazio opere di alto valore artistico, ma anche oggetti molto più modesti che semplicemente testimoniano la cultura religiosa nel corso dei secoli. Chiaramente è la quadreria a rappresentare la maggior attrazione del museo. Sono presenti autori come Teofilo Torri, Andrea di Nerio, Spinello Aretino, Santi di Tito, Domenico Pecori e Signorelli. In un museo aretino non potevano mancare testimonianze artistiche di Giorgio Vasari. Oltre l'arte pittorica è ben rappresentata nel Mudas Museum la scultura mostrata in particolare con antichi ed antichissimi crocifissi. L'arte della filatura è rappresentata da preziosissimi paramenti, molto spazio ha anche l'oreficeria sacra. In alto quel grande museo d'arte e architettura rappresentato dal Duomo di Arezzo, pochi gradini più in basso il Museo Diocesano o Mudas Museum. In poco spazio tanti motivi per dedicare un po' del nostro tempo ad aspetti indelebili nei secoli. Mudas Museum è aperto tutti i giorni dalle 10 alle 18.

    Di fronte al Duomo di Arezzo si trova il Palazzo Vescovile con all'interno il nuovo Museo Diocesano denominato "Mudas Museum".
  • Monumento al Petrarca

    Monumento al Petrarca

    Monumento al Petrarca

    Monumento al PetrarcaTra il duomo di Arezzo e la Fortezza medicea, in posizione centrale del "Prato", si trova l'enorme monumento dedicato al grande poeta aretino del Trecento Francesco Petrarca. La storia di questo monumento relativamente recente (fu inaugurato il 25 novembre del 1928 da Re Vittorio Emanuele) è stata lunga e travagliata, non tanto nella sua esecuzione pratica, quanto in tutte le fasi progettuali burocratiche e ricerca di fondi precedenti. Basti pensare che l'idea del monumento al concittadino Petrarca venne alla luce in un consiglio comunale dell'ottobre 1902, i lavori di realizzazione pratica di questo iniziarono nel 1925 ad opera dello scultore Alessandro Lazzerini e i suoi collaboratori che aveva vinto il concorso nel 1907. In realtà la "prima pietra" era già stata posta nel 1914, ma i lavori in quel momento erano iniziati e poco dopo si erano praticamente conclusi a causa dell'inizio della prima Guerra Mondiale. Comprendere il significato dei vari oggetti e personaggi che "s'intrecciano" ai piedi di un maestoso Petrarca rivolto verso quel duomo che il poeta a visto nascere non è facile e mal descrivibile se non di fronte al monumento. Per molti anni il bianco marmo di Carrara del monumento è rimasto annerito dallo smog, ma anche dalle sporcizie naturali del parco. Ora, che da poco tempo è stato ben ripulito, merita a maggior ragione una visita per osservarne la sua simbologia e la candida lucentezza.

    Tra il duomo di Arezzo e la Fortezza medicea si trova l'enorme monumento dedicato al grande poeta aretino del Trecento Francesco Petrarca.
  • Casa del Petrarca

    Casa del Petrarca

    Casa del Petrarca

    Casa del PetrarcaL'edificio in primo piano nella foto è la casa natale di Francesco Petrarca. Lì il poeta nella sua infanzia avrebbe visto nascere il Duomo di Arezzo posto a pochi metri da questa abitazione. L'attuale edificio è una costruzione di fine Quattrocento, Petrarca nacque nel 1304. Le due cose sembrano avvalorare la tradizione. In realtà da un restauro all'edificio del 1926 vennero alla luce resti di una costruzione databili XIII secolo. Oggi la casa è sede dell'Accademia Petrarca. Il cortile d'ingresso alla casa natale di Francesco Petrarca ad Arezzo in via dell'Orto 28, a due passi dalla cattedrale aretina. Il poeta che nacque nella città toscana nel 1304 è ritenuto il primo lirico della letteratura italiana. Fu grande amico di Boccaccio. La sua grande opera letteraria fu il "Canzoniere" dedicata a Laura, la donna da lui amata ma non ricambiato perché già sposata. La sua casa natale ad Arezzo è oggi sede della prestigiosa ACCADEMIA PETRARCA, un'associazione culturale aretina nata nel 1787 da un'idea della scienziato aretino Francesco Redi che non si limitò solo all'idea, ma provvede a creare anche le fondamenta della nuova accademia donandogli la sua grande biblioteca. L'Accademia Petrarca ha avuto come soci illustri figure della letteratura italiana come Silvio Pellico, Giosuè Carducci, Alessandro Manzoni e figure politiche come Bettino Ricasoli e il Conte Camillo Benso di Cavour. La sede dell'accademia, più nota come Casa di Francesco Petrarca, è anche una sorta di museo. Per visite, informazioni e orari contattare la segreteria dal lunedì al sabato 9:30 - 12:30.

    Casa natale di Francesco Petrarca lì il poeta nella sua infanzia avrebbe visto nascere il Duomo di Arezzo posto a pochi metri da questa abitazione.
  • Palazzo Lodomeri Sassoli Albergotti

    Palazzo Lodomeri Sassoli Albergotti

    Palazzo Lodomeri Sassoli Albergotti

    Palazzo Lodomeri Sassoli AlbergottiIl Palazzo Pretorio di Arezzo, oggi sede della Biblioteca Comunale, è ritenuto uno degli edifici più prestigiosi della città. Questo palazzo è il risultato della fusione, avvenuta a cavallo tra Trecento e Quattrocento, delle residenze di tre importanti famiglie aretine: i Lodomeri, i Sassoli e gli Albergotti. Il nome del palazzo, Pretorio, da solo ci lascia intendere la sua funzione. In questo luogo si emettevano giudizi, così, forse per praticità, nel XIV secolo una parte di questo fu adibito a prigione. Chi subiva condanna non aveva bisogno di spostamenti. Particolare ed inconfondibile è la facciata del palazzo, praticamente coperta di stemmi. Simboleggiano i tanti Capitani di Giustizia (i giudici di allora), Podestà e commissari fiorentini che durante vari secoli hanno governato Arezzo. Palazzo Pretorio rimase carcere fino al 1926, quando fu oggetto di un profondo restauro durato otto anni. Fu quindi sede per più di trent'anni del museo medievale. Nel 1959 divenne la sede dell'importante Biblioteca Comunale di Arezzo.

    Il Palazzo Pretorio di Arezzo, oggi sede della Biblioteca Comunale, è ritenuto uno degli edifici più prestigiosi della città.
  • Logge del Vasari

    Logge del Vasari

    Logge del Vasari

    Logge del VasariLe Logge Vasari, o Medicee, di Arezzo sono un buon motivo per gli appassionati della fotografia di architettura che al tempo stesso vogliono raccontare la storia di un luogo. Dopo una prima metà del Cinquecento che vede Arezzo impegnata in insurrezioni contro Firenze e a combattere contro un'improvvisa pestilenza, la seconda metà del secolo vede rientrare la città toscana prima sotto il dominio fiorentino e poi del Granducato di Toscana di cui Cosimo I de' Medici ne fu il primo Granduca nel 1569. Forte di questa importante carica Cosimo I diede inizio a molti mutamenti architettonici in varie città toscane tra cui Arezzo. Molte furono le trasformazioni che subì questo luogo, tra cui la costruzione di queste logge medicee e il sovrastante palazzo che andarono a sostituire il Palazzo del Comune e quello del Capitano del Popolo che fino a quel momento avevano dominato la grande piazza sottostante. Più che con il nome di Medicee queste logge sono note ad Arezzo come Logge Vasari perché progettate dal grande pittore, architetto e storico dell'arte Giorgio Vasari. Un aretino nato nel 1511 che si trova a progettare un grande lavoro per la sua città natale, ma commissionatogli da un duca fiorentino. Palazzo e relative logge fu uno degli ultimi lavori di Vasari. Il progetto risale alla fine del 1572, vasari morirà nel giugno del 1574 a Firenze. Non ne vedrà quindi la realizzazione che sarà ultimata nel 1595. Una elegante opera rinascimentale che ben s'intona al contesto medievale e che diviene il passeggio per le famiglie più importanti di Arezzo. Forse anche a questo aveva pensato Cosimo I de' Medici che neanche lui potrà vedere le logge perché muore due mesi prima di Vasari.

    Le Logge Vasari sono un buon motivo per gli appassionati di fotografia che al tempo stesso vogliono raccontare la storia di un luogo
  • Orologio della Fraternita

    Orologio della Fraternita

    Orologio della Fraternita

    Orologio della FraternitaLa torre dell'orologio e campanile posto sopra la parte antica del Palazzo della Fraternità dei Laici in Piazza Grande ad Arezzo fu realizzata nel Cinquecento al momento che fu pronto l'ingegnoso meccanismo dell'orologio realizzato da Felice da Fossato. Particolarità di questo orologio è che oltre l'orario indica anche le fasi lunari. Questo elemento architettonico che caratterizza e rende inconfondibile il palazzo fu progettato da Giorgio Vasari e fu aggiunto all'edificio a metà Cinquecento, dopo che il maestro orologiaio Felice da Fossato ebbe terminato nel 1552 il complesso meccanismo dell'orologio visitabile dai turisti. Questo orologio ha la particolarità che oltre le ore mostra anche l'apparente moto del sole intorno alla terra e le fasi lunari. Per capire come osserviamo l'elegante quadrante ingrandito a destra nella foto. Oltre ai 12 numeri romani sono riportati, su un cerchio interno, 29 numeri arabi, coincidenti coi giorni del mese lunare, mentre su un disco in rame sono tracciate delle figure geometriche corrispondenti alle varie posizioni della luna (terzili, quartili e sestili). Due sfere di metallo sopra il disco ed una terza esterna rappresentano rispettivamente la terra, al centro secondo il sistema tolemaico ancora in auge al tempo della costruzione dell'orologio, la luna, metà bianca e metà nera, e infine il sole. È opportuno ricordare che orologi di questo tipo, ancora oggi esistenti, sono rarissimi. Una leggenda aretina vuole il progettista e costruttore Maestro Felice da Fossato accecato dopo il collaudo del 1552 perché non ne costruisse altri così belli e complessi, altri dicono che sia stato ammazzato al termine del lavoro, sempre per la stessa ragione. Queste rimembranze popolari, che si perdono nel passato, evidenziano la convinzione generale in quel periodo che si trattasse di un'opera così complessa, quindi incomprensibile ai più nel funzionamento, e anche nella lettura, da giustificare i drastici provvedimenti di accecamento o addirittura di uccisione dell'autore. Questa la leggenda nata certamente per dare ancora più forza al valore e alla rarità dell'orologio. Le note storiche dell'epoca parlano di ritorno del Maestro orologiaio Felice di Salvatore a Fossato di Vico assolutamente tranquillo e dopo aver ricevuto quanto pattuito per il compenso, che fu parte in denaro e parte con la vecchia macchina quattrocentesca del precedente orologio della Fraternita.

