Il ratto del buratto - 5 settembre 1971

20 Dicembre 2025 | Redazione Porta Crucifera | Ricordi
Il ratto del buratto - 5 settembre 1971

Ci sono episodi che, pur nascendo come una burla, finiscono per diventare parte integrante della memoria collettiva di una città. Il ratto del Buratto, avvenuto nella notte del 5 settembre 1971, è uno di questi. A distanza di oltre cinquant’anni, quella notte continua a essere raccontata, rievocata e discussa come un evento unico, sospeso tra goliardia, folklore e identità cittadina.

Il libretto scritto da Giovanni Rupi, pubblicato nel 2005, non è soltanto il resoconto di un gesto clamoroso, ma un vero e proprio affresco dell’Arezzo di quegli anni, dei suoi giovani, delle sue tensioni e del suo modo di vivere la Giostra del Saracino.

Una notte di goliardia che fece tremare Arezzo: Arezzo, settembre 1971

All’inizio degli anni Settanta Arezzo è una città attraversata da forti cambiamenti. Da una parte la tradizione, la Giostra del Saracino, il Buratto, il Re delle Indie, simbolo intoccabile della sfida cavalleresca; dall’altra una generazione di giovani cresciuti nella goliardia, nella voglia di trasgressione intelligente, nell’ironia come linguaggio alternativo alla politica urlata di quegli anni.

È proprio in questo clima che nasce l’idea, a lungo fantasticata e poi improvvisamente realizzata, di “rapire” il Buratto. Non per distruggerlo, non per offendere la Giostra, ma per compiere un gesto simbolico, una burla clamorosa che scuotesse la città e ne mettesse alla prova la capacità di sorridere di sé stessa.

L’ispirazione e il colpo

Come spesso accade nelle storie migliori, tutto nasce quasi per caso. Una chiacchierata, una provocazione, un dettaglio apparentemente insignificante – in questo caso, le “palle del Buratto” sottratte con disarmante semplicità – diventano la scintilla che accende l’azione.

Il racconto di Rupi ci accompagna passo dopo passo: il sopralluogo in Piazza Grande, la fiducia inconsapevole del custode, le informazioni tecniche sugli ancoraggi del Buratto, la pianificazione notturna tra vino, rime goliardiche e soprannomi che sembrano usciti da una commedia dell’arte.

Alle 2:30 del mattino il piano entra in azione. Con due chiavi inglesi e una perfetta sincronizzazione con i giri di controllo del custode, il Buratto viene letteralmente sfilato dalla sua base e caricato su una Fiat Giardinetta. È un’azione rapida, quasi chirurgica, che trasforma Piazza Grande nel palcoscenico di una delle notti più incredibili della storia aretina.

La città si sveglia senza il Re delle Indie

L’alba del 6 settembre porta con sé lo stupore. Arezzo si sveglia e scopre che il Buratto non c’è più.
La voce corre veloce: capannelli, ipotesi, accuse, rivendicazioni. Qualcuno evoca rivalità storiche, qualcuno grida allo scandalo, altri intuiscono subito che dietro c’è una mano goliardica.

Nel frattempo il Buratto, nascosto prima in un giardino e poi in un garage di fortuna, diventa il centro di una tensione crescente. La burla rischia di trasformarsi in qualcosa di più serio: la politica entra a gamba tesa, lo spirito leggero della goliardia viene frainteso, e il clima si fa improvvisamente pesante.

Dal riscatto alla restituzione

Il libretto racconta con grande lucidità il momento in cui gli autori del gesto comprendono di aver superato una linea invisibile. Non ci sono più interlocutori capaci di cogliere l’ironia dell’azione. La richiesta di riscatto, vino e salsicce, nel più classico stile goliardico, viene abbandonata.

Fondamentale è l’intervento del direttore de La Nazione, che comprende lo spirito dell’evento e si offre come mediatore. Grazie a lui si evita il peggio: il Buratto viene restituito, in sicurezza, e la Giostra può svolgersi regolarmente.

Il processo: quando la burla entra in tribunale

Ma la storia non finisce con la restituzione. Arrivano le denunce, le indagini, gli interrogatori in Questura. E anche qui la goliardia non abbandona i protagonisti:
nomi veri sostituiti da soprannomi, risposte surreali, un clima che sfiora il teatro dell’assurdo.

Il processo diventa quasi una rappresentazione, culminando in un’assoluzione generale che oggi suona come la definitiva consacrazione di quell’episodio come gesto simbolico e non criminale. Una vicenda che, riletta oggi, appare impossibile da immaginare nel contesto contemporaneo.

 

Il valore di questo libretto non sta solo nell’aneddoto, ma nella sua capacità di raccontare un’epoca, un modo di vivere la città, la Giostra e l’appartenenza a una comunità.
Il ratto del Buratto è una testimonianza preziosa perché mostra come anche un gesto irriverente possa nascere da un profondo amore per la tradizione, e non dal desiderio di distruggerla.

Raccontarlo oggi significa custodire la memoria di una Arezzo capace di prendersi sul serio senza smettere di sorridere, e ricordare che la Giostra del Saracino è fatta anche di storie laterali, umane, imperfette, ma profondamente vere.

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FOTOGRAFIE di Alberto Santini e Maurizio Sbragi
collaborazione fotografica di Fotozoom: Giovanni Folli - Claudio Paravani - Lorenzo Sestini - Fabrizio Casalini - Marco Rossi - Acciari Roberto

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