scritti a ricordo di Ugo Morelli e Giuseppe Friscia
Superato l'ultimo tratto di Fontanella (si capirà: in salita) il sole mattutino, precisamente da est, mi spinge a volgere lo sguardo a sinistra e quindi dirigo i miei passi per via Pescioni. Non avendo problemi di vista (se non quelli che generalmente si attribuiscono al passare del tempo), vedo sul muro di fronte il "delfino" (foto 1). Ovvero quel bassorilievo quadrangolare – copia in marmo bianco di circa vent'anni fa, dopo il furto nottetempo e con destrezza del preesistente in travertino: originale quattrocentesco?, già una copia? – raffigurante il simpatico mammifero marino; somigliante a quelli nello stemma dei Pazzi di Firenze o a quello nell'insegna della Contrada capitana dell'Onda in Siena, dove però è «natante».
Pare che guardi, il delfino, poco più in là e poco più in alto, il bellissimo, eccezionalmente conservato, stemma trecentesco dei da Catenaia (foto 2). Solo girandomi di 180° gradi, al numero civico 62 un fondo chiuso, c'era un barbiere: Goro. Mi rigiro quel tanto che basta per proseguire un pochino così da rammentare al numero 55 la Schiatta (dal cognome del marito: Schiatti, storico maestro d’arme del Quartiere) con le sue frutta. Accanto un bel portale con sopra due belle finestre (foto 3): ricordano i modi dell'Ammannati; in quest’ambiente e tenuto conto di certi elementi, tali manufatti potrebbero rappresentare una superfetazione.
Al 51 c'era un altro barbiere, che a un dato momento chiuse bottega e (almeno così si disse) emigrò in Argentina. Più avanti, tra i numeri pari, al 50 e al 48 emergenze tre-quattrocentesche (foto 4); mentre al 46 mi ricordo una polleria, titolare una certa Beppa: dentro ci devono essere ancora sui muri le mattonelle, bianche riquadrate in blu – roba del tempo che fu. Per qui, ma non ricordo bene, anche la bottega di Adua il fruttaiolo.
Mentre stavo proprio girellando per preparare questo scritto, un buon profumo di ‘sugo’ mi ha qui raggiunto, ricordandomi i tempi della fanciullezza quando, accompagnato dalla mamma, percorrevo questa strada, piena di vita come in tutto il resto del rione, suggestionandomi forse più che allor non fosse. Ma continuiamo, sempre tra i pari: al 24 il palazzo Natti, sul centro dell'arco del portale lo stemma della famiglia che nel 1730 godeva del I grado di nobiltà (foto 5).
Al 18 c'era il negozio/magazzino di antichità del cavalier Rossi; era chiamato per le case o gli veniva portato qualche oggetto per avere una valutazione, e magari, da una vendita, ottenere una sommetta di denaro, che nelle famiglie di Colcitrone era in genere scarso... Qui, rigirandomi verso il lato dispari, nella rientranza lo spazio è occupato da un lato della chiesa di San Niccolò col vicolo a scale che conduce nella soprastante, omonima piazzetta.
Proseguendo: all'11 una fruttivendola, al 9 Italo Semplici il fornaio (tra il 1974 e il 1978, ormai in pensione, fece lo stalliere) e al 7 un altro barbiere: Giordano; oggi tutto chiuso. Curiosità: il Quartiere, nel 1951, per festeggiare la vittoria organizzò ovviamente anche un Te Deum, in Pieve, e fu scelta come “dama d’onore” la signorina Sara Zani, la quale abitava dove siamo arrivati adesso, al numero 5. All'1 c’era la Zanobi, cognome della titolare di una meravigliosa cartoleria, stando almeno alle impressioni dei bimbi, poi diventate ricordi. A questo punto via dei Pescioni scantona in Borg'unto e il palazzo Girataschi ci presenta una Maestà centinata a tutto sesto, probabilmente quattrocentesca: internamente angeli musicanti e festanti e due santi, tutto dipinto a fresco, quale scena a una statua della Madonna «molto interessante che reca tracce di policromia. La statua, che potrebbe essere stata eseguita nella seconda metà del secolo XV, oppure nella prima metà del XVI, ricorda per il suo grazioso atteggiamento una certa maniera propria della scuola senese dopo Iacopo della Quercia.» (foto 6). Siffatta scultura si trovava qui sicuramente nel 1978, per il semplice fatto che la suddetta descrizione (di Andrea Andanti) è posta dal Tafi nella sua Guida di Arezzo (pag. 315), pubblicata appunto in questo anno.
Anche negli anni 1936-1940 doveva essere al suo posto, come s'intravede in una foto assai conosciuta con la caldarrostaia, conservata nell'archivio storico del Fotoclub «La Chimera» al n. 32.420. Io non la ricordo, oggi non c'è più, penso e spero che sia stata trasferita in un museo. Ritorno sui miei passi con a destra la mole incompiuta del palazzo detto appunto "non finito"; oggi vi sono civili abitazioni e un circolo culturale. In origine apparteneva ai Barbolani di Montauto, e un personaggio di questa illustre famiglia comitale poteva essere quel «Tato» al quale finirono i quattrini ma avanzò il tempo…, e dovette trascorrere in miseria gli anni che ancora lo separavano dalla morte. Ma si sa che i detti, in ispecie tra il popolo, tanto più di Colcitrone, sono a volte parenti delle dicerie.
Da ricordare con evidenza che nello spazio verde sottostante, pertinente a questo palazzo o forse a quello De’ Giudici, fu rinvenuta una bella lapide (ormai da molti anni esposta in palazzo Alberti) con l’indicazione della Società di Quartiere risalente agli anni Trenta, perché proprio qui si trovava la prima sede. Poi il palazzo De' Giudici, da loro tuttora abitato e pure sede di un’accademia.
Sempre à rebours fino al civico 34, saltato all’andata, che adesso troviamo ovviamente sulla destra: la casa natale di Pietro Benvenuti (foto 7-8) col bel portale che il Tafi dice trecentesco, «con bassorilievo e ghirlanda robbiana cinquecentesca». Questo «colcitronese illustre» (come fu definito il Benvenuti nel nostro Numero Unico per la vittoria del 1991) vi nacque l'8 gennaio 1769; al numero 32, separato dal 34 dalla Via fra le torri, mi ci ricordo un calzolaio, e un calzolaio era colui che diede al piccolo Pietro i primi rudimenti di disegno. Del nostro (doppiamente: aretino e colcitronese) grande pittore neoclassico (nella foto 9 un disegno in collezione privata), al pari di un Pompeo Batoni o di Andrea Appiani, se ne parlerà prossimamente anche nell'ambiente giostresco: a lui, per i 250 anni dalla nascita, fu dedicata la "lancia d'oro" del 22 giugno 2019.
Il mio giro finisce qui, con lo speciale augurio che Pietro Benvenuti torni a casa sua... E non dimentichiamoci che abbiamo camminato su «un decumano romano e questo ci fa intuire subito che sotto i nostri piedi si trovano i resti della città romana e di quella etrusca che l’aveva preceduta […] A monte di via Pescioni, a pochi metri di distanza dal filo delle case, ci sono tratti continui della cinta altomedievale […] Veramente i millenni distano, qui, tra di loro soltanto qualche metro» (cit. da Angelo Tafi nella sua Guida di Arezzo).
FOTOGRAFIE di Alberto Santini e Maurizio Sbragi
collaborazione fotografica di Fotozoom: Giovanni Folli - Claudio Paravani - Lorenzo Sestini - Fabrizio Casalini - Marco Rossi - Acciari Roberto