    Realizzato nel 500 l'ingegnoso meccanismo dell'orologio oltre l'orario indica anche le fasi lunari.
  • Madonna del Rossellino

    Madonna del Rossellino

    Madonna del Rossellino

    Madonna del RossellinoBernardo Rossellino è l'autore di questa bella Madonna della Misericordia posta sopra il portone d'accesso al Palazzo della Fraternita dei Laici di Arezzo. Due angeli sorreggono il mantello della Vergine, ai lati dell'opera sono rappresentati i Santi Lorentino e Pergentino patroni della Fraternita il cui stemma sta accanto ad ognuno di questi due santi. Bernardo Rossellino fu scultore e architetto nato a Settignano nel 1409 e morto a Firenze nel 1464. Suo punto di riferimento fu Leon Battista Alberti di cui fu collaboratore in certe opere fiorentine. Come quest'ultimo, dunque, fu tra gli artefici dell'avvento dello stile rinascimentale in architettura. In questo campo Bernardo Rossellino è noto per la sistemazione della piazza centrale di Pienza dove dal 1459, su commissione di Papa Pio II, lavorò al Duomo, al Palazzo Vescovile, al Palazzo Comunale e a Palazzo Piccolomini. Agli inizi degli anni Cinquanta era stato attivo anche a Roma chiamato da Papa Niccolò V per sviluppare un grande progetto per San Pietro. Come già accennato sopra fu ben presente a Firenze, a fianco di Leon Battista Alberti (Palazzo Rucellai la collaborazione più importante) e con opere sue. Tra queste sono da ricordare il monumento funebre di Leonardo Bruni, cancelliere della Repubblica Fiorentina, che si trova nella Chiesa di Santa Croce e la Tomba del Cardinale Giacomo di Lusitania, detto "del Portogallo" perché membro della famiglia reale di questo Paese, nella Basilica di San Miniato a Monte. Il Rossellino attivo ad Arezzo è artista ancora giovane. E' presente in questa città dal 1433 lavorando anche in altri edifici oltre che al Palazzo della Fraternita dei Laici. Sembra suo il progetto della corte del quattrocentesco Palazzo Bruni Ciocchi, detto "Della Dogana, oggi sede del Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna.

    Bernardo Rossellino è l'autore di questa bella Madonna della Misericordia posta sopra il portone d'accesso al Palazzo della Fraternita.
  • Museo della Fraternita

    Museo della Fraternita

    Museo della Fraternita

    Museo della FraternitaLa Fraternita dei Laici è un’istituzione fondata nel 1262 e ancora oggi molto attiva sul piano di progetti d’interesse sociale (case famiglia, assistenza domiciliare ecc.) e culturale (Museo, Archivio storico, mostre, conferenze, attività didattica ed editoriale). Il Palazzo, iniziato nel 1375, fu terminato solo alla fine degli anni Cinquanta del Cinquecento. L’originale del Cristo in Pietà nella lunetta esterna del portale centrale, sostituito da una copia alla fine degli anni ’70 dello scorso secolo, si trova oggi al Museo Statale d’arte medievale e moderna di Arezzo e fu dipinto da Spinello Aretino. Il gruppo scultoreo con la Madonna della Misericordia, i Santi Lorentino e Pergentino, patroni della Fraternita, con, ai lati, San Donato e il Beato Gregorio protettori della città e della comunità cristiana di Arezzo- fu invece commissionato a Bernardo Rossellino dal Magistrato, ossia il consiglio direttivo di Fraternita, di cui fece parte anche il cancelliere fiorentino Leonardo Bruni. Tra il 1550 e il 1560 fu terminata la facciata con la costruzione della balconata e della torre dell’Orologio aristotelico- tolemaico a fasi lunari consegnato nel 1552 da Felice di Salvatore da Fossato su incarico dei rettori della Fraternita. La continuazione del Palazzo verso l’abside della Pieve di S. Maria fu terminata nella seconda metà del Seicento seguendo un progetto di Giorgio Vasari. Internamente il palazzo conserva ancora gioielli di straordinaria bellezza pittorica come l’affresco con la Maestà di Parri di Spinello Aretino, opera eseguita nel 1448 per la Fraternita, in rappresentanza della comunità della città di Arezzo per ornare la grande Sala dell’Udienza dello stesso Palazzo (adiacente l’ingresso). Nel salone centrale dell’ampio piano terra del palazzo un tempo ornato da affreschi di Bartolomeo della Gatta, ora staccati, che fu anche sede del Monte Pio, campeggia il grande affresco della Madonna della Misericordia eseguito dall’artista Teofilo Torri nell’ottobre del 1612, forse per abbellire ulteriormente il prestigioso Palazzo di Fraternita in concomitanza della venuta ad Arezzo del granduca Cosimo II (C. Verani, Spunti di cronaca cittadina nelle ricordanze di Teofilo Torri Pittore Aretino, “Atti e Memorie dell’Accademia Petrarca”, 26/27, 1939, pp. 129-133). Dopo la ristrutturazione del Palazzo di Fraternita, caldeggiata dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena nel 1781, che portò all’apertura al pubblico della Biblioteca di Fraternita e, successivamente, alla fondazione di una accademia artistica, la Scuola Libera di disegno e modellazione, venne intrapreso da parte dei rettori di Fraternita un vasto programma decorativo che incluse anche il dipinto murale della Pallade Athena opera di Angelo Ricci. Il soggetto, che riecheggia il bronzo etrusco rinvenuto ad Arezzo nel XVI secolo e subito entrato nelle raccolte medicee insieme alla celebre Chimera, rappresenta l’emblema della saggezza ma anche del legame con la cultura e l’arte antica.

    La Fraternita dei Laici è un’istituzione fondata nel 1262 e ancora oggi molto attiva sul piano di progetti d’interesse sociale.
  • Pozzo del Boccaccio

    Pozzo del Boccaccio

    Pozzo del Boccaccio

    Pozzo del BoccaccioDi fronte alla casa del Petrarca troviamo il Pozzo di Tofano, accennato nel Decamerone di Boccaccio. La leggenda narra che ad Arezzo un bel giovane di nome Tofano che era molto geloso della moglie, la quale non sopportava la sua gelosia e decise di andare con altro uomo, e puntualmente tutte le sere la donna andava da quest'uomo, ubriacando il marito affinché questi non si accorgesse del fatto. Una giorno il marito, capendo qualcosa, finse di ubriacarsi e quando la donna andò a casa dell'amante, la chiuse fuori e al suo ritorno non la faceva entrare. Cosicchè la donna, al ritorno trovandosi fuori casa, minacciò di buttarsi dentro al pozzo così la gente avrebbe creduto che l'avesse buttata lui mentre era ubriaco, allora la donna prese una grande pietra e la gettò nel pozzo, questa fece un grande tonfo e fece credere al marito che la donna si fosse suicidata e di corsa, lui impaurito, uscì a salvarla, ma ella si era nascosta dietro la porta. Tra i due ci fu riconciliazione e il marito preso da grande spavento le promise che da allora in poi non sarebbe più stato geloso.

    Di fronte alla casa del Petrarca troviamo il Pozzo di Tofano, accennato nel Decamerone di Boccaccio.
  • Museo Archeologico Mecenate

    Museo Archeologico Mecenate

    Museo Archeologico Mecenate

    Museo Archeologico MecenateIl Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate ha sede nell’ex Convento di San Bernardo (XIV sec.), sorto sui resti dell’anfiteatro romano (inizi II sec. d.C.). Il Museo, articolato in ben 26 sale, vanta una straordinaria collezione di vasellame in terra sigillata “aretina” (originale tecnica di impermeabilizzazione della ceramica) frutto dei rinvenimenti degli scavi otto-novecenteschi e conserva lo splendido cratere a volute a figure rosse attribuito al ceramografo attico Euphronios decorato con scene di Amazzonomachia. Tra i reperti più significativi, inoltre, si distinguono i preziosi gioielli della Necropoli di Poggio del Sole, un’imponente lastra decorativa policroma con scene di combattimento dal frontone di un tempio scoperto in città, una serie di teste-ritratto rinvenute in Via della Società Operaia ad Arezzo nonchè i reperti del Santuario di Castelsecco (San Cornelio - Arezzo) ed un esemplare monetale di notevoli dimensioni di cui sono noti solo due esemplari al mondo. All’età romana appartengono, invece, i mosaici, i preziosi corredi tombali e un ritratto maschile in crisografia - oro su vetro - che costituisce uno dei più raffinati esempi di questa tecnica.

    Il Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate ha sede nell’ex Convento di San Bernardo sorto sui resti dell’anfiteatro romano.
  • Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna

    Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna

    Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna

    Museo Statale d'Arte Medievale e ModernaIl Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna ha sede in palazzo Bruni Ciocchi detto della Dogana, uno dei più bei palazzi rinascimentali della città. Il Museo si sviluppa su tre piani e possiede anche un giardino pensile posto a livello del primo piano: nell'antica limonaia ha ora sede il laboratorio di restauro. Per l'importanza, la varietà e la ricchezza delle opere conservate, il Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna si può considerare tra i più significativi della Toscana: la sua storia è strettamente connessa a quella della città e alle sue principali istituzioni civili e religiose. Ospita opere dei maggiori artisti aretini (Margarito, Spinello Aretino, Luca Signorelli, Giorgio Vasari), una raccolta numismatica e una delle più interessanti collezioni di ceramiche rinascimentali. I due nuclei fondamentali che compongono le raccolte del museo appartengono infatti alla Fraternita dei Laici e al Comune di Arezzo, costituite da opere provenienti dalle chiese e dai conventi soppressi e da raccolte d'arte di diversa origine e natura, riunite da collezionisti, eruditi ed artisti aretini.

    Ospita opere dei maggiori artisti aretini: Margarito, Spinello Aretino, Luca Signorelli, Giorgio Vasari.
  • Museo Fondazione I. Bruschi

    Museo Fondazione I. Bruschi

    Museo Fondazione I. Bruschi

    Museo Fondazione I. BruschiLa Casa Museo Ivan Bruschi è stata definita come un “luogo delle meraviglie” dove la percezione del gusto collezionistico e le scelte artistiche di Ivan Bruschi è ancora fortemente vivibile grazie al suggestivo allestimento della preziosa ed eclettica collezione. Innervata nell’organismo pulsante della città antica, di faccia alla mole romanica della Pieve di Santa Maria e poco lontano dalle Logge del Vasari che fanno da scenario alla Fiera Antiquaria ideata da Bruschi stesso, la dimora assume, al di là della sua destinazione museale, il valore simbolico di “casa della vita”. All’interno dell’antico Palazzo del Capitano del Popolo, uno degli edifici pubblici più importanti e rappresentativi della città durante il Basso Medioevo, come testimoniano i molti stemmi affissi alla facciata, si snoda un percorso espositivo con oltre diecimila oggetti che, pur evidenziando le predilezioni del collezionista, permette comunque di ricostruire le unità principali della raccolta che si è formata per progressivi acquisti di precedenti nuclei collezionistici e di opere disponibili sul mercato antiquario. Ivan Bruschi, nato nel 1920 a Castiglion Fibocchi in una famiglia in cui la passione per l’antiquariato e gli oggetti d’arte fu davvero molto forte, dopo aver vissuto per alcuni anni a Firenze, decise, nei primi anni Sessanta, di venire a vivere ad Arezzo, ponendo mano al restauro del Palazzetto, posseduto dalla famiglia fin dagli inizi del Novecento, che il tragico bombardamento alleato del dicembre 1943 aveva in buona parte distrutto. Questa scelta fece sì che nel 1967 Bruschi aprisse il suo negozio di antiquariato nei locali della Galleria di Piazza San Francesco. Figlio d’arte, suo padre Pietro e suo fratello maggiore erano mercanti di mobili antichi, Ivan Bruschi aveva conosciuto durante gli studi Roberto Longhi e arricchendosi di competenze artistiche sempre più specifiche decise di dedicare la propria vita alla tutela, alla valorizzazione e al collezionismo di oggetti d’arte ai quali si avvicinava senza alcun pregiudizio di valore, ma animato esclusivamente da un’innata curiosità, intellettuale passione e raffinato gusto eclettico. Per far conoscere, diffondere e condividere l’amore per l’arte oltre i propri confini biografici, Bruschi decise di rendere di pubblica fruizione la propria dimora e le collezioni ivi conservate. Nel suo testamento pubblico istituì la Fondazione Ivan Bruschi, nominandola erede delle proprie fortune, affinché proseguisse, in forme diverse, la sua opera. Nel dicembre 1996 Ivan Bruschi chiuse gli occhi sulle vicende del mondo nel piano alto del Palazzo del Capitano del Popolo. Restaurato il palazzo, inventariate e studiate tutte le collezioni dagli esperti della Scuola Normale Superiore di Pisa, la dimora dell’antiquario aperta al pubblico si è svelata come uno scrigno di eclettici tesori. Una serie considerevole di frammenti archeologici, scultorei ed epigrafici, danno il benvenuto a chi entra nella Casa Museo: forme e lettere decorano l’ingresso quasi ad evocare le parole e i cordiali colloqui qui intrattenuti dal distinto padrone di casa ed i suoi illustri ospiti. La visita si sviluppa in una successione di sedici sale, distribuite su tre piani, sobrie ed eleganti, curate in ogni dettaglio, dove l’efficace allestimento museografico valorizza coerentemente l’attenzione posta dal colto collezionista nella scelta equilibrata e armoniosa delle proprie collezioni. Le opere esposte riguardano un percorso storico che inizia da ventiduemila anni avanti Cristo, con la preziosa Venere d’Arezzo, per terminare con arredi ed oggetti del XX secolo, senza dimenticare l’ampia sezione archeologica composta da pregevoli testimonianze etrusche, greche e romane. Le pareti sono arricchite da incisioni, disegni e opere pittoriche delle cerchie di Tommaso Bernabei La Casa Museo Ivan Bruschi è stata definita come un “luogo delle meraviglie” dove la percezione del gusto collezionistico e le scelte artistiche di Ivan Bruschi è ancora fortemente vivibile grazie al suggestivo allestimento della preziosa ed eclettica collezione. Innervata nell’organismo pulsante della città antica, di faccia alla mole romanica della Pieve di Santa Maria e poco lontano dalle Logge del Vasari che fanno da scenario alla Fiera Antiquaria ideata da Bruschi stesso, la dimora assume, al di là della sua destinazione museale, il valore simbolico di “casa della vita”. All’interno dell’antico Palazzo del Capitano del Popolo, uno degli edifici pubblici più importanti e rappresentativi della città durante il Basso Medioevo, come testimoniano i molti stemmi affissi alla facciata, si snoda un percorso espositivo con oltre diecimila oggetti che, pur evidenziando le predilezioni del collezionista, permette comunque di ricostruire le unità principali della raccolta che si è formata per progressivi acquisti di precedenti nuclei collezionistici e di opere disponibili sul mercato antiquario. Ivan Bruschi, nato nel 1920 a Castiglion Fibocchi in una famiglia in cui la passione per l’antiquariato e gli oggetti d’arte fu davvero molto forte, dopo aver vissuto per alcuni anni a Firenze, decise, nei primi anni Sessanta, di venire a vivere ad Arezzo, ponendo mano al restauro del Palazzetto, posseduto dalla famiglia fin dagli inizi del Novecento, che il tragico bombardamento alleato del dicembre 1943 aveva in buona parte distrutto. Questa scelta fece sì che nel 1967 Bruschi aprisse il suo negozio di antiquariato nei locali della Galleria di Piazza San Francesco. Figlio d’arte, suo padre Pietro e suo fratello maggiore erano mercanti di mobili antichi, Ivan Bruschi aveva conosciuto durante gli studi Roberto Longhi e arricchendosi di competenze artistiche sempre più specifiche decise di dedicare la propria vita alla tutela, alla valorizzazione e al collezionismo di oggetti d’arte ai quali si avvicinava senza alcun pregiudizio di valore, ma animato esclusivamente da un’innata curiosità, intellettuale passione e raffinato gusto eclettico. Per far conoscere, diffondere e condividere l’amore per l’arte oltre i propri confini biografici, Bruschi decise di rendere di pubblica fruizione la propria dimora e le collezioni ivi conservate. Nel suo testamento pubblico istituì la Fondazione Ivan Bruschi, nominandola erede delle proprie fortune, affinché proseguisse, in forme diverse, la sua opera. Nel dicembre 1996 Ivan Bruschi chiuse gli occhi sulle vicende del mondo nel piano alto del Palazzo del Capitano del Popolo. Restaurato il palazzo, inventariate e studiate tutte le collezioni dagli esperti della Scuola Normale Superiore di Pisa, la dimora dell’antiquario aperta al pubblico si è svelata come uno scrigno di eclettici tesori. Una serie considerevole di frammenti archeologici, scultorei ed epigrafici, danno il benvenuto a chi entra nella Casa Museo: forme e lettere decorano l’ingresso quasi ad evocare le parole e i cordiali colloqui qui intrattenuti dal distinto padrone di casa ed i suoi illustri ospiti. La visita si sviluppa in una successione di sedici sale, distribuite su tre piani, sobrie ed eleganti, curate in ogni dettaglio, dove l’efficace allestimento museografico valorizza coerentemente l’attenzione posta dal colto collezionista nella scelta equilibrata e armoniosa delle proprie collezioni. Le opere esposte riguardano un percorso storico che inizia da ventiduemila anni avanti Cristo, con la preziosa Venere d’Arezzo, per terminare con arredi ed oggetti del XX secolo, senza dimenticare l’ampia sezione archeologica composta da pregevoli testimonianze etrusche, greche e romane. Le pareti sono arricchite da incisioni, disegni e opere pittoriche delle cerchie di Tommaso Bernabei


    La Casa Museo Ivan Bruschi è stata definita come un “luogo delle meraviglie”, suggestivo è allestimento della preziosa ed eclettica collezione.
  • Affreschi di Piero della Francesca

    Affreschi di Piero della Francesca

    Affreschi di Piero della Francesca

    Affreschi di Piero della FrancescaLa Basilica di San Francesco, edificata a partire dalla seconda metà del XIII secolo, è un edificio in pietre e mattoni in semplice stile gotico. La sua costruzione fu terminata nel XIV secolo, mentre il campanile fu aggiunto nel XVI secolo. La Basilica è a una navata e racchiude uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale, la Cappella Bacci con il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce, dipinti da Piero della Francesca tra il 1452 ed il 1466. Il tema del ciclo è tratto dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Gli affreschi sono posti su tre livelli sulle pareti laterali e sul fondo. Nella disposizione delle scene, Piero della Francesca non rispettò l’andamento cronologico ma sviluppò la simmetria fra le varie scene dipinte: in alto sono rappresentate delle scene all’aperto, nel centro scene di corte e in basso scene di battaglia. Nella Basilica vi sono altre cappelle, tra cui la Cappella Tarlati con un’Annunciazione attribuita a Luca Signorelli; una cappella con un Crocifisso dipinto da un contemporaneo di Cimabue; un’altra ancora con il monumento funebre al giureconsulto Francesco Roselli (XV secolo). Nel 1447 la famiglia aretina Bacci affidò al fiorentino Bicci di Lorenzo l’incarico di decorare la Cappella Maggiore della chiesa, allora sotto il loro patronato. Alla morte del pittore, nel 1452, erano stati dipinti, nella grande volta a crociera, soltanto i quattro "Evangelisti", il prospetto dell’arco trionfale con il "Giudizio Universale" e i due "Dottori della Chiesa" nell’intradosso dell’arco. Si presume che Piero della Francesca abbia subito proseguito i lavori, iniziando dalla parte interrotta. Il tema del ciclo è tratto dalla "Leggenda Aurea" di Jacopo da Varagine, fonte iconografica sulla quale si basano molte raffigurazioni degli artisti toscani ed italiani a partire dal Trecento. Come risulta da un documento notarile, i lavori, interrotti negli anni 1458/ 1459, risultano già terminati nel 1466. La vicenda narrata pittoricamente attraverso 12 episodi principali, inseriti nei diversi registri che compongono il ciclo, comincia dalla Morte di Adamo, rappresentata nel lunettone della parete destra e si conclude con l’Esaltazione della Vera Croce, nel lunettone della parete sinistra, e l' Annunciazione, non seguendo tuttavia la sequenza cronologica di esecuzione degli affreschi realizzati dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra, su 7 diverse "pontate" e ripartita in oltre 250 "giornate di lavoro".

    Uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale: il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca.
  • Chimera di Arezzo

    Chimera di Arezzo

    Chimera di Arezzo

    Chimera di ArezzoLa Chimera di Arezzo è un bronzo etrusco, probabilmente opera di un équipe di artigiani attiva nella zona di Arezzo, che combinava modello e forma stilistica di ascendenza greca o italiota all'abilità tecnica fornita da maestranze etrusche. È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Firenze ed è alta 65 cm. È il simbolo del Quartiere di Porta del Foro, uno dei quattro quartieri della Giostra del Saracino di Arezzo. Nella Città di Arezzo, sono poste in piazza della Stazione e sovrastanti reciprocamente due fontane, 2 fedeli copie del prezioso manufatto bronzeo. Una terza è sita sotto la Porta di San Lorentino in quanto simbolo del Quartiere che porta il nome del Santo. La sua datazione viene fatta risalire ad un periodo compreso tra l'ultimo quarto del V e i primi decenni del IV secolo a.C. Faceva parte di un gruppo di bronzi sepolti nell'antichità per poterli preservare. Con l'aiuto di Pegaso, Bellerofonte riuscì a sconfiggere Chimera con le sue stesse terribili armi: immerse la punta del suo giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Si tratta di una statua di bronzo rinvenuta il 15 novembre 1553 in Toscana, precisamente nella città d'Arezzo durante la costruzione di fortificazioni medicee alla periferia della cittadina, fuori da Porta San Lorentino (dove oggi si trova una replica in bronzo). Venne subito reclamata dal granduca di Toscana Cosimo I de' Medici per la sua collezione, il quale la espose pubblicamente presso il Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X. Venne poi trasferita presso il suo studiolo di Palazzo Pitti, in cui, come riportato da Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, "il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo". Dalle notizie del ritrovamento, presenti nell'Archivio di Arezzo, risulta che questo bronzo venne identificato inizialmente con un leone poiché la coda, rintracciata in seguito da Giorgio Vasari, non era ancora stata trovata e fu ricomposta solo nel XVIII secolo grazie ad un restauro visibile ancora oggi. Vasari nei suoi Ragionamenti sopra le invenzioni da lui dipinte in Firenze nel palazzo di loro Altezze Serenissime[2] risponde così ad un interlocutore che gli domanda se si tratta proprio della Chimera di Bellerofonte « Signor sì, perché ce n'è il riscontro delle medaglie che ha il Duca mio signore, che vennono da Roma con la testa di capra appiccicata in sul collo di questo leone, il quale come vede V.E., ha anche il ventre di serpente, e abbiamo ritrovato la coda che era rotta fra que' fragmenti di bronzo con tante figurine di metallo che V.E. ha veduto tutte, e le ferite che ella ha addosso, lo dimostrano, e ancora il dolore, che si conosce nella prontezza della testa di questo animale... » Il restauro alla coda è però un restauro sbagliato: il serpente doveva avventarsi minacciosamente contro Bellerofonte e non mordere un corno della testa della capra perché si trova sul proprio corpo. Nel 1718 venne poi trasportata nella Galleria degli Uffizi e in seguito fu trasferita nuovamente, insieme all'Idolino e ad altri bronzi classici, presso il Palazzo della Crocetta, dove si trova tuttora, nell'odierno Museo archeologico di Firenze. Nella mitologia greca la chimera (il cui nome in greco significa letteralmente capra) era un mostro che sputava fuoco, talvolta alato, con il corpo e la testa di leone, la coda a forma di serpente e con una testa di capra nel mezzo della schiena, che terrorizzava la terra della Licia. Venne uccisa da Bellerofonte in un epico scontro con l'aiuto del cavallo alato Pegaso. La Chimera di Arezzo raffigura il mostro ferito, che si ritrae di lato, e volge la testa in atteggiamento drammatico di notevole sofferenza, con la bocca spalancata e la criniera irta. La testa di capra sul dorso è già reclinata e morente a causa delle ferite ricevute. Il corpo è modellato in maniera da mostrare le costole del torace, mentre le vene solcano il ventre e le gambe. Probabilmente, la Chimera faceva parte di un gruppo con Bellerofonte e Pegaso ma non si può escludere completamente l'ipotesi che si trattasse di un'offerta votiva a sé stante. Quest'ipotesi sembra essere confermata dalla presenza di un'iscrizione sulla zampa anteriore destra, in cui vi si legge la scritta TINSCVIL o TINS'VIL (TLE^2 663), che significa "donata al dio Tin", supremo dio etrusco del giorno. La Chimera presenta elementi arcaici, come la criniera schematica e il muso leonino simile a modelli greci del V secolo a.C., mentre il corpo è di una secchezza austera. Altri tratti sono invece più spiccatamente naturalistici, come l'accentuazione drammatica della posa e la sofisticata postura del corpo e delle zampe. Questa commistione è tipica del gusto etrusco della prima metà del IV secolo a.C. e attraverso il confronto con leoni funerari coevi si è giunti a una datazione attorno al 380-360 a.C. È da osservare il particolare della criniera, molto lavorata, e che riproduce abbastanza fedelmente (per l'epoca) l'aspetto naturale della fiera.

    La Chimera di Arezzo è un bronzo etrusco opera di un équipe di artigiani attiva nella zona di Arezzo.
  • Statua di Ferdinando di Lorena

    Statua di Ferdinando di Lorena

    Statua di Ferdinando di Lorena

    Statua di Ferdinando di LorenaIn cima alla salita di Piaggia di Murello di trova questo monumento marmoreo ritraente Ferdinando III di Lorena (Firenze 1769-1824) che fu Granduca di Toscana in due periodi distinti a cavallo dell'età napoleonica, dal 1790 al 1799 e dal 1814 al 1844, anno della sua morte. L'opera fu fortemente voluta dagli aretini in segno di riconoscenza al Duca per quanto aveva fatto nell'ambito della viabilità che collegava Arezzo alle zone limitrofe della Toscana e oltre. Fu per volere di Ferdinando III che fu aperta l'attuale Via Anconetana, cioè, come dice il nome, verso Ancona, ossia le Marche e il litorale adriatico. La statua di questo Granduca "austriaco" di Toscana fu commissionata allo scultore fiorentino Stefano Ricci che la consegnò ad Arezzo nel 1822. Inizialmente fu posta in Piazza Grande, poi, nel 1932, trovò definitiva collocazione il questo punto dove la salita di Piaggia di Murello termina incontrandosi con Via del Saracino, a destra, Via Ricasoli, a dritto, (che conduce al Duomo di Arezzo da dove è iniziato l'itinerario di questa sezione web) e via di Sasso Verde, a sinistra, che imboccheremo adesso per raggiungere la vicina Piazza San Domenico e l'omonima Basilica.

    In cima alla salita di Piaggia di Murello di trova il monumento marmoreo ritraente Ferdinando III di Lorena.
  • Statua di Ferdinando I°

    Statua di Ferdinando I°

    Statua di Ferdinando I°

    Statua di Ferdinando I°La statua di Ferdinando I de' Medici posta in cima alla scalinata del Duomo aretino. Fu realizzata a fine Cinquecento dallo scultore francese Pierre Francheville, italianizzato Pietro Francavilla (1550 circa - 1616). Questa statua di Ferdinando I, situata in questo preciso punto, vuole sicuramente essere il simbolo del dominio fiorentino su Arezzo. Il Granduca di Toscana sembra voler dominare sul Palazzo dei Priori, sullo sfondo della foto, oggi sede del Comune di Arezzo. Dal Trecento in poi questo palazzo è sempre stato sede del potere amministrativo della città. Nel periodo di Granducato di Ferdinando I (1587-1609) Arezzo ebbe un periodo tranquillo, sia dal punto di vista politico sia sotto quello strutturale della città, quest'ultimo era stato invece fortemente modificato con il padre Cosimo I. Ferdinando I (1549-1609) fu figura di spicco nella Famiglia Medici. Non ancora quattordicenne fu eletto cardinale, questo lo portò a trasferirsi a Roma nel 1571. Qui, nonostante la sua giovanissima età, mise già in mostra le sue capacità amministrative. Nel 1587 divenne Granduca di Toscana mantenendo al contempo la carica cardinalizia che dovette lasciare due anni più tardi per sposare Maria Cristina di Lorena, matrimonio che lo avvicinava politicamente alla Francia, cosa che gli serviva per allontanare la Toscana da una sorta di sottomissione alla Spagna. Avvicinamento che rafforzò ulteriormente l'anno seguente (1600) quando diede in moglie sua nipote Maria de' Medici al Re di Francia Enrico IV di Borbone. Ma i suoi matrimoni politici non erano finiti: nel 1608 per legarsi all'Austria combinò il matrimonio tra il suo figlio Cosimo e Maria Maddalena d'Austria, dopo aver dato aiuto a questo stato, qualche anno prima, nella quinta guerra austro turca. Ferdinando I de' Medici non fu sono uomo di alleanze e strategie politiche. Si distinse anche per importanti riforme economiche, fiscali e sociali, per il potenziamento del porto di Livorno. Fece bonificare molti terreni paludosi, così da renderli fertili e combattere la malaria. Va ricordato che nello spazio di un mese, alla fine del 1562, Ferdinando I aveva perso per questa malattia la madre Eleonora di Toledo (spagnola, figlia del vice re di Napoli, anche per questo il legame tra Toscana e Spagna), il fratello Giovanni e la sorella Grazia. Ferdinando I continuò la nobile tradizione della Famiglia Medici in fatto di mecenatismo nei confronti dell'arte e della cultura in generale.

    La statua di Ferdinando I de' Medici posta in cima alla scalinata del Duomo aretino.
  • Statua di Vittorio Fossombroni

    Statua di Vittorio Fossombroni

    Statua di Vittorio Fossombroni

    Statua di Vittorio FossombroniScolpito dallo scultore fiorentino Pasquale Romanelli, nel 1864, il monumento a Vittorio Fossombroni domina la scalinata della chiesa di S. Francesco. L'opera è dedicata al grande statista, economista, matematico e studioso di idraulica, era stata decisa dal Comune già dal 1844. A causa di carenza di fondi per l'esecuzione, la statua fu eseguita nel 1864 sotto la committenza del Conte Enrico Fossombroni, che ne pagò l'esecuzione e cedette l'opera terminata al Comune di Arezzo che fece erigere il monumento nello stesso anno.

    Scolpito dallo scultore fiorentino Pasquale Romanelli, nel 1864, il monumento a Vittorio Fossombroni domina la scalinata della chiesa di S. Francesco.
  • Busto di Giorgio Vasari

    Busto di Giorgio Vasari

    Busto di Giorgio Vasari

    Busto di Giorgio VasariProgettato da G. Castellucci ed eseguito da A. Lazzerini il monumento a Giorgio Vasari, posto sul primo pilastro delle Logge da egli stesso progettate, rappresenta la gratitudine della Città di Arezzo al celebre pittore, scultore ed architetto aretino. Il monumento fu eseguito e inaugurato nel 1911, quarto centenario della nascita di G. Vasari.

    Eseguito da A. Lazzerini il monumento a Giorgio Vasari è posto sul primo pilastro delle Logge da egli stesso progettate.
  • Statua della Minerva

    Statua della Minerva

    Statua della Minerva

    Statua della MinervaLa statua, che si ritiene risalente al III secolo a.C., fu rinvenuta nel 1541 e acquistata dal granduca Cosimo I de Medici. Uno dei bronzi più celebri conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la cosiddetta Minerva di Arezzo. Uno dei grandi bronzi antichi che si pensa risalga al III sec.a.C., raffigurante Minerva, rinvenuto nel 1541 nell''area della chiesa di San Lorenzo in Arezzo, fu successivamente acquistato dal granduca Cosimo I, che lo espose a partire dal 1558 nel suo scrittoio di Palazzo Vecchio. I dati emersi dalle approfondite ricerche e analisi hanno evidenziato la stretta relazione della Minerva, eseguita con l'utilizzo della tecnica della fusione diretta e pertanto ricondotta a fabbrica italica, con un modello risalente al IV sec. a.C. riferibile allo scultore greco Prassitele. Una copia è posta nello slargo Colcitrone a pochi metri dalla sede del Quartiere di Porta Crucifera

    La statua, che si ritiene risalente al III secolo a.C., fu rinvenuta nel 1541 e acquistata dal granduca Cosimo I de Medici.
  • Colle Pionta - Duomo vecchio

    Colle Pionta - Duomo vecchio

    Colle Pionta - Duomo vecchio

    Colle Pionta - Duomo vecchioIl colle del Pionta è situato a ponente di Arezzo, oltre la cinta muraria della Città.

    Il toponimo si fa risalire all'alto germanico biunda o piunta "terreno recintato o fortificato", anche conosciuto col nome di Duomo vecchio, in quanto antica sede vescovile dalle origini della diocesi aretina al 1203, anno di trasferimento della Cattedrale in città nell'odierno Duomo.

    Dai documenti si sa che l'antica sede vescovile era composta da due chiese Cattedrali, la prima conosciuta col titolo di S. Maria e S. Stefano, e l'altra col titolo di tempio di S. Donato; inoltre del complesso vescovile dovevano far parte la Canonica, con le abitazioni del clero; e le varie scuole di copistica, calligrafia, archivistica e canto, dove si formò il celebre Guido Monaco.

    Il sito, già parzialmente abbandonato dal XIII secolo in poi, fu definitivamente abbandonato nel 1561 quando il Granduca Cosimo I ne ordinò la distruzione.

    Gli scavi archeologici, che hanno interessato l'area già a partire dagli inizi del '900 ripresi nel '60 e successivamente nel '70, hanno messo in luce i resti della cattedrale di S. Maria e S. Stefano datata tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII.

    Questa si presenta come una chiesa a pianta longitudinale, orientata ad est, a tre navate e con tre absidi curvilinee, con cripta sottostante l'altare a navatelle.

    Inoltre dagli scavi è ermerso che la Cattedrale fù costruita su un sepolcretto cristiano (V-VII secolo) e su un' edificio romano, interrato già prima del IV- V secolo.

    Non è stato ritrovato, invece, il tempio di S. Donato, che doveva conservare le reliquie del santo martire e patrono della città di Arezzo; ma di questa celebre chiesa restano numerose raffigurazioni. Costruito intorno all' anno 1032 dall' architetto Maginardo su modello del S. Vitale di Ravenna esso doveva presentarsi come un edificio a pianta centrale di forma ottagonale.

    A seguito della distruzione del 1561, il vescovo Usimbardi fece costruire nel 1610, una piccola chiesina a memoria dell'antico Duomo aretino, dove oggi sono conservati i reperti archeologici ritrovati durante le campagne di scavo (i frammenti scultorei e ceramici, le iscrizioni funerarie e i frammenti musivi della Cattedrale di S. Maria e S. Stefano).


    Raffigurazione del Tempio di San Donato di Arezzo


    Una delle tre cattedrali da identificare al Colle del Pionta di Arezzo, eternata da Giotto nella “Cacciata dei diavoli da Arezzo” nella Basilica Superiore di Assisi

    Arezzo per la Storia - progetto Colle del Pionta

    Il colle del Pionta è situato a ponente di Arezzo, oltre la cinta muraria della Città.
  • La Valle del Bagnoro

    La Valle del Bagnoro

    La Valle del Bagnoro

    La Valle del BagnoroLa valle del Bagnoro ha restituito testimonianze archeologiche che attestano, fin dall'antichità, una sua indiscussa frequentazione, non soltanto a carattere insediativo quanto a carattere sacro rituale; frequentazione, quindi, da ricondurre alle peculiarità salutari delle acque della valle stessa.

    Insediamenti e ville sorgono nelle zone più fertili, ricche di acqua e nelle vicinanze dei principali tracciati viari.

    Indizi dell'esistenza di agglomerati abitativi ci sono in gran parte offerti dai rinvenimenti sepolcrali che risultano disseminati più o meno in tutta la valle con particolare concentrazione lungo la via delle pietre che ricalca un antico tracciato viario studiato da G.F.Gamurrini, uno dei più illustri archeologi e studiosi italiani dell'800, al quale si devono significativi dati storico-archeologici sul Bagnoro.

    G.F.Gamurrini nel 1892 scriveva: "DALLA PORTA ETRUSCA SOPRA IL CANTO DEI PESCIONI SI PARTIVA UNA DIRITTA VIA, CHE ORA SI CHIAMA DI FONTANELLA, E PASSATO UN PONTE SUL FIUME CASTRO"-ora non più visibile perchè incanalato sotto la città-"SI DIRIGEVA A MEZZOGIORNO VERSO LA VALLE DEL BAGNORO. PASSATO IL CASTRO SI INCONTRA PALAZZUOLO E DI LI' SI TRAVERSA UN PONTICELLO[...] LI' PRESSO LA VIA BIFORCAVA SE PUR NON FACEVA UN TRIVIO: QUELLA A SINISTRA CONDUCEVA ALLA CIMA DEL COLLE DI CASTELSECCO L'ALTRA PROSEGUIVA DIRITTA AL BALNEUM AUREUM "[...].

    La valle veniva percorsa sia per entrare in Valdichiana verso nord, sia per raggiungere la Valtiberina.

    Inoltre il torrente Vingone doveva verosimilmente costituire un percorso fluviale in comunicazione con il Clanis (Canale Maestro della Chiana).

    I resti archeologici sono frequenti soprattutto sulle alture in quanto il fondovalle ha subito nei secoli, a causa delle alluvioni, un forte rialzo nel terreno (un esempio evidente è la chiesa di Sant'Eugenia al Bagnoro) che ha sepolto tutte le testimonianze di vita etrusca, romana e altomedievale.

    - LA COLLINA DI CASTELSECCO -

    La collina di Castelsecco o di San Cornelio è facilmente raggiungibile anche in macchina, sia attraverso Stoppedarca, sia mediante la strada dei due mari, voltando a sinistra prima di giungere al Torrino; su questa cima si trova un’importante zona archeologica, esplorata solo parzialmente. Tra gli studiosi aretini, del passato e del presente, non vi è stata questione più dibattuta di quella riguardante l’ arce di Castelsecco, circondata da un’ imponente muraglia di andamento ellittico e munita di contrafforti, interamente realizzata con blocchi di macigno.

    La tesi più plausibile è che il complesso non può risalire ad oltre il III secolo a. C. ( i reperti archeologici più antichi qui ritrovati appartengono a questo periodo), ed è da prendere in considerazione la destinazione sacra delle costruzioni del sito ( sono stati rinvenuti un alto numero di ex-voto, specialmente immagini di lattanti o bambini in fasce). La conferma di quest’ ipotesi ci è venuta dalla campagna di scavo nel 1969 sulla parte sud dell’ arce, eseguita a cura della Soprintendenza alle Antichità d’ Etruria che portò alla scoperta di un piccolo teatro giudicato degli inizi del I secolo a.C. . La stessa datazione è stata data anche al muraglione circondante l’ arce, perché le strutture del teatro risultano strettamente collegate col muraglione. Non si sa ancora di preciso con quale tempio e divinità era collegato il teatro di Castelsecco, le ipotesi anche in questo caso sono molte.

    Caduto il paganesimo, a partire dal secolo VI, gli ambienti sacri di S. Cornelio diventano fortezza militare nella guerra contro i longobardi. Nell’ alto medioevo e nel medioevo l’altura risulta assai abitata. Più tardi cade in rovina.

    - PIEVE DI SANT'EUGENIA AL BAGNORO -

    La chiesa del Bagnoro è dedicata a Sant'Eugenia, martirizzata a Roma nel III sec. e la cui fama si era già diffusa, attorno al sec.V in una larga fascia peninsulare da RAVENNA a NAPOLI. Questo dato ci è sufficiente per formulare un'ipotesi, secondo la quale la chiesa è stata fondata intorno a tale epoca. A sostenere ciò è il fatto che l'evangelizzazione delle campagne nella Diocesi aretina è avvenuta in un arco di tempo compreso tra il IV e il VI sec. Di questo edificio, precedente alla grande chiesa altomedievale, sono conservate molte testimonianze emerse dagli scavi eseguiti a cominciare da 1968. Sono stati infatti recuperati nell'area e tra le murature della chiesa frammenti di elementi decorativi riconducibili al periodo Paleocristiano e resti di murature che componevano un edificio d'incerta funzione, leggermente ruotato rispetto a quello attuale. La Pieve, inoltre, sorge in una zona pianeggiante particolarmente soggetta ad alluvioni, si ritiene quindi che la scelta di tale sito sia avvenuta quando le acque erano ancora regimentate a protezione delle non lontane terme, in un epoca non troppo lontana da quella classica. E' da notare che lungo la parete destra, ora sacrestia, sono stati trovati resti di canalizzazioni presumibilmente di epoca tardo-romana.

    Gli scavi però non hanno permesso di capire se questi resti siano quelli del primo luogo di culto cristiano, anche se, le antiche pievi aretine esplorate finora (pieve di Socana, pievi di Gropina ecc.) si elevano dove esistevano edifici romani, templi o altro.

    Durante l'alto medioevo, dove si trovava questo edificio romano o paleocristiano di incerta destinazione, venne costruita un'ampia chiesa riportata alla luce dai precedenti lavori. Si tratta di un'edificio di notevoli proporzioni, giunto a noi dopo l'intervento romanico del XII sec., che interessò soprattutto l'esterno, e mutilato da un crollo, avvenuto nel 500 che distrusse la facciata e le prime due campate.

    La pianta della chiesa è basilicale, costruita cioè da un ambiente a tre navate, di cui la mediana è quella più elevata ed ha finestre proprie, ed un transetto non sporgente. Le campate in origine erano cinque (ora tre a causa del crollo); gli archi a sesto ribassato, poggiano su due colonne di marmo sormontate da capitelli corinzieschi di spoglio e su pilastri cilindrici in breccia di pietra sormontati da rozzi capitelli in arenaria. Le murature che si elevano sopra questi archi sono irregolari e composte di pietre non lavorate.

    Di fronte alla facciata originaria si trova una struttura muraria circolare di funzione incerta di cui la fondazione non è abbastanza profonda da costruire la base di un campanile, potrebbe trattarsi di un battistero.

    La chiesa altomedievale è databile al VII sec. anche se esistono pareri contrastanti.

    Sul finire dell' alto medioevo comincia anche per la Pieve del Bagnoro la documentazione scritta. Alla seconda metà del XII secolo, quando le pievi stavano entrando in crisi e l'architettura romanica aveva raggiunto il suo apogeo, è forse possibile far risalire la "ristrutturazione" romanica, che si rivolse soprattutto alla parte esterna: abside, mura perimetrali dei fianchi e probabilmente anche alla facciata. Sempre in questo periodo, prima però del 1217 (anno in cui la chiesa fu probabilmente consacrata dopo la "ristrutturazione"), venne costruito il nuovo fonte battesimale nella prima campata della navata di sinistra, di cui ci sono rimasti solo i gradini ottagonali di accesso (probabilmente, in questa fase, il battistero esterno era già in rovina o fatiscente e fu quindi distrutto), vennero messi in opera due o tre gradini per discendere o risalire il dislivello venutosi a formare tra il piano di campagna, rialzatosi, e quello di calpestio della chiesa, e fatto forse qualche intervento romanico sulla facciata stessa e nell'interno.

    Nel corso del Quattrocento venne edificato il campanile e le pareti della Pieve vennero ornate con affreschi che si conservarono almeno fino al Settecento. In seguito tali pitture andarono perdute e di esse ci resta solo quella raffigurante la "Madonna col bambino", staccata nel 1872 e collocata ultimamente nella parte nord del transetto. Di quest'epoca è anche il bassorilievo in pietra della "Madonna col bambino tra S. Eugenia e S. Lorenzo" che conserva ancora tracce della primitiva policromia ed appare di buona mano; era collocato sull' altare del transetto di destra e nel 1923 fu posto nella lunetta della porta.

    Dal '500 all' 800 ci fu un susseguirsi di alluvioni, interramenti, crolli e riduzioni dell'edificio in tutte le sue dimensioni (tra cui il tamponamento di tutti gli archi di separazione tra la navata centrale e quelle laterali) deturpando gravemente la chiesa, che assunse presumibilmente le ridotte dimensioni possedute prima degli ultimi lavori di restauro effettuati tra il 1968 ed il 1981, a cura della soprintendenza aretina, ma che hanno lasciato intatte le antiche strutture di essa.

    - CHIESA DI S. MICHELE ARCANGELO -

    Prendendo, sulla destra della Pieve di S. Eugenia, una stradetta campestre che porta al Colle e alla villa Gamurrini, dopo circa 150 metri si vede sulla sinistra un campo detto di S. Andrea, mai coltivato dagli agricoltori in segno di rispetto, nel quale il Gamurrini, vi fece fare uno scavo e trovò i resti di una chiesa che egli considerò antichissima. Di tale edificio lasciò un disegno in pianta che riproduce un ambiente quadrangolare (mis. m 11x 12 x 6 x 7). Questo fu costruito in epoca paleocristiana sui resti delle rovine romane e fu dedicato a S. Arcangelo vincitore del demonio, secondo la allora consueta credenza che il malefico dimorasse ove vi erano rovine del paganesimo. Per questo motivo in epoca tardo romana, paleocristiana e longobarda molte chiese vennero dedicate in Italia a S. Michele Arcangelo, spesso sorte vicine a sorgenti, corsi d’ acqua o saccelli consacrati al culto delle acque.

    Il primo documento riguardante questo edificio di culto è del 1026, altri dati invece provengono dalla Decima del 1302-1303 e quella del 1391. In tutti è indicata come chiesa dipendente dalla Pieve di S. Eugenia. Nel Quattrocento è di patronato dei Testi e viene data in beneficio. Il consiglio comunale del 25 agosto 1416 dà notizia che erano stati riadattati i bagni dell’ acqua sgorgante presso la chiesa di S. Arcangelo perché quest’acqua produceva guarigioni straordinarie. Nel 1573 la chiesetta è talmente mal ridotta e viene prima interdetta, e più tardi abbattuta. Di essa sono rimaste solo le rovine, un cospicuo cumulo coperto di rovi e roseti selvatici, che a partire dal 1985 fino al 1998 è stato oggetto di una ripulitura e di un saggio di scavo sotto la direzione della Prof.ssa Elisabetta De Minicis, docente di Archeologia Medievale presso l’ Università degli studi di Siena con sede ad Arezzo.

    La valle del Bagnoro ha restituito testimonianze archeologiche che attestano una sua frequentazione a carattere sacro rituale.
  • Sagrato di San Francesco

    Sagrato di San Francesco

    Sagrato di San Francesco

    Sagrato di San FrancescoIn occasione dei lavori di restaurazione del sagrato della chiesa di S. Francesco, la Soprintendenza Archeologica della Toscana e l’Amministrazione Comunale di Arezzo hanno ritenuto necessario eseguire saggi di scavo preventivi per ottenere dati precisi sul deposito archeologico urbano, considerato l’interesse dell’intera zona, confermato da studi storici effettuati e da rinvenimenti occasionali. Dopo un primo ma accurato esame, i risultati ottenuti possono essere sintetizzati in 6 fasi, distribuite cronologicamente dall’età Ellenistica al XVIII° secolo. FASE I: E’ stato individuato sul versante SO un edificio databile al III° secolo a.C. di probabile destinazione residenziale. Impostato direttamente sulla paleosuperficie argillosa creatasi in seguito alla frequentazione della roccia di base della collina di Arezzo. L’Edificio è realizzato con muri a secco, i cui strati d’uso restituiscono frammenti di ceramica a vernice nera, anche se non è scartata l’ipotesi di una frequentazione precedente etrusca, testimoniata da vari frammenti di bucchero residui. Questo dato conferma quanto già emerso nello scavo di Piazza S. Niccolò. A questa fase è ascrivibile uno "ziro" con probabile funzione di cinerario rinvenuto interrato nella roccia vergine coperto da una coppa a vernice nera. FASE II: Età Imperiale, viene impiantata una costruzione anch’essa di uso residenziale in parte sfruttando i resti delle strutture murarie dell’edificio di "fase I". Tale ambiente sembra adeguarsi all’andamento della collina tramite una serie di ambienti degradanti verso valle. Le tipologie delle strutture murarie sono varie (pietra e malta, laterizi e terra cruda); tutte le strutture sono rivestite di intonaci dipinti, decorate a riquadri e semplici motivi floreali. Come le strutture, così anche i piani pavimentati sono di varia natura: cocciopesto, con inserimento di tessere policrome a formare motivi geometrici, o graniglie di marmo. La fine dell’utilizzo di questo edificio, pare che sia dovuta ad un incendio del quale restano tracce consistenti (travi carbonizzate sui pavimenti, alterazioni cromatiche sugli intonaci). Si può ipotizzare un uso prolungato di tale edificio, forse sino alla fine del III° - IV° sec. a.C. A questa fase appartiene anche una sepoltura ad inumazione, esterna alle strutture, realizzata con tegoloni e limitata da muretti in pietra posti in opera a secco. L’indagine ha messo in evidenza che la disposizione era già stata violata nell’antichità, vista l’assenza di qualsiasi resto umano. All’interno sono stati rinvenuti i probabili resti del corredo (pisside in terra sigillata e frammenti di bronzo e vetro) che fanno datare la sepoltura al I° sec. a. C. FASE III: Di epoca alto medioevale in cui i resti delle strutture romane sono soggetti a spogliazione, non vi sono tracce di impegno costruttivo. FASE IV: Si evidenzia la costruzione di una grande struttura con fondazione ad archi e pilastri in pietra e laterizi legati con malta che giungono fino ai livelli pavimentati dell’edificio di età imperiale. La struttura appare disposta normalmente alla facciata della chiesa di S. Francesco, in corrispondenza della quale ne è conservato il tratto dell’alzato inglobato in facciata. La funzione di tale struttura è di difficile interpretazione anche se si rivela di notevole ingegno e frutto di un intervento riferibile ad un unico momento costruttivo. FASE V: Complesso omogeneo relativo al cantiere di costruzione della chiesa (fine XIII°sec.). Il complesso è costituito da tre fornaci a pozzo (2 a camera unica ed una a doppia camera), disposte parallelamente alla facciata della chiesa; sussistono delle fondamenta in pietre a secco di un ambiente di lavoro, situato nelle vicinanze, dotato di un piccolo fornello e di una vasca in pietra, interpretabile come officina. Tutte le strutture risultano non in uso, da materiali rinvenuti negli strati di obliterazione, entro la prima metà del XIV° sec. FASE VI: Comprende i resti dell’area cimiteriale del sagrato di San Francesco, costituita da vasi tombali in laterizi (avelli), in parte già violati, in parte riutilizzati come ossari, attribuibili ad età post rinascimentale e danneggiati dai lavori di livellamento della piazza effettuati nell’Ottocento.

    restaurazione del sagrato della chiesa di S. Francesco, la Soprintendenza Archeologica, ha rinvenuto un notevole numero di reperti.
  • Piazza S. Niccolò

    Piazza S. Niccolò

    Piazza S. Niccolò

    Piazza S. NiccolòNell'inverno 1984 nel corso di lavori di risanamento di un edificio privato in Piazza S.Niccolò che hanno comportato l'esecuzione di una profonda escavazione, è venuta in luce una poderosa struttura muraria realizzata a secco con grandi blocchi di pietra irregolari ed una quantità abbondante di materiale databile dal IV sec. ad età post rinascimentale. In base all'importanza dei resti la Soprintendenza Archeoligica della Toscana l'Amministrazione Comunale di Arezzo hanno concordato l'esecuzione di scavi sistematici, sotto la direzione della Dott.sa Paola Zamarchi Grassi. Si sono svolte 5 campagne di scavo tra il dicembre 1984 e il novembre 1987. La fase più antica è databile al VI sec. a.C: in base a frammenti di bucchero che possono far pensare ad una sporadica frequentazione della sommità di tale collina in Arezzo. In età ellenistica la zona è soggetta ad un vasto intervento urbanistico che comprende l'edificazione di una spessa cortina muraria che sembra cingere la sommità del rilievo. All'interno di tale struttura e probabilmente in prossimità di un accesso stradale viene costruito un edificio di pianta rettangolare orientato nell'asse maggiore NO/SE realizzato con grandi blocchi appena regolarizzati posti in opera a secco. La presenza di un'abbondante quantità di ceramica nei livelli d'uso di questa struttura fa propendere per una interpretazione culturale dell'edificio. Le stratificazioni successive, di età Imperiale (da cui provengono anfore e frammenti di terra sigillata vetri e spilli d'ossa) sono relative ad un primo intervento di spoliazione nel muro perimetrale SO. Le stratificazioni post-classiche sono leggibili almeno fino al XVII sec. A partire dai secoli centrali dell'alto medioevo sono evidenti vasti interventi di spoliazione dalle superstiti strutture etrusche. Il materiale proveniente da tali strati comprende esempi di ceramiche con colature brune o rossastre e numerosi frammenti di vetrine sparse (sparse glazed wave) con impasto arancio. A questo primo intervento succede un primo episodio costruttivo rappresentato da muretti a secco e da una vasca rettangolare in pietra legata con malta e rivestita in cocciopesto (abbeveratoio o lavatoio ). Al XIII sec. si deve far risalire la realizzazione di un pozzo attorno al quale, funzionale alla zona di utilizzo, è presente una massicciata permeabile di scaglie litiche e latenzi sulla quale sono accumulate numerose ceramiche alcune delle quali si sono frammentate sul posto, con la verosimile funzione di aumentare o ripristinare la capacità drenante del suolo. Il contesto oltre a ceramiche grezze prive di rivestimento, depurate e a vetrina sparsa contiene anche una moneta della Repubblica di Arezzo (XIII-XIVsec.). Contemporanea al pozzo o di poco precedente è una buca ampia contenente resti di ossa animali e ceramica. Assenti sono le tracce archeologiche relative al periodo che va dal XIV al XVI sec. al cui scorcio è databile la costruzione degli edifici abbattuti dalla guerra e l'impianto di un pozzo nero sulla verticale della fossa di rifiuti medievale. Dal riempimento di quest'ultimo provengono maioliche post medievali riferibili al XVII e XVIII sec. e l'elsa di un pugnale seicentesca.

    Nell'inverno 1984 nel corso di lavori di risanamento di un edificio è venuta in luce una poderosa struttura muraria.
  • San Cornelio

    San Cornelio

    San Cornelio

    San CornelioCastelsecco, noto anche come S.Cornelio, sorge su un colle sopra la città di Arezzo.
    Si ragggiunge percorrendo la SS73 verso San Sepolcro, passato il bivio per lo stadio incontriamo, sulla sinistra, le indicazioni per la località Le Pietre, la strada ci porta dritta sotto le rovine dell'insediamento. Altrimenti poco più avanti è possibile seguire una seconda strada sterrata che prosegue dal parcheggio del ristorante La Giostra. Le poche indicazioni presenti sono tutte per S.Cornelio.

    La zona archeologica di Castelsecco-San Cornelio, dalla quale si gode uno splendido panorama sulla piana aretina e sulla città di Arezzo, merita una visita soprattutto per ammirare i resti di un imponente muraglia di forma ellittica relaizzata in enormi blocchi di pietra a secco e munita di contrafforti.

    All'intreno delle mura resta ben poco di quello che nei secoli è stato un importante insediamento risalente almeno al I° secolo A.C. [anche se alcuni reperti trovati in loco fanno pensare ad una frequentazione del sito ben antecedente].

    I resti dell'anfiteatro romano e della chiesa di San Cornelio [foto a destra], del XVI° secolo, sono le uniche testimonianze identificabili. Le ipotesi sulla funzione di Castelsecco sono varie, dalla semplice struttura militare al luogo votivo pagano dedicato alla dea Giunone Lucina, niente resta del tempio.

    Sicuramente fu un insediamento importante durante le guerre fra Bizantini e Longobardi del sesto/settimo secolo. Già negli ultimi anni del basso medioevo Castelsecco fu abbandonato.

    Castelsecco, noto anche come S.Cornelio, sorge su un colle sopra la città di Arezzo.
  • Domus Romana

    Domus Romana

    Domus Romana

    Domus RomanaDurante i lavori di risistemazione dell’edificio storico è stata portata alla luce una domus romana databile intorno al primi decenni del I secolo d.C. I nuovi reperti sono stati presentati dal soprintendente regionale ai beni archeologici Andrea Pessina che ha annunciato il proseguimento dei lavori grazie a un immediato finanziamento di diecimila euro per stabilire con esattezza di cosa si tratti.

    Si tratterebbe di un edificio residenziale di età romana di cui sono stati individuati per ora tre ambienti, due dei quali, parzialmente indagati, conservano resti in posto di intonaco parietale dipinto e piani pavimentali.

    Il primo ambiente ha rivelato la presenza di un piano pavimentale musivo di fattura raffinata con decorazione “a nido d’ape” composto da esagoni delineati con tessere nere su fondo campito con tessere bianche, straordinariamente conservato sotto livelli di distruzione e di abbandono che lo hanno sigillato: l’ambiente e il pavimento musivo, fin qui visti per un’ampiezza di 5,40 per 0,80 metri, proseguono in direzione est, ovest e soprattutto sud, verso il centro del pianoro.

    Un secondo ambiente mostra la presenza di un tappeto musivo con decorazione “a stuoia” con rettangoli delineati a tessere nere su fondo a tessere bianche disposti attorno a un quadrato centrale campito in nero, con diverse lesioni e lacune, una delle quali, particolarmente ampia, rivela un’integrazione in cocciopesto attestante un intervento di restauro di età antica: sul lato nord l’ambiente presenza un’apertura con una soglia in pietra. Un terzo ambiente deve essere ancora indagato.

    Le pareti degli ambienti descritti, conservate per circa mezzo metro di altezza, presentano uno spesso intonaco parietale dipinto: motivi di conservazione hanno fin qui suggerito di non portare completamente in vista la decorazione pittorica che presenta colori rosso, giallo, verde e bruno su fondo bianco.

    I piani pavimentali rinvenuti sono ascrivibili all’età augustea-giulio claudia (fine I a.C. – decenni iniziali I d.C.), che trovano confronti stringenti tra l’altro con mosaici della villa dell’Ossaia di Cortona. L’edificio, situato nel settore nord-est del pianoro del poggio di S. Donato, si affacciava sulla valle sottostante prossimo alle ripide pendici di questo lato dell’altura.

    Nel corso degli scavi sono venuti alla luce anche i resti della sepoltura di un guerriero, forse di un cavaliere medievale. La sepoltura, solo parzialmente vista dagli esperti che stanno compiendo gli scavi, è quello di un uomo con una lunga spada di ferro. Secondo i primi accertamenti si tratterebbe di una inumazione databile attorno all’anno mille.

    gli scavi sono tutt'ora in corso ...

    Recentemente è stata scoperta una Domus Romana durante i lavori di restauro della Fortezza.
  • Museo della fauna selvatica

    Museo della fauna selvatica

    Museo della fauna selvatica

    Museo della fauna selvaticaLa Mostra permanente della Fauna Selvatica, inaugurata il 28 Aprile 2007, nasce da un attento lavoro compiuto dal personale della Provincia di Arezzo in collaborazione con esperti della museologia scientifica.

    La raccolta, collocata e ospitata in un'ala del Palazzo della Provincia, è composta da circa 600 soggetti fra Uccelli e Mammiferi, buona parte dei quali recuperati nel nostro territorio.

    Il fine principale di questa esposizione è quello di trasmettere a tutti, ed in particolare alle nuove generazioni, la conoscenza del nostro patrimonio faunistico.

    Gli esemplari sono stati collocati in espositori, secondo raggruppamenti per ordini e famiglie.

    In due diorami, inoltre, sono inseriti gruppi di animali che fanno parte delle catene alimentari di due ambienti caratteristici della Provincia di Arezzo: l'area umida ed il bosco. Oltre alla fauna "autoctona", caratteristica del nostro territorio, si possono anche osservare numerosi esemplari di uccelli esotici, provenienti dalla collezione privata del tassidermista Vinicio Grandini, tra i quali spicca la ricca raccolta di "pappagalli", collocata all'inizio del percorso, che si contraddistingue per gli spettacolari ed affascinanti colori del piumaggio.

    Attraverso il confronto diretto tra fauna autoctona e fauna esotica si possono riscoprire e far conoscere tutte quelle differenze adattative che esistono fra queste due grandi categorie. Proprio partendo dall'osservazione diretta degli esemplari esposti, è nata l'idea di costruire un apposito "percorso didattico" che desse a tutti i visitatori uno strumento in grado di aumentare le proprie capacità di cogliere tutte quelle differenze e peculiarità che contraddistinguono una specie da un'altra.

    Una migliore percezione di tutti gli adattamenti morfologici e comportamentali che nel corso dell'evoluzione hanno dato origine ad ogni singola specie, fa comprendere al visitatore la molteplice complessità del mondo animale, parte essenziale della biodiversità del pianeta. Tutte le specie esposte all'interno della struttura sono state catalogate e descritte con pannelli esplicativi numerati e contraddistinti da differenti colori. Lo schema di posizionamento delle vetrine e rispettive indicazioni è riportato in un ulteriore pannello descrittivo del percorso da seguire. L'intento della Provincia di Arezzo è quello di iniziare, con questa mostra, un percorso che possa far rinascere e stimolare la curiosità e l'interesse per la natura e sensibilizzare l'osservatore alle problematiche ambientali e gestionali della fauna selvatica.

    La raccolta, collocata e ospitata in un'ala del Palazzo della Provincia, è composta da circa 600 soggetti fra Uccelli e Mammiferi.
  • Chiesa della Misericordia

    Chiesa della Misericordia

    Chiesa della Misericordia

    Chiesa della MisericordiaLa chiesa della Santissima Trinità è un luogo di culto cattolico del centro storico di Arezzo, situato lungo via Garibaldi, già via Sacra, in posizione prospiciente piazza del Popolo. Il luogo di culto e i locali annessi sono sede dell'Arciconfraternita della Misericordia di Arezzo, motivo per cui la chiesa è anche detta della Misericordia.

    Nel 1315, il vescovo di Arezzo Guido Tarlati approva la nascita di una confraternita di Misericordia che, nel 1348, spostata la sua sede lungo la via Sacra, costruì a sue spese una chiesa dedicata alla Trinità e adornata, esternamente, da un affresco con lo stesso soggetto, opera di Spinello Aretino; per la chiesa, tra il 1485 e il 1486, Andrea della Robbia realizzò la Santissima Trinità tra i Santi Bernardo e Donato in seguito spostato nella cappella della Madonna del Conforto nella cattedrale.

    Nel 1521, Pietro di Subisso realizzò per la chiesa della Trinità un nuovo altare su disegno di Guillaume de Marcillat, in seguito spostato nella chiesa della Madonna del Duomo. Nella seconda metà dello stesso secolo, Giorgio Vasari realizzò il gonfalone della confraternita, poi collocato nella chiesa.

    Nel 1732 la chiesa venne radicalmente restaurata in stile barocco su progetto di Pier Antonio Tosi; nel 1792 la confraternita si trasferisce nella chiesa di San Sebastiano, per poi tornare in quella della Trinità nel 1847.
    Il semplice esterno della chiesa è caratterizzato dalla facciata a capanna, affiancata da due corpi di fabbrica più bassi facenti parte del complesso della Misericordia. In corrispondenza della chiesa, al centro, si apre un unico portale in pietra con timpano triangolare poggiante su due mensole, ciascuna delle quali è sorretta da una parasta ionica. La porta lignea è riccamente decorata con intagli e risale al 1672. In alto, vi è una finestra rettangolare, con cornice lapidea scolpita. La facciata termina con un semplice timpano triangolare sormontato da una croce in ferro battuto.

    L'interno della chiesa è a navata unica di tre campate, quella centrale, più estesa, coperta con volta a vela e quelle alle due estremità con volta a cupola ribassata; la ricca decorazione in stucco venne eseguita nel 1733 da Bernardo Sproni; a ridosso della parete fondale, vi è l'altare maggiore in stucco, al centro della cui ancona si trova un Crocifisso ligneo del XIV secolo. In corrispondenza della campata mediana, si trovano due altari laterali contrapposti, per i quali, tra il 1738 e il 1741, Giuseppe Berti realizzò due tele raffiguranti la Pentecoste (altare di sinistra) e il Transito di San Giuseppe. In controfacciata, si trova una cantoria, mentre due più piccole sono poste ai lati del presbiterio.

    Sulla parete di sinistra della prima campata, è conservato il recto (il verso è al Museo statale d'arte medievale e moderna) dello stendardo dipinto da Giorgio Vasari nel 1572 e raffigurante la Santissima Trinità tra santi. Sulla parete opposta è un Noli me tangere di Alessandro Allori, firmato e datato 1584. I tondi con Profeti sono di Tommaso Redi (1726), mentre di Giuseppe Berti sono le due tele raffiguranti la Pentecoste e il Transito di san Giuseppe, datate tra il 1738 e il 1741.

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    La chiesa della Santissima Trinità è un luogo di culto cattolico del centro storico di Arezzo, situato lungo via Garibaldi, già via Sacra.
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  • Sant'Agostino

    Sant'Agostino

    Sant'Agostino

    Sant'AgostinoL'ordine mendicante degli Eremitani di Sant'Agostino fu approvato nel 1256 da Papa Alessandro IV e, l'anno successivo, i frati agostiniani posero la prima pietra per la costruzione della loro chiesa in Arezzo.

    L'edificio era di piccole dimensioni e per questo motivo, nel 1330, partirono i lavori per una nuova struttura, a tre navate, che nel 1341 risultò essere una delle più ampie della città.

    Tra sospensioni e riprese il complesso religioso, che comprendeva anche un grande convento, rimase incompleto fino a tutto il Quattrocento. I consistenti lasciti di Mariotto di Cristoforo Cofani e dei figli permisero, a partire dal 1491, il rilancio e il completamento dei lavori. Nel 1510 Martin Lutero, ancora monaco agostiniano, secondo la tradizione si fermò nel cenobio aretino durante il suo viaggio verso Roma.

    Il Vasari ci dice che tra la fine del Trecento e i primi del Cinquecento la chiesa fu abbellita da splendidi cicli di affreschi e dipinti su tavola, eseguiti da importati artisti quali Barna senese (Storie di San Jacopo), Iacopo del Casentino (Storie di San Lorenzo), Parri di Spinello (affreschi per il Coro), Taddeo di Bartolo (Papa Gregorio XI), Bartolomeo della Gatta (Incoronazione della Vergine e Madonna Assunta) e Luca Signorelli (San Nicola da Tolentino e alcuni Angeli per la Cappella del Sacramento).

    Tutte queste opere sparirono tra il 1761 e il 1766, quando l'edificio sacro subì un enorme stravolgimento che ne dimezzò le dimensioni e lo trasformò all'interno. I nuovi canoni imperanti erano quelli del barocco e del rococò, per questo i luganesi Francesco e Giuliano Rusca e il varesino Carlo Speroni riempirono di sfarzosi e opulenti stucchi la chiesa. La Cantoria (1765) sulla controfacciata rappresenta il momento più alto di quel periodo.

    Esternamente rimasero la fiera faccia in pietre conce e il superbo campanile quadrangolare, entrambi quattrocenteschi. La punta di quest'ultimo fu rovinata da un fulmine nel 1825 e venne ricostruita all'inizio degli anni venti del secolo scorso. In seguito furono aggiunte anche quattro piccole cuspidi.

    Nonostante le gravissime perdite, sono ancora numerose le testimonianze artistiche conservate in Sant'Agostino che meritano di essere segnalate.

    Rispetto alla struttura originale l'edificio è stato dimezzato e completamente restaurato tra il 1761 e il 1766, su progetto del ferrarese, ma di famiglia oriunda proprio di Arezzo, Filippo Giustini.

    Nel rifacimento settecentesco la facciata non ha subito alterazioni.

    All'interno, dove sono conservate belle tele seicentesche di Bernardino Santini, uno dei migliori pittori aretini del Seicento, che lavorò tantissimo per questa chiesa, è di grande effetto la cantoria della parete di controfacciata, anch'essa progettata da Francesco Rusca. A sinistra dell'entrata si apprezza subito un Crocifisso ligneo su tela con San Giovanni evangelista e San Francesco (1642) eseguita da Bernardino Santini. La parete sinistra presenta in sequenza Gesù Buon Pastore (1770), la vetrata con la Pentecoste, commissionata nel 2003 alle Vetrate Artistiche Fiorentine e la Madonna con il Bambino e Sant'Agostino (inizi Cinquecento, ma ridipinta nel XVIII secolo).

    "La circoncisione di Gesù" smembrata e poi ricomposta Tra le opere più antiche, un affresco con San Bernardino tra i santi Girolamo e Ignazio d'Antiochia, di un autore locale ispirato a Piero della Francesca (1498) e la pala frammentaria della Circoncisione di Gesù (1506), capolavoro a sei mani del savinese Niccolò Soggi, dell'aretino Domenico Pecori, e dello spagnolo Fernando De Coca. Quest'ultima opera ha avuto una storia singolare: venne infatti realizzata per la chiesa della Santissima Trinità (o Misericordia), ma nel corso del Settecento fu trasferita in Sant'Agostino. Nel 1922 venne trafugata da un ladro lucchese e smembrata in cinque parti. In questo modo il furfante avrebbe potuto piazzare dipinti diversi sul mercato nero, ma fu scoperto e arrestato. Dopo essere rimasta nei depositi del Museo statale d'arte medievale e moderna di Arezzo per decenni, l'opera è stata restaurata e ricollocata nella chiesa, dove oggi è ammirabile in tutta la sua bellezza, nonostante le vistose lacune. Tre parti della tela vengono rubati dal vandalismo del mercante d'arte Ildebrando Bossi da Genova. Sempre sulla stessa parete si osservano la Madonna con il Bambino tra Sant'Agostino e Santa Monica di Bernardino Santini (1650) e una figura allegorica settecentesca.

    A sinistra dell'altare sono collocate la Beata Cristina Visconti (1650), ancora del Santini e il Sant'Agostino (1770) di Mattia de Mare.

    Nella cappella invernale è sistemata la tela con san Giovanni da San Facondo che salva un Bambino di Bernardino Santini (1650).

    L'altare maggiore è ornato da cinque dipinti: il Beato Bonventura e Santa Chiara da Montefalco eseguite nel 1660 da Salvi Castellucci, Sant'Agostino e Santa Maria Maddalena di Matteo Lappoli (inizi XVI secolo) e al centro la Madonna della Consolazione (fine Settecento) di autore anonimo.

    A destra dell'entrata si segnala una Natività (1982) dell'aretino Franco Fedeli.

    La parete destra comincia con il grande affresco di fine Quattrocento, di autore anonimo, con San Bernardino tra San Girolamo e Sant'Ignazio di Antiochia. A seguire due opere del secolo scorso, la statua della Madonna Immacolata e il Sacro Cuore di Gesù, quindi un tela del Santini con Sant'Agostino tra il Crocifisso, la Madonna e i santi Nicola da Tolentino e Guglielmo d'Aquitania (1650). Conclude un'altra allegoria settecentesca. A destra dell'altare si notano il Beato Egidio Colonna (1650) di Bernardino Santini e il San Donato (1770) di Mattia de Mare.

    Infine, nella sacrestia, si distinguono una Santa Maria Maddalena penitente (metà XVII secolo) e la novecentesca Cena di Emmaus del ravennate Orazio Toschi.

    Nell'abside si vede il coro ligneo intagliato da Ludovico Paci nel 1771.

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    Nel 1257 i frati agostiniani posero la prima pietra per la costruzione della loro chiesa in Arezzo.
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  • Piazza della Badia

    Piazza della Badia

    Piazza della Badia

    Piazza della BadiaNel cuore del centro medievale di Arezzo, proseguendo per Via Cavour si giunge nei pressi della caratteristica Piazza della Badia, sulla quale si affaccia la meravigliosa Chiesa di Santa Flora e Lucilla.

    A metà dell’Ottocento, si decise di trasformare l’orto del convento adiacente la chiesa in piazza. L’edificio è stato ampiamente ristrutturato in epoca rinascimentale, ed oggi ospita l’Istituto Tecnico Commerciale Michelangelo Buonarroti.

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    Nel cuore del centro medievale di Arezzo, proseguendo per Via Cavour si giunge nei pressi della caratteristica Piazza della Badia.
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  • Piazza Guido Monaco

    Piazza Guido Monaco

    Piazza Guido Monaco

    Piazza Guido MonacoNel centro di Arezzo si trova la piazza con anche la statua intitolata ad uno dei suoi figli più illustri: Guido Monaco.

    Fattosi benedettino nell'abbazia di Pomposa e successivamente a Roma, elaborò il nuovo metodo di notazione musicale ed il tetragramma. Sotto la protezione del vescovo si sviluppò nel contado aretino anche un folto numero di abbazie, che contribuirono a ricostruire un sistema di scambi ed un minimo ambito culturale.
    In questo periodo Arezzo vide la sua nascita e fattosi benedettino nell'abbazia di Pomposa e successivamente a Roma, elaborò il nuovo metodo di notazione musicale ed il tetragramma.

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    Nel centro di Arezzo si trova la piazza con anche la statua intitolata ad uno dei suoi figli più illustri: Guido Monaco.
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  • Sala Sant'Ignazio

    Sala Sant'Ignazio

    Sala Sant'Ignazio

    Sala Sant'IgnazioLa chiesa di Sant'Ignazio è una chiesa di Arezzo che si trova fra via Giosuè Carducci e via della Fioraia.

    La chiesa, una delle imprese religiose più importanti dell'Arezzo seicentesca, fu costruita tra il 1667 e il 1686 dai padri gesuiti su disegno di padre Ciriaco Pichi.

    Oggi è sconsacrata e funge da sala espositiva della Galleria Comunale d’Arte Contemporanea.

    Ispirata a modelli d'architettura servita della fine del Cinquecento, la facciata in mattoni rispetta uno schema introdotto in Arezzo da Bartolomeo Ammannati in Santa Maria a Gradi. La decorazione a stucco dell'interno, esempio straordinario di barocco aretino, fu eseguita da Giuseppe Passardi. Sull'altare maggiore è una copia di Pier Dandini dal Cristo e sant'Ignazio di Pietro da Cortona (Pistoia, Santo Spirito). Le statue delle Virtù collocate entro nicchie lungo le pareti sono di Bernardino Raoni (1762).

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    La chiesa di Sant'Ignazio è una chiesa di Arezzo che si trova fra via Giosuè Carducci e via della Fioraia.
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  • Corso Italia

    Corso Italia

    Corso Italia

    Corso ItaliaL'ingresso in Piazza Grande dalla parte del loggiato del Vasari e il Corso Italia.
    Quest'ultimo, da secoli, rappresenta la principale via cittadina, costeggiata da importanti edifici storici come il quattrocentesco Palazzo Bacci, il Palazzo Altucci del Duecento e la cosiddetta Torre della Bigazza del 1351, rimaneggiata in epoca fascista per divenire torre del Littorio. Il Corso ospita anche edifici di culto che custodiscono inestimabili tesori dell’arte, come la duecentesca Chiesa di S. Michele, al cui interno è possibile ammirare una tavola del 1466, raffigurante la Madonna col Bambino e santi, opera di Neri di Bicci.

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    da secoli, rappresenta la principale via cittadina, costeggiata da importanti edifici storici come il quattrocentesco Palazzo Bacci.
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  • Galleria d'arte contemporanea

    Galleria d'arte contemporanea

    Galleria d'arte contemporanea

    Galleria d'arte contemporaneaIl museo trae origine dalla Galleria Comunale d'Arte Contemporanea, istituita nel 1962, con lo scopo di raccogliere ed esporre le opere acquisite dal Comune attraverso il Premio Arezzo. Dopo un periodo di chiusura negli anni Novanta, è stata riaperta nel dicembre del 2003 nella nuova sede di Piazza San Francesco. Conserva una collezione permanente e organizza mostre temporanee di artisti del Novecento e contemporanei.

    Il museo trae origine dalla Galleria d'Arte Contemporanea con lo scopo di raccogliere ed esporre le opere acquisite dal Comune.
  • Via Cesalpino

    Via Cesalpino

    Partendo dalla Cattedrale, il percorso in discesa s’inoltra nella zona vecchia di Arezzo che nei giorni di bel tempo ospita un mercatino dell’antiquariato che costeggia gran parte della via. Qui si affacciano anche due edifici sacri, la Chiesa di San Pier Piccolo e la Chiesa di Santa Caterina, entrambe molto amate dagli aretini, nonché il Teatro Pietro Aretino. Via Cesalpino, per la sua caratteristica conformazione, è stata scelta come set cinematografico dal grande regista e attore Roberto Benigni per girare alcune scene del film Premio Oscar “La Vita è Bella”.

    Nel cuore della splendida città medioevale di Arezzo, una stradina congiunge la Cattedrale di San Donato alla Basilica di San Francesco, attraversando uno dei punti più caratteristici di tutta la città.
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    Armata del Viva Maria

    Armata del Viva Maria

    Viva Maria fu una delle insorgenze antinapoleoniche scoppiate in Italia fra il 1799 e il 1800.
    Ebbe come suo teatro principale la città di Arezzo e la Toscana, ma si diffuse anche nei territori limitrofi dello Stato Pontificio.

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    Il Conclave di Arezzo il primo Conclave della storia

    Il Conclave di Arezzo

    Il primo Conclave della storia di Santa Romana Chiesa è stato celebrato in Arezzo, esattamente nella chiesa di San Domenico, nel gennaio 1276.

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    Storie della Vera Croce Piero della Francesca

    Storie della Vera Croce

    La leggenda della Vera Croce è la leggenda che racconta la storia del legno sul quale venne crocifisso Cristo, spesso tramandata in letteratura e rappresentata in opere d'arte.

    Le Storie della Vera Croce è un ciclo di affreschi conservato nella cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo. Iniziato da Bicci di Lorenzo, venne dipinto soprattutto da Piero della Francesca, tra il 1452 e il 1466, che ne fece uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale.

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    La fiera antiquaria

    La fiera antiquaria

    Nata nel 1968, è stata la prima manifestazione antiquaria ad avere cadenza regolare (non ha mai mancato uno solo dei suoi appuntamenti mensili) e successo duraturo in uno scenario unico: il cuore medievale della città di Arezzo e la sua Storia.  

    Ogni prima domenica del mese e sabato che la precede.

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    Bellezze monumenti di Arezzo

    Bellezze di Arezzo

    Uno scrigno di poco più di 100 mila abitanti, pieno di bellezze da ammirare. Questa è Arezzo, città da scoprire.
    Dagli affreschi di Piero della Francesca al Museo di arte Medievale e moderna, dalla casa del Petrarca o del Vasari al Pozzo del Boccaccio, dal Crocifisso del Cimabue alla Fortezza Medicea ... arte, storia e bellezza.

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    Grandi di Arezzo

    Grandi di Arezzo

    Michelangelo, Mecenate, Guido d’Arezzo, Guglielmino degli Ubertini, Margarito d’Arezzo, Guittone d’Arezzo, Santa Margherita da Cortona, Francesco Petrarca, Spinello, Masaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Piero della Francesca, Luca Pacioli, Luca Signorelli e tanti altri

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